Gravity

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Un film di Alfonso Cuaròn. Con Sandra Bullock, George Clooney, Eric Michels, Basher Savage, Paul Sharma. Sceneggiatura: Alfonso Cuaròn, Jonàs Cuaròn, Rodrigo Garcia. Produzione: Reality Media, Warner Bros. Pictures. Fotografia: Emmanuel Lubezki. Distribuzione: Warner Bros. Italia. Paese: USA. Anno: 2013. Durata: 90’. Uscita nelle sale: 3/10/2013. Genere: Fantascienza, thriller. Target: 14+.

Ryan Stone è una dottoressa alla sua prima missione nello spazio. Matt Kovalsky è un esperto astronauta. I due sono gli unici superstiti della tempesta di detriti causata dall’esplosione di un satellite. Quando anche Kovalsky scompare, starà a Stone il duro compito di tornare sulla Terra…

Nel blu dipinto di blu cantava Domenico Modugno. Chissà se il regista Alfonso Cuaròn, durante le riprese di Gravity, abbia rievocato quel fitto blu che il cantante italiano adulava. E’ inevitabile pensare al blu, quando si cerca di mettere in scena l’immagine dell’universo. Il regista messicano è stato sicuramente aiutato dall’artificio tridimensionale, perfetto per sottolineare la grandezza di un luogo dove la Terra fa solo da comparsa. Per i protagonisti di Gravity quel blu non fa un bell’effetto: è troppo profondo, quasi vorace. Conviverci per troppo tempo, significa impazzire. Si è soli nel silenzio dell’universo.

Dopo una settimana di missione, gli astronauti possono prepararsi per tornare sulla Terra. Peccato che un missile abbia colpito un satellite e i suoi detriti stiano viaggiando come proiettili verso lo shuttle americano. Distrutta la navicella e persi tutti i contatti con la Terra, Matt Kovalsky (George Clooney) e la dottoressa Ryan Stone (Sandra Bullock), unici sopravvissuti, fluttuano nell’aria in cerca di una soluzione. Nel frattempo parlano, si raccontano per combattere il silenzio e allentare i battiti.

Bisogna agire, ma la dottoressa sarà costretta a farlo da sola. La sopravvivenza ora è una questione personale: tutto grava sulle spalle di una donna dall’esistenza difficile, dovuta alla prematura scomparsa della figlia. Eppure nell’immensità dell’universo, non c’è spazio per le debolezze. Bisogna rinascere. Basterebbe un’immagine per concepire la rinascita di Ryan: quella in cui la donna è sospesa nella posizione fetale all’interno della navicella.

La firma di Alfonso Cuaròn può essere accostata senza problemi a quella di Stanley Kubrick nel suo 2001: Odissea nello spazio. Neanche la storia scarna e i pochi personaggi intaccano nella riuscita della pellicola. Non sono serviti neanche dialoghi smodati. E’ bastato il paesaggio, quanto mai reale grazie alle nuove e ricercate tecnologie. Peccato solo perdere un ottimo George Clooney a metà film, ma Sandra Bullock compensa bene l’assenza.

“Gravity” ha inaugurato l’ultima edizione della Mostra di Venezia e non può essere ridotto a semplice film fantascientifico. Forse non esiste un termine adatto a definirlo. Come nei migliori romanzi, la rinascita di cui parlavamo, avviene solo dopo un profondo viaggio personale. Il cosmo è solo il contorno di ciò che Ryan ha dentro.

Articolo scritto da Irene De Dominicis

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