Guatemala, un arcobaleno di colori

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Sono stata in un posto che ero solita vedere in fotografia, in reportage o documentari sul terzo mondo. Mi sembrava una realtà lontana, quasi surreale, che non avesse nulla a che fare con me. Erano immagini forti che gettavano un’ombra nel mio cuore di diciottenne bresciana appena maturata. Ma quel mondo fatto di povertà e sofferenza restava là, sulla pagina di una rivista sfogliata per caso: che cosa avevo a che fare con loro? Come potevo io essere di aiuto a innumerevoli persone che abitavano a enormi distanze da me?

Ora, trascorsa l’estate, di ritorno da un campo di volontariato nell’America Centrale, in Guatemala, so per certo che qualcosa è cambiato, consapevole che quella stessa realtà, prima così distante, ha lasciato un solco in me e ha cambiato il mio modo di vedere la vita.
Siamo partite come un gruppo di venticinque ragazze provenienti da tutta Italia con tanta voglia di cambiare il mondo e fare del bene, forse anche per sentirci la coscienza a posto. Siamo tornate, cambiate interiormente dalle persone stesse che abbiamo incontrato, aiutato e con cui abbiamo parlato. Persone che ci hanno fatto riscoprire ciò che davvero conta nella vita, ciò che è davvero importante. Si tratta di intere famiglie che hanno visto la morte con gli occhi quando la prima tempesta tropicale denominata “Agatha” aveva seminato distruzione al suo passaggio lungo le coste del Pacifico lo scorso 30 Maggio. Perché, spesso, soltanto quando la vita giunge al capolinea si comprende al meglio il significato intrinseco delle cose e si da il giusto valore alle singole realtà. Non più i beni ma le persone diventano la priorità assoluta. Non più la ricchezza ma l’affetto dei propri cari.

Molti, moltissimi i racconti e i ricordi di gente che ha perso casa e parenti e si trova ora a ricostruire di nuovo tutto dal nulla. Ci mostravano la terra nuda e spoglia su cui soltanto qualche settimana prima si trovava la loro casa, spazzata via dalle continue frane e alluvioni. In tale contesto l’insegnamento più importante è stato quello di credere in un futuro migliore, di non smettere di sperare e di guardare avanti. Non nego di aver visto volti scoraggiati o abbandonati allo sconforto, ma il numero delle persone impegnate nella ricostruzione era di gran lunga superiore, accumunati tutti da un grande senso di solidarietà. Il nostro compito consisteva nel portare un po’ di aiuto alle famiglie più bisognose, per non farle sentire completamente sole. Principalmente pulivamo pareti ancora incrostate di fango per poi dipingerle con una pittura ad acqua, davamo un aspetto più accogliente alle case del Pueblo di San Miguel mentre il pomeriggio era dedicato alla preparazione dei sacchi di cibo che avremmo poi distribuito alle mamme più in difficoltà. C’è stato anche il tempo di stare con i bambini a scuola: sono state ore molto intense ma altrettanto divertenti. Abbiamo organizzato giochi e tenuto lezioni di igiene, ci siamo lasciate pitturare la faccia, abbiamo riso e scherzato, ci siamo affezionate a loro e soprattutto abbiamo permesso che la loro energia e il loro entusiasmo ci contagiasse.

Quest’esperienza è stata anche un’occasione per visitare un Paese oltreoceano. Ricordo il Guatemala come uno stato verde e ricco di vegetazione, famoso per i coloratissimi tessuti e capi di abbigliamento realizzati a mano dalle donne del posto, noto per il caffè e il rum ampiamenti diffusi, meta di numerosi turisti per i vivacissimi mercati. Da non dimenticare è la giada, pietra preziosa amata per le sue uniche sfumature di verde. Basato sull’antica civiltà Maya, offre una Storia che va indietro nel tempo fino al duemila a.C. quando sorsero i primi villaggi di pescatori e agricoltori considerati i precursori del grande popolo che abitò per secoli l’America Centrale.

Senza dubbio il nostro aiuto è stato infinitamente inferiore ai bisogni locali, ma è anche vero ciò che ha detto Madre Teresa “ciò che facciamo è solo una goccia nell’oceano, ma se non lo facessimo l’oceano avrebbe una goccia in meno”. A volte ci si domanda: perché partire per aiutare un popolo che ancora per generazioni resterà povero e che un’altra alluvione presto devasterà? Penso che la chiave di lettura sia in noi stessi. Ciò che conta, alla fine, una volta tornati, è cambiare il nostro atteggiamento verso il mondo e verso la società perché la vera felicità non sta nel consumismo occidentale ma nel principio di un sorriso.

 

Ventenne, con tanti sogni e progetti. Intanto studia Lettere Moderne. Quando può prende la valigia e se ne va. Non importa dove: ama viaggiare come scrivere. Si annoia facilmente, per questo ha aperto il suo blog www.ilblogletterario.com dove parla del bene e del bello nascosti nella quotidianità.