Ha senso parlare di gaming femminile?

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Donne e videogiochi: quando la passione supera i pregiudizi

Progettare e lanciare sul mercato un titolo accattivante che possa intrattenere il pubblico maschile ed attrarre all’universo videoludico quello femminile è oramai un argomento all’ordine del giorno per qualsiasi software house.

Si è a lungo discusso, specialmente in tempi recenti, di cosa implichi per i grandi produttori di videogiochi l’approccio al gaming female-friendly: se il target di riferimento è in rosa, il prodotto finale dovrà offrire qualità grafica, possibilità di personalizzazioni pressoché infinite, dare grande spazio allo story-telling ed al lato emozionale e bandire armi, sangue e violenza.

Un’ottima teoria, sulla carta, ma che si basa su assunti decisamente discutibili: ben pochi titoli rispondono alle esigenze elencate, e di certo essi non sono ai vertici delle classifiche di vendita; inoltre non è chiaro il motivo per cui una donna debba obbligatoriamente optare per una scelta diversa rispetto a quella che si rivela vincente per i gamer di sesso maschile.
Overwatch è senza dubbio ciò che più si avvicina alle presunte esigenze della gamer a cui sono state dedicate le indagini di mercato a cui ho fatto riferimento: nonostante sia un FPS (First Person Shooter: il giocatore è armato e la visione è in soggettiva), di certo non il genere di videogiochi preferito dal pubblico femminile secondo i sondaggi (ai primi posti troviamo giochi d’intrattenimento per smartphone e di simulazione multipiattaforma, come The Sims), racchiude in sé l’anima female-friendly di cui tanto si è discusso.

Il gameplay è piuttosto intuitivo, i personaggi femminili superano in numero quelli maschili, è possibile personalizzarne ogni dettaglio e non vi sono spargimenti di sangue. Si possono vestire i panni di una climatologa curvy in grado di congelare i nemici, di una muscolosa sollevatrice di pesi professionista con armi gravitazionali in dotazione, o di una spietata tiratrice scelta dall’aspetto un po’ goth e dal fisico mozzafiato.
Eppure, l’Overwatch League (la competizione ufficiale a livello mondiale dedicata a questo titolo) non ha aperto le porte ad alcuna donna nel 2017, nonostante le candidate top-player fossero numerose. È tristemente noto come sia in Italia che all’estero la percentuale di videogiocatrici professioniste sia irrisoria, nonostante la maggior parte degli acquirenti di videogiochi per smartphone, tablet, console e pc siano – incredibile a dirsi, vero? – di sesso femminile.

Una donna che decide di fare il suo ingresso nel mondo videoludico deve fare sin da subito i conti con il pregiudizio, sia da parte delle case produttrici, che da parte dei giocatori stessi.Mi è capitato davvero spesso – racconta Maryah, grande appassionata della saga di Call of Duty nonché vincitrice di alcuni tornei in LAN – di giocare al meglio delle mie condizioni e sentirmi chiedere se avessi dato il joypad in mano al mio ragazzo o a mio fratello. Non è giusto. Mi chiedono in continuazione di fotografarmi mentre tengo in mano un cartellino con la mia gamertag, affinché io provi di essere davvero una donna. Perché io dovrei dimostrare qualcosa a persone che nemmeno conosco?

Durante la chiacchierata interviene Kira, che ho conosciuto su Overwatch e che ora si dedica a Player Unknown Battle Ground.

Non appena inizio a parlare in chat vocale, fioccano gli insulti o le avances. Un ragazzo può tranquillamente dare consigli ai propri compagni di squadra senza essere zittito o approcciato. Ho pensato spesso di lasciar perdere i titoli online e dedicarmi esclusivamente alle campagne offline in single player, ma poi sono giunta a questa conclusione: perché io dovrei adattarmi a fare qualcosa che non mi soddisfa? Perché il mondo non può adattarsi ai tempi che cambiano, ed accettare almeno sul piano del gaming che non deve più esserci distinzione tra i sessi?”
È il turno di Clara, che ama Dark Souls, le atmosfere cupe ed i survival horror e non ha mai voluto nascondere il suo lato dark ad amici e conoscenti:

Ad ogni compleanno gli amici più cari mi regalano gadget, indumenti ed action figures relativi alla mia saga preferita, e non mi vergogno affatto di indossare una t-shirt che ritrae uno Zombie Knight. Farò della mia passione una professione, adoro recensire le nuove uscite specialmente se in ambito horror, giocarle in compagnia con il mio ragazzo e vedere chi riesce a terminare per primo ogni quest. Tra noi spesso c’è competizione, ma ci siamo conosciuti proprio grazie alla nostra smisurata passione per i videogiochi, e non potrei esserne più felice. Eppure c’è chi, pur vedendomi sorridere mentre parlo di ciò che colora le mie giornate, mi consiglia di dedicarmi a qualcosa di più femminile, come il trucco. E dire che mi sono diplomata come make-up artist!”
Io stessa, affezionata giocatrice di Battlefield, considerato dai più per nulla adatto al pubblico femminile perché pregno di violenza, ed al contempo tattico e frenetico, ho vissuto sulla mia pelle cosa davvero significhi essere al centro dell’attenzione di innumerevoli sconosciuti solamente perché donna.

La prima accusa che viene rivolta online ad una ragazza che dichiara apertamente di essere una videogiocatrice è di essere una attention whore, ossia alla disperata ricerca di attenzione; la seconda è di essere priva di femminilità, come se tenere un joypad tra le mani rendesse mascolino qualsiasi tratto.

Il motivo per il quale dovrei sentirmi inferiore ed inadeguata, senza la libertà di poter preferire uno sparatutto a Cooking Mama, rimane un mistero.

 Laura C.

Cogitoetvolo