Hancock

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Un film di Peter Berg. Con Will Smith, Charlize Theron, Jason Bateman, Eddie Marsan, Jae Head, David Mattey. Genere Azione, colore 92 minuti. – Produzione USA 2008. – Distribuzione Sony Pictures

Los Angeles. Hancock, supereroe clochard, ubriacone e parolacciaio, salva la vita alle persone e cattura criminali, provocando però cospicui danni collaterali alla città, a causa dell’incapacità di controllare i suoi superpoteri a motivo della sua indole da spiantato. I cittadini, stufi dei danni causati da Hancock, lo mandano in prigione. Lì il supereroe, grazie all’aiuto di Ray Embrey, al quale ha salvato la vita, trova una via per il riscatto morale e sociale, salvo scoprire che una misteriosa attrazione lo lega alla moglie di Ray?

“C’è sempre qualcosa di intelligente in uno stupido film americano”. Wittgenstein aveva ragione. Hancock non è un film stupido, e c’è ben più di qualcosa di intelligente, peccato che quel qualcosa si perda per strada. Finalmente un supereroe non uscito da un fumetto, ma creato dal e per il cinema. Finalmente un supereroe sin dall’inizio in crisi di identità: non sa chi è (e ci ricorda il primo Bourne) e sa di essere stato abbandonato (ha bisogno disperato di affetto e di conferme). Hancock è un supereroe bambino che deve diventare adulto, ma nessuno lo aiuta, nessuno crede in lui. E c’è di più della criptonite di Superman o della sostanza nera di Spiderman 3. Non sono agenti esterni che corrompono il supereroe, ma un suo limite morale e psicologico, che egli non riesce a superare, sia perché nessuno lo aiuta, sia perché non è disposto a farsi aiutare. Il tutto è condito da una ironia (a volte sboccata, ma è nel personaggio) che fa di questo supereroe clochard un personaggio interessante e al quale ci si affeziona subito.

Purtroppo però lungo il film l’immedesimazione (grande limite di molti film di supereroi) si disperde, in parte per la eccessiva rapidità del cambiamento interiore, non del tutto giustificata dagli eventi (e infatti dopo il primo terzo di film allo sceneggiatore occorre inventare un improbabile antagonista capitan uncino), in parte per una sorprendente verità che viene a galla, che però risulta essere fuori bersaglio rispetto al tema iniziale del film (non puoi rendere impossibile l’amore ad uno che deve imparare ad amare). E così la comicità iniziale vira verso il dramma sentimentale per finire in una quasi tragedia, determinando, nella seconda parte del film, una diversità di stile e di tono, che finisce col confondere lo spettatore e indebolire l’immedesimazione.

La sottotrama del padre di famiglia impegnato a cambiare il mondo con i suoi programmi umanitari è francamente troppo scontata: un Hancock al contrario (esterno debole ? interno forte), un uomo che ha una grande caratura morale, ma non ha i superpoteri di Hancock (esterno forte ? interno debole). Il rapporto tra i due poteva far scaturire una rappresentazione potente dell’amicizia, ma alla fine il buono resta buono e sta guardare quello che succede e le sue battute per quanto profonde (“Hai una vocazione, fidati di te!”) sono scontante e al limite del retorico.

Recitazione inappuntabile della Theron, tanto bella quanto brava. Smith, dopo Io, robot e Io sono leggenda (per rimanere nel genere), fa un po’ fatica ad essere scanzonato. La telecamera ogni tanto balla come gli occhi di Hancock quando è ubriaco e ci sono curiosi cambi di ritmo, anche musicale, che danno un tocco di interessante al montaggio, ma niente di sconvolgente. Effetti speciali non troppo invasivi ed un meritevole contenersi nell’ora e mezza di durata, evitando le solite sbrodolature supereroiche; anche se qui un quarto d’ora in più sarebbe servito a rendere il cambiamento del personaggio più credibile e interessante.

C’era molto di nuovo e di intelligente in questo film. Un supereroe accattivante, che non si prende troppo sul serio. Quando si presenta ai suoi compagni di carcere dice: “Mi chiamo Hancock, bevo e mi incazzo!” e con sua sorpresa gli altri lo accolgono per quello che è, con un applauso. Un supereroe più vicino allo spettatore, ma che poi non deve mai risolvere i problemi su un piano profondo, ma solo su quello esterno. E non basta tagliarsi la barba per cambiare l’anima?

Giovane scrittore, sceneggiatore e insegnante di lettere al liceo, disperatamente innamorato della vita e della realtà che lo circonda.