Happy Cogito&Volo: alla ricerca della felicità

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Forse non sarebbe il caso di parlarne: tra una settimana, chissà, potrebbe essere finito tutto. Com’è accaduto alla Macarena con le sue regole imprescindibili, al ballo “casuale” Harlem Shake con i suoi movimenti tarantolati o alle “cavalcate” coreane di Gangnam Style, anche il fenomeno Happy è destinato a scomparire. Questo perché viviamo il momento, sfruttiamo l’onda prima che si infranga sugli scogli, stiamo attenti a non farci sfuggire nulla, neanche la più banale tendenza.

È stato già scritto un Manifesto della Generazione 2.0, la generazione del “mi accollo tutto, basta che sia virale”? Probabilmente no, ma di sicuro la frase conclusiva suonerebbe così: “contagiati di tutto il mondo, unitevi, filmatevi e caricate tutto su Youtube!”. Mentre assistiamo all’incoronazione di Pharrell Williams come nuovo e incontrastato imperatore del Pop, ci imbattiamo sempre più di frequente nei famosi Happy Torino, Happy Roma, Happy Milano, fino a scoprire gli insospettabili Happy Cavaion Veronese, Happy Borgo Cascino, Happy Liceo Classico “Napoleone Colajanni” (cito a caso). Questa sì che è felicità! E chi non sarebbe felice di mostrare le proprie piroette o i propri imbarazzanti e impacciati movimenti al mondo intero? La voglia di emergere, di essere celebrati, di spaccare lo schermo, scorre ormai nelle nostre vene, quindi su con la vita! Balliamo, cantiamo, mostriamoci! Riprendiamo, montiamo, pubblichiamo, condividiamo! Siamo felici, nessuno può tarparci le ali!! Va bene, ci sta un po’ di allegria contro la crisi. E poi? Finito l’entusiasmo, che facciamo? Ovvio, aspettiamo un altro ballo, un’altra tendenza.

Eppure resta un po’ di amarezza: ore, intere giornate, settimane buttate solo per una manciata di “mi piace” e, al massimo, per far vedere al mondo due o tre luoghi simbolo della nostra città. Vale la pena sciupare del tempo per un obiettivo così futile? È vero, dare una mano alla mensa Caritas non dà la stessa visibilità, non rende “fighi”, semmai “sfigati” agli occhi degli amici.

Eppure dovremmo chiedercelo un po’ più spesso: dove sta la felicità? Nell’agitarsi senza motivo davanti a una telecamera? Nel vedere il nostro nome nei titoli di coda? La felicità non si insegna. Forse si scopre. La felicità è un percorso, come la libertà, direbbe Madre Teresa. Se alla grande bellezza manca la grande speranza, e forse anche la grande sceneggiatura, cosa manca al fenomeno Happy? Non manca l’impegno, non manca la tenacia, non manca il coinvolgimento, non manca la pubblicità ai comuni italiani e alle nostre scuole. Forse non manca neanche l’arte, in certi casi. Manca la felicità.

 

Fabrizio Margiotta

Chitarra, armonica e poesia mi basterebbero per vivere. Nel mio bagaglio, tuttavia, anche studi in Legge e una passione smisurata per il giornalismo e la scrittura creativa. Fàbregas, Faber, Fafo o Fafà, Jeff Beck, Animae Partus... chiamatemi come volete, ma questa è l'ultima volta che provo a descrivermi.