Hashtag contro il femminismo. Ma è tutto da condannare?

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Nato in una pagina di Tumblr, il progetto chiamato “Women Against Feminism” si è presto diffuso tra i social network più utilizzati, determinando un aumento esponenziale di fotografie che documentano dettagliatamente le ragioni per cui il femminismo non serve più a nessuno. Se non altro le donne che hanno deciso di prendere parte a questa fiera dei luoghi comuni hanno avuto il coraggio di metterci la faccia. E, a mio avviso, è allarmante vedere che la maggior parte di queste donne sono giovanissime, molto spesso adolescenti.

Innanzitutto la prima domanda, che sorge spontanea rispetto all’interrogativo che queste donne pongono, è: cosa intendiamo noi oggi per “femminismo”? Ma, cosa ancora più importante, cos’è oggi il femminismo? Due domande molto diverse e basta provare a rispondere ad entrambe per rendersi conto che la differenza è abissale. Soprattutto in Italia, parlare di femminismo equivale a riferirsi ad una particolare corrente del femminismo, ovvero quella radicale. Sono molti i punti del programma politico radicale ad essere assolutamente criticabili, come sottolineano alcuni dei cartelli: l’aborto visto come un diritto, la rivendicazione di una gestione incontrollata del proprio corpo, la critica alla struttura della famiglia in quanto focolaio di produzione di stereotipi di genere. Queste sono le tre questioni fondamentali che spaccano il femminismo in una serie di correnti differenti; a livello internazionale il femminismo racchiude sotto le sue ali una pluralità di movimenti dalle opinioni più diverse ed identificarlo con una sola di esse, oltre ad essere sbagliato, è estremamente riduttivo.

Ma torniamo al progetto di cui parlavo all’inizio. Ricercare le cause di questo fenomeno nella pura e semplice disinformazione è sbagliato: se centinaia di giovani identificano il femminismo come una setta di arpie prevaricatrici e spietate nei confronti dell’altro sesso e di quelle donne che non la pensano come loro, è evidente che qualche problema di comunicazione esiste. Significa che oggi il femminismo non è più in grado di trasmettere correttamente gli ideali che lo hanno ispirato, in balia di lobby che lo utilizzano per altri scopi ideologici. Ma ripensiamo un attimo a come si configura il progetto “Women Against Feminism”: è una raccolta di opinioni di donne che esprimono liberamente il loro pensiero. Una libertà che diamo per scontata, di cui ci siamo abituate come un bambino che dopo aver ricevuto il giocattolo tanto desiderato ha già messo gli occhi su qualcos’altro. Ma la libertà di espressione non è un capriccio e per una di quelle ragazze che hanno contribuito con la loro foto al progetto, ce ne sono almeno cento che non potranno mai farlo. O che facendolo, rischiano la vita. Basti citare il caso di Malala Yousafzai, che senza prevaricare nessuno chiede semplicemente di poter studiare. E sappiamo tutti come è andata a finire.

Leggendo le motivazioni per cui oggi non ci sarebbe più bisogno del femminismo, salta subito all’occhio il leitmotiv, il filo conduttore che sembra costituire l’ideologia di fondo del movimento. “I don’t need feminism because I’m not a victim”, non ho bisogno del femminismo perché non sono una vittima. Bellissimo. No anzi, meraviglioso. Il fatto che anche una sola donna possa fare questa affermazione rappresenta una conquista per il femminismo. Ma un “noi” si compone di infiniti “io”. Essere femminista, combattere per i diritti delle donne, non significa pensare solo a me, o alla mia amica, o alla mia vicina di casa. Oggi, connessi come siamo con tutto il globo, significa pensare a quella donna che vive a migliaia di chilometri di distanza come a una sorella. Non chiudere gli occhi a quello che succede fuori dalle proprie sicure e tiepide case.

Essere femministe e femministi -perché per fortuna tanti uomini lo sono- non significa cercare di ottenere diritti per le donne sottraendoli agli uomini, né trasmettere il messaggio ovviamente errato che tutti gli uomini siano violenti e stupratori. Significa essere libere di scegliere. Scegliere chi essere, cosa pensare, in che religione credere, chi e se sposarci, se lavorare e che lavoro fare, senza essere pregiudicate sulla base del sesso. Io penso che su questo siano d’accordo tutte le donne che hanno postato i loro cartelli. Ma rivolgere una critica non significa sbattere su un cartello quattro frasi a effetto, che suonano tanto vuote quanto gli slogan che si vogliono criticare. Il potere della critica sta nel dialogo che questa può provocare e la questione su cui si dovrebbe concentrare il femminismo oggi nei paesi del primo mondo è: fin dove si può spingere questa libertà femminile? E per confrontarsi è indispensabile uscire dalle proprie scatole etichettate, separate come insiemi che non hanno un’intersezione.

Federica La Terza

Ogni riccio è un capriccio, un'idea e una curiosità. Il bisogno di andare oltre la superficie, oltre ciò che appare, mi ha spinto a coltivare a livello accademico il mio interesse per la scienza. Di fronte a tutto ciò che passa sotto la lente di ingrandimento della mia curiosità, cerco sempre di ricordarmi che per trovare risposte bisogna fare le giuste domande.