Henri Cartier-Bresson- L’occhio del secolo

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Il guru della fotografia che sapeva semplicemente cogliere l’attimo

Se c’è una cosa che rende affascinante la vita è sicuramente il paradosso, quella condizione per cui si manifestano  eventi che vanno in contraddizione tra loro eppure esistono.
Tante cose possono essere paradossali: i concetti, le caratteristiche, l’arte, perfino le persone. Henri Cartier-Bresson era una persona paradossale, se così si può definire, perché ha attraversato il XX secolo toccando passato, presente e futuro, ma immortalava nelle sue fotografie solo l’attimo fuggente, guadagnandosi così gli appellativi di “occhio del secolo” e “maestro dell’istante”.

La Galleria d’Arte Moderna (GAM) di Palermo ha deciso di allestire i propri spazi in suo onore dal 21 ottobre 2017 al 25 febbraio 2018 per permettere ai cittadini e ai turisti di guardare il XX secolo attraverso gli occhi di uno dei fotografi più noti di tutti i tempi.

Nato in Francia nel 1908, Henri Cartier-Bresson si forma inizialmente come pittore grazie agli insegnamenti dello zio Louis, e la fotografia non era minimamente nei suoi piani. Nel 1930 acquista la Leica 1, la prima macchina fotografica portatile della storia, ciò nonostante non la utilizza fino al 1931, anno in cui si imbatte in un’opera di Martin Munkacsi, fotografo ungherese degli anni ’30. Dice infatti:

“E’ stata quella foto a dar fuoco alle polveri, a farmi venir voglia di guardare la realtà attraverso l’obiettivo”.

Quell’obiettivo sarà precisamente un 50 mm che, accoppiato ad una Leica 35 mm, sarà il suo equipaggiamento preferito.  Fu la scintilla, l’incontro col destino.  Da quel momento in poi ebbe inizio un viaggio lungo una vita: visitò Cina, Messico, Canada, Stati Uniti, Cuba, India, Giappone, Unione Sovietica e molti altri paesi, tra cui l’Italia, la Sardegna in particolare. Nel periodo della Seconda Guerra Mondiale si arruola nella resistenza francese, e per giustificare questa scelta dichiara: “L’avventuriero che è in me si sente obbligato a testimoniare le cicatrici di questo mondo con uno strumento più rapido del pennello”.

Colleziona numerose foto che ritraggono profili, volti, città, eventi,, scene di quotidianità, particolari o paesaggi. E’ considerato il pioniere del fotogiornalismo, ma il motivo per cui è stato uno dei fotografi più apprezzati di sempre è che riusciva a catturare un attimo di pura bellezza senza però privarlo di una certa tecnica :“È necessario sentirsi coinvolti in quello che si ritaglia attraverso il mirino. Fotografare è riconoscere nello stesso istante e in una frazione di secondo un fatto e l’organizzazione rigorosa delle forme percepite visualmente che esprimono e significano quel fatto”.

Stava lì, pieno di tensione, in agguato dell’attimo perfetto in cui avrebbe premuto il pulsante per scattare la foto: “E’ un’illusione che le foto si facciano con la macchina. La fotografia è mettere sulla stessa linea di mira la testa, l’occhio e il cuore. È un modo di vivere”.

Si spegne nel 2004 in Francia, a 96 anni, dopo aver attraversato un secolo intero.
Nei suoi lavori, molti dei quali esposti alla mostra, possiamo ammirare la ricerca della semplicità: usò solo una macchina fotografica con un solo obiettivo da 50 mm per tutta la vita: d’altronde è comprensibile, il primo amore non si scorda mai.
Questa scelta risiede anche nel fatto che essendo un fotoreporter non  poteva perdere tempo a regolare le impostazioni della macchina fotografica: l’apertura del diaframma non aveva importanza di fronte all’attimo che rischiava di sfuggire a mani poco veloci.

Si dedicava alla sua arte con profonda dedizione:le prime 10.000 fotografie sono le peggiori”  diceva con atteggiamento ipercritico, convinto che si potesse continuamente migliorare. Non seguiva un metodo specifico, si limitava ad osservare la realtà, trovare particolarità e fotografare ciò che poi, mostratolo agli altri, sarebbe stato compreso senza bisogno di spiegazioni.  Non amava quando critici o allestitori aggiungevano descrizioni alle sue fotografie: “lasciamo che le foto parlino da sé e non permettiamo che delle persone sedute dietro ad una scrivania aggiungano ciò che non hanno visto. Le immagini non hanno bisogno di parole, di un testo che le spieghi, sono mute, perché devono parlare al cuore e agli occhi”.

Henri Cartier-Bresson incarna la figura di cui anche questo secolo avrebbe bisogno: un guru in grado di insegnarci a cogliere l’attimo, poiché spesso si tende a concentrarsi su ferite del passato e preoccupazioni del futuro e poco su gioie del presente.

Rossella Azzara

Sono una studentessa universitaria con la passione per la scrittura e la lettura, il cibo, la natura e tutto quello che ha a che fare con l'arte: dalla fotografia al disegno, alla scultura e all'architettura. Mi piace mettermi in gioco, scoprire nuove cose, ma soprattutto mi piace passare il tempo con persone che mi influenzino positivamente.