I dieci comandamenti sotto i riflettori

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Quando porti sulla scena in prima serata tale levatura di argomenti, è difficile rendere tutti contenti. L’impresa tentata dal Benigni nazionale è oggettivamente ardua, nessuno direbbe il contrario.  E la televisione italiana a tale profondità non c’è più abituata, soprattutto nella fascia oraria dell’intrattenimento serale.

Ci hanno tentato tutti – o quasi – i telegiornali nazionali, che all’interno del servizio dedicato al boom di ascolti hanno preferito dar spessore all’iniziale ironico riferimento al caso “Roma Capitale”, quasi fosse parte costitutiva del monologo. Forse per non sconvolgere troppo un pubblico avvezzo alla mediocrità, e non offrire così, a stomaco vuoto, un piatto di così difficile digeribilità: Dio.

Perché è questa la premessa imposta dal comico toscano come condizione per lo svolgimento delle due serate: “Dio esiste. Non venitemi a farmi storie, Dio esiste”. Semplice, no? Una frase -“Dio esiste”- sul cui discrimine muove i suoi passi il corso dei tempi. Una domanda dalla cui risposta dipende il dramma della storia dell’umanità.

Dio non è che non si vede perché non ci sia, ma perché la nostra testa non è lo strumento adatto per percepirlo” “Quando si parla di queste cose, per capire tutto, non si deve capire niente” sono le frasi che vanno a comporre la cornice del discorso. In due parole,  pur liofilizzato in termini “mediatici”, il Mistero fa ingresso in prima serata: e forse, è questo atto audace il più grande merito da attribuire a Benigni.

Due serate, quasi due ore di monologo ininterrotto, nessuno sgradevole intermezzo pubblicitario –  sarebbe stata una presenza troppo stridente – e un solo argomento: Dio e le sue dieci parole più famose di sempre.

Certo, buona percentuale di quel gran numero di italiani  incollati al televisore per le due serate sarà stata attratta più dal relatore d’eccezione, oppure spinta da una qualche curiosità. Ma è assai improbabile che ci sia stato anche solo uno di questi che sia rimasto impassibile all’argomento: perché quando sono certe cavità dell’animo ad essere toccate, è difficile non sentirne dentro il richiamo.

Come da copione, non è mancato il ronzio di polemiche e valutazioni contrastanti che un tale evento non può evitare di suscitare. Per alcuni, quattro milioni di euro rappresentano un compenso eccessivo, per due serate poi, durante le quali più volte sono stati lanciati strali contro la sete di denaro e la cupidigia. Altri ancora, già infastiditi da una  argomento così spirituale in prima serata, hanno lamentato di aver assistito ad un “catechismo per la Chiesa Cattolica in versione mediatica”. Un’ampia fetta di pubblico, questa, che ha avuto la sua rivincita durante le scabrose spiegazioni del sesto e nono comandamento, riguardanti la morale sessuale. Il sesto, in particolare, ha rappresentato  per Benigni l’occasione per una poco felice accusa alla Chiesa Cattolica di aver distorto del tutto il senso della Parola di Dio. Un’accusa che può essere facilmente confutabile alla luce di pochi versetti del Nuovo Testamento in cui si fa esplicito riferimento a questa frase del decalogo, dandogli un nuovo significato, più profondo interiore (un nuovo significato, per l’appunto, fatto proprio dalla Chiesa). Inoltre, non si comprende perché i reiterati inviti durante le due serate al controllo di sé e al dominio degli istinti, debbano esser messi da parte esclusivamente in questo campo.

Come dire, ci sono argomenti che, come li prendi, rappresentano sempre motivo di scandalo. E neppure le due serate ne sono rimaste escluse. Resta certamente attribuibile al nostro premio Oscar, con tutti i limiti del caso,  il merito di aver  appassionato un così vasto pubblico con le dieci frasi più famose, più influenti, più amate e odiate della Storia.

 

 

 

Studente del terzo anno di Lettere Classiche. Innamorato della natura, della letteratura e di tutto il bello che l’uomo ha creato, crea e – speriamo – creerà.