I Grammy Awards e la gioventù bruciante

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I Grammy Awards sono i premi della musica “commerciale”. Somigliano molto agli Oscar, che sono i premi per i film più blasonati, per quelli realizzati col budget più alto (o più basso, perché oggi un film prodotto con due soldi attira molto l’attenzione, a prescindere dalla qualità), più pubblicizzati, più pompati dalla critica, dal cast, dai pettegolezzi del backstage. Non vi aspettate dunque di sentir parlare di Grammy Awards negli ambienti più “underground”, perché al massimo qualche metallaro ubriaco, specie se anglofono, potrebbe confonderli con i “premi” della cara e vecchia “nonnina” dell’infanzia. I “Granny” Awards, ossia la cioccolata per il nipotino più virtuoso.

Esiste la tentazione di parlare così, di lasciarsi andare alla furia “iconoclasta” di chi si erge a vate della vera musica, del cinema di nicchia, dell’arte che conta, e i motivi sono tanti: il mercato discografico attraversa una crisi (oserei dire morale più che economica) senza precedenti, i produttori non badano più a cercare “il futuro del rock ‘n roll” (come Jon Landau nel 1974), i prodotti sono per lo più di scarsa fattura, l’immagine conta molto più della musica, imperversano i talent e la scena è dominata da migliaia di Justin Bieber (non lo conosco, ma pare sia il leader di una precisa categoria di “bimbi”, e mi fermo qua).

Se il rock è morto, insomma, neanche il pop sembra stare tanto bene. E allora ecco spuntare, come ogni anno, queste onoreficenze alla musica di pessima qualità. Ma siamo davvero sicuri che si tratti sempre e solo di musica “spazzatura”? Lo dicono, come accennavamo, i “puristi”, quelli che “dopo Atom Heart Mother non riesco più a guardare una mucca, figuriamoci ascoltare altra musica“, ma non è detto che si tratti di un’osservazione esatta. Anzi, c’è proprio il rischio che si finisca per non sapere più apprezzare niente che non abbia sulla copertina l’etichetta “Questo disco è stato prodotto prima del 1980”, quasi come una specie di “parental control”.

Attenzione, non stiamo discutendo dei gusti di ciascuno. Si tratta semplicemente di sforzarsi di capire la musica di oggi, così come tanti cercano di capire la musica di ieri. I giovani che sanno pensare, che sanno “cogitare” come amiamo sempre dire, sanno quanto è importante costruire ponti, e quanto invece sia devastante costruire muri. Un fan di Lady Gaga non dovrebbe precludersi l’ascolto del concerto dei Deep Purple alla Royal Albert Hall di Londra, né un fedelissimo dei Led Zeppelin, che tiene in casa le reliquie-cd della propria band esattamente come Jimmy Page teneva gli oggetti di Aleister Crowley, dovrebbe precludersi una strizzatina d’occhio a Gotye.

Eh sì, Gotye… ha vinto uno dei Grammy con la sua Somebody that I used to know (i premi sono più di cento se non erro), pezzo che io reputo davvero un gioiello, ma che per qualcuno potrebbe perfettamente essere una canzonetta da quattro soldi, nonostante la gran voce di Kimbra. Una canzone deve fare schifo solo perché gode di milioni di condivisioni e viene mandata alla radio venticinque ore al giorno? Penso proprio di no. Mi sembra di dire un’ovvietà, ma anche la musica “commerciale” in questi anni ha avuto tanti picchi di qualità.
E poi cosa intendiamo per musica “commerciale”? Se intendiamo musica “conosciuta”, non di nicchia, allora sarà difficile non fare rientrare in questa definizione anche U2, Rolling Stones, Bruce Springsteen, Michael Jackson, ACDC (per citare alcuni degli artisti che in assoluto hanno venduto più copie  dei loro album): chi avrà il coraggio di parlarne male?

Se per musica commerciale intendiamo, invece, una grande pattumiera di musica non impegnata e poco ispirata, allora è il caso di non lasciarsi prendere la mano nei giudizi, perché è facile cadere nel tranello di etichettare come di scarsa fattura la musica che non ci piace.

Tutto questo per raccontarvi una serata ai Grammy Awards, in particolare la consegna dei due premi più importanti (miglior canzone e band emergente) a una band newyorkese con un nome, Fun, che di certo evoca divertimento, ma non emozioni più profonde. Il loro pezzo, invece, We are young, è semplicemente da brividi, nonostante la sua semplicità, nonostante pochi semplici accordi, anche grazie all’intervento di Janelle Monàe, talentuosa e poliedrica artista, già affermata nel panorama internazionale.

Tonight we are young / so let’s set the world on fire / we can burn brighter than the sun.
Poche parole per esprimere la bellezza di una gioventù devastante, bruciante ma non bruciata, sognante ma reale.

Meteore? Forse. Anche se un’altra canzone dei Fun, Some Nights, nonostante una certa somiglianza con Cecilia di Simon & Garfunkel (o forse proprio per questo), fa ben sperare per il futuro.

Se questa è la musica commerciale, credo che meriti un ascolto. Siamo giovani: anche due.

 

Fabrizio Margiotta

Chitarra, armonica e poesia mi basterebbero per vivere. Nel mio bagaglio, tuttavia, anche studi in Legge e una passione smisurata per il giornalismo e la scrittura creativa. Fàbregas, Faber, Fafo o Fafà, Jeff Beck, Animae Partus... chiamatemi come volete, ma questa è l'ultima volta che provo a descrivermi.

  • Ilaria T.

    Concordo al 100% con le tue considerazioni. Nonostante la crisi morale della discografia bisogna guardare oltre e trovare quello che di bello la musica “commerciale” (?) può offrirci! Hai citato l’esempio più eclatante: FUN !
    Testi e musiche davvero interessanti!