I più fortunati

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Avevo circa sette anni quando il dentista mi diede il primo apparecchio mobile. Avevo ancora i denti da latte, ma a quanto pare la condizione era già abbastanza chiara da necessitare un intervento massiccio. Ad otto, invece, l’oculista mi diede il primo paio di occhiali correttivi per la miopia. Ne ricordo ancora la montatura: ovali, azzurrini, assolutamente infantili. Mi rivedo con quella cordicella di plastica, durante gli allenamenti di pallavolo, utilizzata per tenerli fermi ed evitare che un pallone in faccia me li distruggesse. L’unica cosa che si distrusse, in quel periodo, fu il mio naso, a forza di sentirseli sbattere sopra quando venivo colpita. Ora, di anni ne ho diciannove. Sono dipendente dalle lenti a contatto, vittima di una miopia peggiorata in maniera esponenziale. Ma ho dei denti praticamente perfetti. Considerato che l’apparecchio lo portai per circa sette anni, è il minimo. Ma ovviamente, mi ritrovo un po’ troppo spesso ad immaginare come potrebbe essere la mia vita senza dovermi svegliare immersa in una foschia nebbiosa e vischiosa come l’acqua. Oppure se avrei avuto un ragazzo alle elementari, senza quelle piastrine nei denti e le lenti da “quattr’occhi”. Tendo a dimenticare, come tutti, che sono una persona invece terribilmente fortunata. Mi lamento, quando in realtà sono assolutamente normale. Quando, diversamente da molti altri, ho potuto permettermi di avere tutto questo per correggere difetti tutto sommato banali. Né la prima, né l’ultima.

Siamo la generazione senza futuro, si dice. Quella della crisi economica, dove non c’è spazio per il cambiamento. Figli di un’Italia che non ci offre abbastanza. I giovani destinati a guadagnare meno dei loro genitori, nella migliore delle ipotesi. Quelli che fuggono all’estero, scappando una realtà che non è capace di offrirci nulla. Ed è in questo panorama che dimentichiamo, ancora una volta, di essere fortunati. Scordiamo di fare parte del secolo della tecnologia, l’era del progresso, di internet  e del cellulare. Lo diamo per scontato, quando oramai l’Iphone è un prolungamento del nostro braccio. Niente di speciale, in fondo ce l’hanno tutti. Eppure, si parla di una manciata di anni. Così poco da sbalordire. Ci siamo adattati, con uno spirito veloce e sorprendente. Non esistono più le file davanti ai telefoni a gettone, così lunghe e noiose. Niente più saluti rapidi, parole veloci per evitare la scadenza di quei pochi minuti. E ancora, niente più telegrammi dall’estero per informare i genitori dell’arrivo. Niente più “kodak moment”, con i suoi rullini, le pose statiche e i mesi a sviluppare. Non esistono più le interminabili serate seduti sul divano, davanti ad una parete illuminata da un videoproiettore, il rumore a scatti delle diapositive che cambiano. Niente più corse disperate nella notte alla ricerca di un passante a cui chiedere informazioni. E poi ancora, i fumatori nello scompartimento a fianco sul treno, le discussioni per i finestrini alzati o abbassati. Gli assegni cambiati dal negoziante di fiducia. La scomodità delle macchine, prive dei moderni seggiolini o di basilare sicurezza. È che non siamo solo figli della crisi. Siamo i pionieri del benessere, della società dei diritti costituzionali. Dell’alfabetizzazione generale. Del minor numero di incidenti stradali e omicidi. Delle foto attraverso WhatsApp. Della chemioterapia. Delle e-mail. Del file mp3 al posto del vinile. Dell’ebook avversario dei libri cartacei. Delle lenti a contatto e gli apparecchi per i denti.

È difficile, mantenere la speranza. Terribilmente complicato, in questo mondo troppo veloce. Gira, gira, non si ferma mai. Non ci lascia il tempo di capire, di vedere la soluzione a ciò che ci affligge. Ma non bisogna mai, mai perdere la speranza. La felicità si trova anche negli attimi più tenebrosi, se solo si ricorda di accendere la luce.

Articolo scritto da Letizia Treossi

Cogitoetvolo