I ricordi del mare

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Un libro scritto con parole alate

Le ragioni per cui un libro può piacere sono molte. C’è il lettore che si immedesima; c’è quello che è invidioso dell’abilità dell’autore perché a sua volta vorrebbe essere uno scrittore tanto capace; c’è quello che ha bisogno di conforto; c’è quello che ama il rumore silenzioso delle parole. E infine c’è anche il lettore che è tutte queste cose insieme – più molte altre. Assaporare questo turbinio di sentimenti – al contempo ruvidi e delicati – rappresenta e sussume quella che è stata l’esperienza di leggere l’ultimo romanzo di Daniel Mendelsohn – scrittore e professore americano (di origini ebree) di lettere classiche. Dal titolo categoricamente didascalico: Un’Odissea – un padre, un figlio e un’epopea.

Ho osservato l’immagine di copertina per settimane prima di acquistare il libro. Qualcosa mi turbava. L’autore lo conoscevo già – grazie al successo del suo romanzo precedente, Gli Scomparsi –, ma l’idea di rifarsi ancora una volta alla relazione tra Odisseo ed il figlio Telemaco – per poi sovrapporla ad una personale epopea interiore – non mi soddisfaceva. Anzi – sono sincero – la sua banalità mi risultava sterile. Eppure – alla fine – l’ho comprato; il fascino immortale dei racconti omerici deve avermi richiamato all’ordine. O forse, il desiderio di essere anch’io un insegnante un giorno. Ma questa è un’altra storia.

È difficile riferire di cosa parli. La storia prende forma quando il padre dell’autore – Jay Mendelsohn, matematico in pensione – chiede al figlio se può assistere al suo seminario sull’Odissea dedicato ai ragazzi del primo anno del Bard College. Una full immersion di alcuni mesi – da gennaio a maggio – per discutere ogni settimana dei ventiquattro libri del poema omerico. Un’impresa titanica, che però si scoprirà rivelatrice:  del testo per i ragazzi; del padre per Mendelsohn figlio. Esattamente come nel libro sedicesimo Telemaco incontra e riconosce il padre, Daniel, tassello dopo tassello, ricostruisce l’animo di un padre che non pensava di poter comprendere così a fondo. Un romanzo, quindi, che tratta dell’archetipo del Bildungsroman(romanzo di formazione) – l’Odissea -, e che diventa esso stesso storia di una crescita. Come se non fosse né attivo, né passivo, ma seguisse la terza possibilità di declinazione del verbo greco: il medio. Che riesce a rendere la stessa parola soggetto ed oggetto, come un uomo che è sia padre che figlio: è il caso di Odisseo; è quello di Jay; è quello di Dan. Così, la grammatica di una lingua diventa la grammatica dell’animo di un luogo viaggio. Anzi, di un’odissea, che è «l’unica parola della lingua inglese in grado di trasmettere tutte le differenti risonanze che si ritrovano separatamente in voyagejourneytravel» (Un’Odissea, Einaudi, pag. 26,).

Ma l’Odissea è ancora più chiara riguardo quale tipo di viaggio abbia intrapreso il suo eroe. Egli sta tornando a casa. Il suo è un nostos(viaggio di ritorno), che trae ragion d’essere dall’immobile lontananza dalla moglie, dal figlio e dalla sua patria; mancanza – che sfuma nel dolore – che in greco si esprime con la parola algos. Eppure, i lunghi dieci anni in cui Odisseo ha errato per il Mediterraneo di ritorno da Troia, non convincono il padre di Mendelsohn: per Jay Ulisse non è un eroe – «Non è un eroe, perché piange. Non è un eroe, perché tradisce la moglie. Non è un eroe, perché gli dei lo aiutano in continuazione!» (Ibidem, pag. 273). Gli eroi sono altri per Jay. E lui lo sa, perché lui ha visto la guerra. Si instaura così – ad ogni lezione – un dialettica esistenziale fra Jay, Dan ed Odisseo. Ognuno alla ricerca di qualcosa. Ma chi sostiene di stare cercando, non è forse che sa già cosa, chi e dove lo potrà trovare?

Nella grotta di Calipso, durante un’escursione della crociera a tema sull’Odissea che i Mendelsohn fanno a metà del semestre, Dan trova la mano di Jay. Il padre è pronto a proteggerlo dalla paura della claustrofobia. E questa goccia di empatia – che il figlio racconta d’aver vanamente cercato per tutta la sua infanzia – si ricollega all’intreccio della dinamica del riconoscimento. La mano del padre riconosce quella del figlio. Nell’Odissea, invece, Telemaco riconosce il padre solo dopo che questi sceglie di rivelarsi. Mentre, nell’ultimo libro, Odisseo non riesce a mantenere il suo segreto troppo lungo, e si rivela al padre. Vorrebbe metterlo alla prova, come aveva fatto con Penelope ed il figlio, ma le lacrime del vecchio glielo impediscono. Così Ulisse si rivela al padre quasi immediatamente, certificando una verità che, verso la fine del seminario, Dan Mendelsohn comincia a sospettare, perché l’ha già sentita da qualche parte: «Nessuno conosce la propria nascita da solo» (dice Telemaco all’inizio del poema). Sicché, al professore, come un lampo, sorge ancora un’altra domanda: «Perché agli occhi di Omero, l’unica bugia davvero inimmaginabile è quella che un figlio potrebbe dire a suo padre?» (Ibidem, pag. 260). Insomma: per Omero, al proprio padre non si può mentire.

Ma forse, è solo una questione di ascolto. Sì, basta ascoltare. E a ricordaglielo sono coloro che danno un senso al suo lavoro. D’altronde la storia indica l’insegnamento come cifra esistenziale del relativismo umano (quasi alla Pirandello), benché «Una delle stranezze dell’insegnamento è che non puoi mai sapere quale effetto farai sugli altri» (Un’Odissea; pag. 241, Einaudi) – dice appunto l’autore all’inizio del capitolo dedicato all’Anagnōrisis (riconoscimento). Riconoscimento e insegnamento, dunque, si compenetrano, sostenuti da una «sintonia tra elaborazione sintattica, nettezza argomentativa e divagazioni erudite» (Alessandro Piperno; laLettura, numero #328), cui si affianca una ritmo empatico capace di smuovere l’animo più nebuloso. È, infatti, proprio uno degli studenti del seminario che un giorno, riferendosi all’episodio del Ciclope, chiede al professore: «Secondo lei, potremmo definirla una storia sull’ascolto? Su come la prospettiva da cui ci si pone influenza quel che si ascolta? Cioè, in questa storia il vero problema è che fin dall’inizio Polifemo sente solo ciò che vuole» (Un’Odissea, pag. 276, Einaudi).

Certo, Jay non aveva mai parlato abbastanza, ma ora era lì, accucciato nel suo angolo all’interno della grande sala del Bard College, e Dan non riusciva ad ascoltarlo. Per tutti quei mesi aveva sentito solamente se stesso e le sue idee. O l’immagine che il tempo gli aveva consegnato del padre. Ma finalmente arriva quella frase. Quando un pomeriggio, durante la lezione dedicata al riconoscimento tra Odisseo e Penelope (libro ventitreesimo), Jay dice: «Sua madre era stupenda». E poco dopo, a cena, continua ricordandogli che «Se in una coppia queste cose ci sono, ti tengono legato anche quando tutto il resto è diventato irriconoscibile». Queste, sono le piccole cose. I dettagli, quelli che la lingua greca è così attenta a sottolineare. Lingua che Jay non conosce, ma che sembra definire ciò che di lui non si vede. Al resto pensa l’inglese: «La verità sta su da sola – e ogni persona che crede in lei – sta su spavalda» (E. Dickinson, Centoquattro poesie; pag. 101, Einaudi).

Verrebbe da chiedersi quale sia la verità di Jay, ma forse non conta così tanto. Qualche filosofo la chiamerebbe verità esperienziale; qualche scrittore, la verità dei ricordi. D’altronde sono questi che permettono alla nutrice di Odisseo di riconoscerlo, pulendo la cicatrice sulla gamba. E sono ancora i ricordi che Dan sente raccontare dagli amici, e dalla musica Jazz che Jay tanto amava, a trasmettergli un’immagina a tratti struggente del padre. Si inerpica così un paradosso in questa piccola storia: i ricordi sono la chiave del futuro. Ma non di quello lontano – quello che verrà fra cento anni -, no. I ricordi parlano del futuro di cui non si ha contezza, di quello che si fonde osmoticamente col presente, e ne costituisce una visione effimera. Come se le memorie del passato avessero effettivamente ciò di cui parla Omero: «epea pteorenta» («parole alate»), capaci di raggiungere ogni angolo della nostra vita. E meno male che volano: la nostra vita è immensa (racconta Barrico in Novecento).

Suona quasi banale, eppure non c’è altro luogo su cui queste parole potrebbero volare, che non sia il mare. Quello in cui erra Odisseo, quello su cui viaggiano Dan e Jay, quello che tutti noi deduciamo infinito. Eppure, è indubbiamente qui il suo segreto. Nella sua ontologica certezza di essere chiuso, limitato. Odisseo, quando tocca terra, prima di essere sopraffatto dall’affetto per le persone a lui care, ha paura. Del tedio. Di ciò che vede, infatti, non riesce a scorgerne la fine. Il tempo gli ha quasi fatto dimenticare ciò che sperava di trovare. La potenza non sembra corrispondere all’atto. Ma l’amore si rivela salvifico. L’amore tra padre e figlio, e tra moglie e marito. Suona banale anche questo? Chiedetelo a Jay e Dan, che continuava a ripetere sottovoce la frase di suo padre «Sua madre era stupenda». «Perché non gliel’aveva mai detto?» – continuava a chiedersi. Chissà. Forse perché come dice Aristotele « il miglior genere di trama è quello in cui riconoscimento e rovesciamento coincidono» (Un’Odissea; pag. 243, Einaudi). Ma ciò forma una storia. E poco prima che Jay bussi alle porta del cielo, è proprio questo che dice la moglie a Dan: «io […] ho bisogno di una storia» (Un’Odissea; pag. 289, Einaudi).
Il segreto dev’essere nei ricordi del mare, che è ciò che lega ogni cosa di questo libro. Sì, dev’essere così:

Saffo: È monotono qui, Britomarti. Il mare è monotono. Tu che sei qui da tanto tempo, non ti annoi?

Britomarti: Preferivi quand’eri mortale, lo so. Diventare un po’ d’onda che schiuma, non vi basta. Eppure cercate la morte, questa morte. Tu perché l’hai cercata?

Saffo: Non sapevo che fosse così. Credevo che tutto finisse con l’ultimo salto. Che il desiderio, l’inquietudine, il tumulto sarebbero spenti. Il mare inghiotte, il mare annienta, mi dicevo.

Britomarti: Tutto muore nel mare, e rivive. Ora lo sai.

(Cesare Pavese, Dialoghi con Leucò; pag. 47, Einaudi).

Anche se, in lontananza, mi sembra di sentire Jay che legge il primo racconto del figlio, e gli dice «È magnifico Dan. Però non credere a queste stronzate sull’amore» (Un’Odissea; pag. 293, Einaudi).

Articolo di Davide Spinelli, originariamente apparso su L’oppure

SCHEDA DEL LIBRO
Titolo: I ricordi del mare
Autore: Daniel Mendelsohn
Genere: Romanzo
Editore: Einaudi
Età minima consigliata: anni
Pagine: 320
L'oppure

L’oppure è il nuovo modo di vivere il territorio, un progetto giovane e dinamico che si pone l’obiettivo di raccontare il patrimonio culturale, storico, artistico ed enogastronomico delle nostre terre. L’arte, il cinema, la musica e la letteratura sono alcuni dei protagonisti di questo racconto, assieme ai festival e alle manifestazioni che animano le città in cui L’oppure è presente.