I sogni appesi

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So solo cosa sento e come vivo: con i sogni appesi

Sono i corpi a fare le storie. Con le loro cicatrici. Le forme delle costole; la lunghezza del collo. Oltre i minuscoli quadratini della zanzariera c’è il richiamo del mondo che bisbiglia il mio nome. L’odore della primavera lo impacchetta come fosse un regalo di compleanno. Ma io me ne sto seduto dietro la scrivania. Da qui il mondo è un sogno. Posso vederne ogni dettaglio. Smusso gli angoli; correggo i volti; corrodo le emozioni. Da piccolo mia madre aveva già capito chi ero, e mi diceva sempre «Per sognare è semplice, basta mettere il “se” all’inizio della frase. Ed ecco fatto. Stai già sognando».

Se fossi una stella vorrei che in mezzo al cielo scaturisse lo stesso bagliore di quella sera nel Burren. Dove a sud dell’Irlanda la luna è a terra e guarda le sue ancelle. Accanto, il piccolo porto di Ballyvaughanbrulica di pescatori, mentre il tramonto sfuma nell’Oceano. Vorrei essere una stella con una luce fioca, quanto basta per farmi riconoscere nell’universo. Ma sopratutto – se fossi una stella – vorrei che qualcuno mi insegnasse a parlare. Non mi interesserebbero le costellazioni, le comete e tutto il resto. No, vorrei solo parlare. E immagino che se davvero lo potessi imparare, direi che non voglio separarmi dal cielo. Come la sciarpa non si separa dal collo, o l’anello dal dito. Perché è questo che dice chi sono.
Se tu fossi un amico, non vorrei che qualcuno ti tradisse. Vorrei che ti dicesse la verità. Che fosse il tuo porto. Quello che cercava Ungaretti in giro per la sua poesia. Perché non meriti qualcosa di brutto. Non meriti di essere abbandonato. La vita offre già abbastanza tempo per stare da soli. Ma devi stare attento, perché i legami vanno curati, come i petali bianchi e stropicciati di una margherita. O la pasta fragrante dei biscotti con le gocce di cioccolata. È come stare nel mezzo del deserto e guardare con occhi asciutti te stesso – dice Sbarbaro. Ma soprattutto, amico, non ferire e dimenticare. Perché anche il dolore ha età. Non c’è rancore; solo sofferenza. E tu dovrai fare il resto.

Se fossi un dramma, vorrei essere La tempesta. E non avrei paura di guardare oltre la mia siepe e scoprire un nuovo mondo. Che sarebbe nuovo solo per me. Come Prospero, direi che «ora non ho voglia di altre storie», ma solamente di questa. Perché se fossi La tempesta mi chiederei davvero se potessi bastarmi. Se vivere in una storia soltanto capirebbe il mio sentimento di solitudine. Poi mi sveglierei in mezzo al mare, e pregherei che un mago furbo ed astuto facesse naufragare la mia nave. E chissà quale isola; chissà a quale mistero andrei incontro. Eppure sentirei di sapere. Se quell’isola sarà vuota, io la riempirò di storie. Se quell’isola sarà nuova, io le darò un nome. Cantando una canzoncina; aspettando Ariel.
Se fossi un barbone, aspetterei un pezzo di pane. E non lo baratterei con una carezza. Manderei Nietzsche al quel paese, e ne terrei buona solo una poesia.

«Vengo oggi perché così mi accomoda» – pensa ognuno che viene per sempre. E non lo turba il mormorio del mondo:«Tu vieni troppo presto! Troppo tardi!».

Se lo fossi, mi chiederei quando arriverai. E se lo farai. Poi spererei che un passante mi regalasse una copia di Cechov. E che la potessi leggere all’infinito. Mentre aspetto il pane.

Se fossi una canzone, sarei quella che sappiamo io e te. Quella che le note sul pianoforte sono i nostri respiri. Quella che… «Abbracciami»mi hai detto. Ed io l’ho fatto. Con la forza più leggera che ho trovato. Volevo alzarti. Sollevarci e volare. Non so dove. Non so su cosa. Ma giuro che avrei voluto volare con te e vedere le tue mani toccare Piazza di Spagna. Ricordo che prima di partire avevo i tuoi capelli in bocca, mentre riposavi sulle mie gambe. Io non riuscivo a dormire e guardavo oltre il finestrino. E capivo che quello che avevamo appena vissuto, era già un ricordo pronto ad esplodere. Perché la vita continua anche senza di noi, che siamo lontani ormai.

Se
fossi un istante, sarei quello prima dell’uragano. Quando le vite sono fatte dai nostri corpi. Ed è importante salvare le ossa (o così dice Jesmyn Ward). Sarei spezzato, come quando stai per partire. Lo vuoi, ma vuoi anche aspettare. Ne hai bisogno, ma ne sei terrorizzato. «La strada migliore è quella senza di me» direbbe qualcuno da lontano. Ma sul viso scende una lacrima salata. Chi sa che dirà il trucco di tutto questo. Eppure, ogni volta, prendiamo posto sul treno. Scappiamo dall’urgano o gli andiamo incontro.

Questi possono essere sogni. O tutte speranze. O persino ricordi. Ma non ho idea di quale parola racchiuda in sé tutto questo. So solo cosa sento. E come vivo. Con i sogni appesi.

Articolo di Davide Spinelli originariamente apparso su L’oppure

 

L'oppure

L’oppure è il nuovo modo di vivere il territorio, un progetto giovane e dinamico che si pone l’obiettivo di raccontare il patrimonio culturale, storico, artistico ed enogastronomico delle nostre terre. L’arte, il cinema, la musica e la letteratura sono alcuni dei protagonisti di questo racconto, assieme ai festival e alle manifestazioni che animano le città in cui L’oppure è presente.