I soldi e il successo fanno la felicità?

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Dopo tanti anni di lotte e battaglie condotte per la parificazione dei sessi in ambito lavorativo ci si è resi conto che i soldi e la carriera non fanno la felicità, soprattutto per le donne. Strano, ma vero! Tutti presi dal turbinio della vita, da una ricerca di maggiore benessere economico, ci siamo dimenticati in cosa consista la vera felicità, la sola che riesca ad appagare realmente l’uomo (e la donna).

Un numero sempre maggiore di donne frequenta la scuola e l’università, riesce a raggiungere posti di lavoro appaganti, visibilità, posti di notevole peso, ma nonostante tutto si avverte un generico stato di non benessere. La felicità delle donne è diminuita notevolmente in tutto il mondo. Perché?

Si chiedeva il filosofo Albert Camus: “cos’è la felicità se non la semplice armonia tra l’uomo e la vita che conduce? “.E allora, se si concorda con Camus, ci si dovrebbe accorgere che c’è qualcosa che non va nella vita che conduciamo. Ma cosa?

Forse il lavoro non è l’unico obiettivo della nostra vita. La donna ha anche bisogno di dedicarsi alla famiglia (che diventa sempre più un luogo deserto e bistrattato) e  di recuperare una rete di rapporti sociali; non di accelerare la tendenza isolazionistica degli ultimi tempi.  Manca il tempo per creare e mantenere una famiglia? i soldi a disposizione non sono sufficienti per mantenere un determinato stile di vita  per coniugi e figli? O invece c’è molta sfiducia nei confronti del matrimonio (dato l’altissimo tasso di divorzi), degli altri, di se stessi?

E da dove deriva questa sfiducia? Sicuramente molto avrà influito il femminismo estremo, che  a partire dagli anni ‘70 ha portato ad un’esaltazione dell’indipendenza della donna, a totale discapito della famiglia, della cura dei figli, della casa, visti come campi di svilimento e mortificazione della figura femminile, e non di esaltazione delle sue proprie peculiarità. Il lavoro casalingo, e tutto ciò che comporta il mantenere in vita una famiglia, viene dai più visto come un second shift , un “secondo turno” (come ha ben sottolineato l’omonimo libro, che nel 1989 ebbe un largo impatto), soffermandosi soltanto su tutto ciò che di faticoso comporta il rientro a casa, al termine di una giornata lavorativa.

Contraddetta da studi economici (The paradox of declining female happiness) l’idea che “A un maggior peso nella società e nel lavoro corrisponde più felicità”, cosa possiamo affermare? Che la donna deve tornare ad essere la custode del focolare domestico? Che per lei deve solo esistere la cura della casa e della famiglia? Non credo, e per un semplice motivo: è un’idea anacronistica.

Ormai è esigenza anche per la donna quella di affermarsi al di fuori dell’ambito casalingo, di far vedere quanto vale, di mettersi al servizio degli altri, di affermare la propria indipendenza. Ma questo non deve essere visto come un baluardo del femminismo, bensì come un’esigenza dell’essere umano, tanto di sesso maschile quanto femminile.

Rimane aperta però la domanda che ha dato il titolo a questo articolo: dove trovarla questa felicità?