I talent fanno bene alla musica?

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Per molte persone parlare di musica, in Italia e non solo, equivale a parlare di talent. Questo perché oramai l’industria discografica, a parte poche eccezioni, permette solo a chi ha vinto un talent show di emergere nel mondo della musica commerciale. Chi ama la Musica in senso lato non si deve far prendere dallo sconforto, né tantomeno additare chi vince un talent come un raccomandato che non sa cantare. Sarebbero posizioni sterili, ma soprattutto illogiche, perché non è detto a priori che chi vinca un reality musicale canti peggio delle sorellastre di Cenerentola. Cerchiamo dunque di fare le opportune distinzioni e analisi del fenomeno talent.

Una delle considerazioni più gettonate è che i talent siano l’unico modo per fare emergere nuovi cantanti. Posizione apparentemente corretta, ma viziata da un errore di fondo: i reality musicali sono la causa per cui molti giovani non riescono ad emergere e non, al contrario, un modo per fare emergere giovani che altrimenti nessuno conoscerebbe. Exempli gratia, immaginiamo che io sia un giovane chitarrista e cantautore in erba. Voglio emergere, voglio un contratto, voglio successo. Cosa faccio? I più ingenui mi risponderebbero: contatta qualche casa discografica e, se vali qualcosa, hai molte possibilità. Sbagliato. Il mercato discografico sa bene che è molto rischioso prendere un “signor nessuno” e farne una star da zero. È sicuramente più comodo e meno rischioso offrire un contratto ad un volto noto, ad uno che si è fatto conoscere dalle ragazzine piagnucolando in uno di questi talent, ad un bel visino che ha già un pubblico assicurato, cioè il pubblico di chi lo ha televotato durante ciascuna delle 6000 puntate del reality. La gente lo conosce, conosce pure il suo carattere e i suoi gusti (come se fosse così importante sapere se al tuo cantante preferito piacciano i peperoni o le melanzane). Quindi, è proprio l’esistenza di questi talent che ostacola il successo di chi non ha la possibilità di andare in televisione.

Capisco bene che la posizione di cui sopra sia una posizione dura, quindi cerco di moderare i termini dicendo che il problema è il “formato talent” e non il ragazzo o la ragazza che esce dai talent. Tutto il discorso, dunque, non ha a che fare con i singoli cantanti, ma solo con le strategie televisive e discografiche.

A questo punto, però, è necessaria una precisazione tecnica sull’effettivo valore di questi ragazzi. In linea generale sono tutti tecnicamente dotati: buona voce, carattere, ottima estensione etc. Eppure i migliori spesso non vincono, perché il televoto è decisamente un metodo barbaro di premiare e anche le giurie tecniche lasciano sconvolti per la non curanza delle loro decisioni. Esempio: ultima edizione di Amici. È mai possibile che si faccia vincere uno come Gerardo Pulli, che starnazza un’imitazione di Vasco Rossi in stato di ebrezza? Occhi di ghiaccio, faccia da cane bastonato… ho capito alla prima puntata che avrebbe vinto lui, anche senza cantare. Ripeto: sono eccezioni. In linea generale quasi tutti sanno cantare. Quando c’è qualità, poi, i risultati arrivano. Noemi ha una maturità vocale e una capacità nell’interpretazione sbalorditive. Emma Marrone ha un carattere quasi mascolino e una buona estensione. Marco Mengoni (alla ricerca di un sound sempre più personale), Antonino Spadaccino (che voce!), Pierdavide Carone (sempre più maturo) e Annalisa (sentitela cantare Bjork!) sono cantanti con un futuro davanti, spero radioso.

Ho fatto alcuni nomi di persone capaci. C’è poi chi, tuttavia, ha un’ottima voce (e penso ad Alessandra Amoroso, che quando canta pezzi soul mette i brividi), ma non produce nulla di soddisfacente da un punto di vista musicale, probabilmente perché non si circonda di persone capaci che valorizzino la sua voce (spero non sia cantautrice, perché altrimenti dovrei prendermela direttamente con lei). Peccato, perché le qualità ci sono.

Tralasciando Marco Carta e Valerio Scanu, che probabilmente non meriterebbero neanche menzione, tiro le somme. Il reality musicale rappresenta un mezzo attraverso il quale molti giovani possono farsi conoscere: questo tuttavia genera un circolo vizioso, per cui tra qualche anno la musica italiana commerciale conoscerà solo loro. Sanremo, una volta estinti (musicalmente parlando) i dinosauri dei tempi che furono, si trasformerà in un “serale” di Amici. Del resto il serale di Amici è già diventato meglio di Sanremo, con le star di Hollywood, i comici di grido e le finali all’Arena di Verona. Chi vincerà meritatamente il talent (è ancora vivo in me il ricordo di Gerardo che “finge” di cantare “Father & Son” di Cat Stevens), dovrà provvedere a produrre buoni pezzi, a circondarsi di persone capaci, a suonare musica decente. Altrimenti, oltre il danno per il cantautorato emergente (ed emarginato), avremo anche la beffa.

Fabrizio Margiotta

Chitarra, armonica e poesia mi basterebbero per vivere. Nel mio bagaglio, tuttavia, anche studi in Legge e una passione smisurata per il giornalismo e la scrittura creativa. Fàbregas, Faber, Fafo o Fafà, Jeff Beck, Animae Partus... chiamatemi come volete, ma questa è l'ultima volta che provo a descrivermi.

  • Contessa Adelasia

    “Tralasciando Marco Carta e Valerio Scanu, che probabilmente non meriterebbero neanche menzione…”
    ahahaha! XD

  • Bell’articolo 😀 Ho detto che l’avrei letto e l’ho fatto, come promesso 😉
    Ti quoto su questo: “Chi vincerà meritatamente il talent dovrà provvedere a produrre buoni pezzi, a circondarsi di persone capaci…”. Io mi auguro che sia così per i ragazzi, ma mi accorgo che non è per niente facile in una cultura un po’ mentalmente e culturalmente chiusa come la nostra.