Icarus, quando la verità è l’unica sostanza proibita

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Il docu-thriller da Oscar sullo scandalo del doping di stato in Russia

 

 During times of universal deceit, telling the truth becomes a revolutionary act.

Queste sono le forti parole, tratte da 1984 di George Orwell, con cui si apre il documentario di Bryan Fogel, Icarus. Questa è la linea guida usata dal regista, direttore e interprete della vicenda raccontata: la verità a ogni costo, vivere la verità in prima persona. Parole che tratteggiano una spaventosa Realtà che forse non ha mai cessato di agire in modo totalitario.

Icarus è stato presentato al Sundance Film Festival nel gennaio del 2017, dove ha vinto l’Orwell Award, premio assegnato a coloro che, come Orwell, hanno il coraggio di mostrare le più scomode verità al mondo intero, attraverso i libri e fino al grande schermo. Il documentario è stato acquistato da Netflix e reso disponibile dal 4 agosto 2017 in tutto il mondo. Il film inoltre ha vinto l’Oscar per il miglior documentario il 4 marzo scorso.

Le vicende narrate in Icarus iniziano nel 2014 quando Bryan Fogel, ciclista a livello amatoriale oltre che giovane regista al suo secondo lavoro, dopo Jewtopia (2013), decide di fare un esperimento su se stesso: iniziare a doparsi per gareggiare nella Haute Route, la più incredibile e faticosa gara per ciclisti amatori, «un Tour de France per fuori di testa» come l’ha definito Fogel stesso.

La faccenda è molto più complicata e nobile di quanto sembra. L’idea di Fogel nasce in seguito alle accuse di doping contro il suo idolo, il ciclista americano Lance Armstrong, che deteneva il record assoluto di sette vittorie consecutive nel Tour de France. L’indagine contro Armstrong si è conclusa tra 2012 e 2013 con la revoca di tutti i premi e riconoscimenti ottenuti dal ’98 in poi. Fogel vuole capire se Armstrong, che ha superato più di cinquecento test antidoping durante tutta la sua carriera, ci sia riuscito tramite corruzione o se ci sia una falla molto più grande nel sistema, una lacuna creata dai “piani alti” in modo che i controlli siano molto più facili da ingannare. Il suo scopo è quello di risultare pulito ai test antidoping, pur continuando ad assumere medicinali illegali e praticando allenamenti adatti e studiati esclusivamente per lui, per cercare di capire come effettivamente le cose sono andate nel caso Armstrong.

Fogel entra allora in contatto con il dottor Grigory Rodchenkov, direttore dal 2005 dell’Anti-Doping Center di Mosca, che lo aiuta a sviluppare il suo piano e gli fornisce le sostanze dopanti. Rodchenkov appare nelle chiamate Skype con Fogel come un personaggio davvero istrionico: gioca e adula il suo cagnolino, fa continuamente battute e sta spaparanzato sul divano con bermuda e canottiera. Il suo inglese dall’accento marcatamente russo è la ciliegina sulla torta.

Mentre Fogel inizia a iniettarsi enormi quantità di testosterone, ormoni e anabolizzanti di ogni sorta, scoppia una bomba mediatica che vede nel dottor Rodchenkov il punto focale: viene trasmesso in Germania dal canale ARD il documentario Doping confidenziale: come la Russia fabbrica i suoi vincitori, realizzato dal giornalista Hajo Seppelt. Il documentario, realizzato soprattutto grazie alle testimonianze di atleti russi, accusa direttamente la Federazione sportiva russa, l’agenzia anti-doping russa, il laboratorio anti-doping di Mosca e l’Associazione Internazionale delle Federazioni di atletica leggera. Iniziano allora le investigazioni della WADA (World Anti-Doping Agency). In pratica, l’intera Russia si ritrova sotto accusa: dal ministro dello sport Vitaly Mutko fino a Putin in persona.

Grigory Rodchenkov, in quanto direttore dell’Anti-Doping Center di Mosca, diventa il vero protagonista della vicenda e il documentario si trasforma in un thriller geopolitico, dove alle sue scioccanti rivelazioni si affiancano le difficoltà nel garantirgli sicurezza. Rifugiatosi a Los Angeles, grazie all’aiuto dell’ormai amico Fogel, Rodchenkov rivela ogni particolare sul doping di stato in Russia al New York Times e alle telecamere di Bryan Fogel. Entra a far parte del programma “protezione testimoni” degli Stati Uniti. Scoppia il più grande scandalo di sempre nel mondo dello sport.

Il dottor Rodchenkov si rivela essere stato la mente ideatrice di questo complicato sistema di doping a livello nazionale, colui che si è occupato della somministrazione degli anabolizzanti a grandissima parte degli atleti olimpici dal 2005 al 2015. Le sue rivelazioni sono sbalorditive: alle Olimpiadi di Pechino del 2008 la Russia ha ottenuto 73 medaglie in totale e gli atleti dopati erano almeno trenta; identica faccenda nelle Olimpiadi di Londra del 2012: su 81 medaglie vinte, almeno il 50% è stato ottenuto da atleti dopati («Oh even more. 50% is for sure…let it be 50%»). Particolare attenzione viene posta all’operazione “Sochi Resultat”, operazione voluta e finanziata dal presidente Putin e di cui Rodchenkov era a capo. Quasi all’intera nazionale olimpica venivano somministrati anabolizzanti e altre sostanze dopanti, ma Rodchenkov, aiutato dalla sua equipe e dal Federal Security Service (FBS, ex KBG), nei laboratori del Centro Anti-Doping delle Olimpiadi invernali di Sochi del 2014 sostituiva i campioni di urina sporchi con urina pulita, incontaminata, seguendo una particolare e complicata procedura (si vedano i dettagli nel video ).

 

How Russia cheated the Olympics.

Want to know exactly how Russia beat Olympic drug testing? We'll tell you.

Pubblicato da Icarus su martedì 20 febbraio 2018

 

Inutile sottolineare che, secondo Rodchenkov, non ci si può fidare di nessun risultato olimpico e sportivo degli atleti russi, perché sistemi di questo genere, per evitare i test o per falsificarli, sono stati studiati e sperimentati già a partire dagli anni Sessanta e Settanta per tutte le discipline sportive, olimpiche e paraolimpiche. Ribadisce Bryan Fogel:

La Russia è un Paese che ha investito cinquanta miliardi di dollari nelle Olimpiadi e ha usato quelle Olimpiadi per consolidare la propria situazione politica interna e invadere un altro Paese per orgoglio nazionale. Questa è una situazione straordinaria, ma penso che sarebbe poco saggio dire che altri non facciano lo stesso in merito al doping, anche se non c’è un’altra nazione che possa aver progettato un sistema così complesso come quello Russo. La verità è che non è stato solo il caso di Sochi, c’è stata Londra, c’è stata Pechino, si risale molto indietro e non è mai finita. Non c’è mai stato un anti-doping in Russia, non è mai esistito.

La WADA propose di bandire la nazionale russa dalle Olimpiadi di Rio del 2016, ma il CIO (Comitato Internazionale Olimpico) rifiutò. La Russia ha quindi partecipato alle Olimpiadi concludendo con 55 medaglie. Sono andate diversamente le cose per le ultime Olimpiadi invernali di Peyongchang: dopo che diciannove atleti sono stati espropriati dei titoli ottenuti alle Olimpiadi di Sochi a causa del doping, il CIO il 5 dicembre 2017 ha deciso di bandire la nazionale russa dai giochi invernali. Ha partecipato solamente una delegazione di 169 atleti, che hanno gareggiato come “atleti olimpici della Russia” e hanno sfilato alle cerimonie di apertura e chiusura con la bandiera olimpica.

Mentre Putin continua a negare di essere coinvolto in questi loschi affari e afferma che il solo Grigory Rodchenkov è imputabile di tali accuse, per il quale ha fatto emettere un mandato di arresto, il 18 febbraio 2018 Alexander Krushelnitsky, atleta russo, è risultato positivo ai test anti-doping, dopo aver vinto un bronzo nella disciplina del curling durante le ultime Olimpiadi. Grigory si trova ancora sotto la protezione americana, lontano dalla sua famiglia che è bloccata a Mosca, sotto vigilanza della FBS e senza passaporti.

I was doing in parallel two things which canceled out each other in being fully contradictory. Doping and anti-doping. It was pure, exact doublethink. I was like a slave. Slavery was my freedom. Till the end. So…truth.

Queste le parole conclusive di Grigory Rodchenkov, che prima di ritirarsi dalle scene cita ancora una volta l’amato 1984. Il bipensiero è quel perverso meccanismo piscologico che consente di credere a tutto e al contrario di tutto, la capacità di sostenere un’idea e il suo opposto, in modo da non trovarsi mai al di fuori dell’ortodossia, dimenticando nel medesimo istante il cambio di opinione. Meccanismo che non fa parte solo del distopico mondo orwelliano.

La situazione rivelata da Icarus è davvero allarmante e molti sono gli interrogativi che fa sorgere: quando gli atleti sono ridotti a marionette e sono il denaro, il potere e la politica a tirarne i fili, ha ancora senso parlare di sport? Ha ancora senso gareggiare se tutti si dopano? Se i vincitori sono già stati decisi? Ha senso portare la competizione a livelli più alti per poi continuare a combattere ad armi pari? È solo la spettacolarità l’importante dello sport?

Il doping non è solo la morte dell’etica sportiva e del fair play. Il doping è la morte di tutto lo sport. Le Olimpiadi sono certamente anche la dimostrazione del valore di uno stato, ma deve rimanere una competizione sportiva, senza sfociare in tensioni nazionalistiche: parliamo di campi da gioco, non di campi di battaglia. Rodchenkov stesso ammette di sentire su di sé la colpa per l’invasione dell’Ucraina, subito dopo le Olimpiadi di Sochi: se la Russia avesse ottenuto meno medaglie, se grazie ad esse Putin non avesse ottenuto così maggior consenso, il suo attacco sarebbe stato sicuramente meno violento.

Le Olimpiadi sono il punto di incontro di tutti i popoli, di tutte le civiltà, la manifestazione di un linguaggio condiviso da tutti gli abitanti del pianeta. Lo sport, prima che duello all’ultimo sangue, è gioco, è condivisione, è unione. Sono la prova generale di una coesione pacifica tra gli uomini. Ma truccare le gare, usando doping ed escamotage per evitare i test, significa infrangere il trattato di pace ancora prima che questo venga firmato; si spezza la fiducia reciproca. E così i giochi olimpici diventano solo occasione di propaganda, un’occasione per mettersi in mostra.

Lo sport è la celebrazione del corpo e delle grandiose potenzialità dell’uomo. L’uso di sostanze dopanti corrode questo spirito: è segno di bravura e vigore vincere barando? Non è questa soltanto una rincorsa a un astratto ideale di perfezione irraggiungibile? Un tentativo di supplire alle mancanze naturali del nostro corpo per diventare delle macchine, perfette, sempre funzionanti, senza cali di prestazione, senza un’etica? Non è un peccaminoso “giocare a essere Dio”?

Icarus è un pugno nello stomaco, un documentario d’inchiesta efficace, duro, sconvolgente, di enorme impatto, anche grazie alla potentissima colonna sonora di Adam Peters. Icarus è il documentario che ha fatto crollare un impero: le ali della Russia, che hanno voluto volare troppo vicine al sole, hanno ceduto ed è naufragata nel mare delle sue menzogne.  Icarus è la testimonianza dell’eroica impresa di Bryan Fogel, il prodotto straordinario della sua ricerca della verità; ha detto il regista nel suo discorso di ringraziamento agli Oscar:

We hope ‘Icarus’ is a wake-up call, yes about Russia but more than that about the importance of telling the truth.

Studio filosofia all'Università di Padova. Adoro leggere, scrivere, viaggiare, Kant, ma solo due volte mi sono davvero innamorata: la prima, quando sono salita su un palcoscenico per il primo spettacolo e ho deciso che avrei trascorso la mia vita in un teatro; la seconda, quando ho messo piede al festival del cinema di Venezia. Amo lasciarmi emozionare e turbare da quello che vedo, amo cercare il senso delle cose, delle azioni, delle parole. Come diceva De Filippo: "Il Teatro (e il Cinema, aggiungo io) non è altro che il disperato sforzo dell'uomo di dar un senso alla vita".