Identità malleabili

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Chi siamo nella realtà, chi siamo sulla rete? Le due persone coincidono? Non sempre. Nel perenne flusso del mondo virtuale, giocare con la propria identità è talmente facile da essere diventata un’abitudine.

Pochi giorni fa, all’università, il mio professore di psicologia sociale ci ha assegnato come compito quello di analizzare l’identità virtuale di un amico, ovvero il modo in cui una persona reale si autorappresenta sui social network.

Facebook, si sa, è un laboratorio dell’identità. Le persone si divertono a giocare con la propria immagine, la trasformano, la colorano, l’arricchiscono a seconda dell’umore o dello stadio della propria vita. È come se, in qualche modo, sui social network ci sentissimo tutti slegati dalla nostro vero Io, quello in carne ed ossa provvisto di documenti ufficiali. Come se ci fosse uno spazio tra identità reale e virtuale, uno spazio sottilissimo ma al tempo stesso capiente. Ed è proprio in quello spazio che creiamo la distanza e la differenza tra chi siamo realmente e chi siamo sui social.

Come prima azione di ricerca, naturalmente, ho aperto Facebook. E ho visto tanti sorrisi, persone che mangiano, ballano e ridono, persone felici e allegre, commenti, immagini e video divertenti. Insomma, sembra quasi che su Facebook il mondo sia una posto meraviglioso e la vita un’avventura fantastica. Ma è realmente così?

Ovviamente no. Perché Facebook, per dirla con Pirandello, non è nient’altro che l’ennesima maschera che ci mettiamo addosso, la più moderna e tecnologica. Dopo questo profondo pensiero filosofico, ho annuito soddisfatta. Facebook è una maschera: mi sembrava un’ottima conclusione, alquanto banale, ma giusta. Poi ho riflettuto ulteriormente. Una maschera è qualcosa di statico, una forma fissa e immutabile, una gabbia. Mentre ciò che siamo su Facebook è tutt’altro che statico, anzi, la nostra identità virtuale è un cantiere perennemente al lavoro – l’incubo di tutti i milanesi – un work in progress che cresce e si evolve con noi. Perciò ho abbandonato l’idea di maschera, perché di certo non si adatta all’inarrestabile flusso della rete. E ho capito che su Internet, un mondo che avanza alla velocità della luce, dove il tempo si riduce a istante e lo spazio non esiste, anche l’identità è diventata qualcosa di malleabile, più simile a un tocco di pongo che a una maschera. Forse, se Pirandello avesse avuto Facebook, avrebbe concordato con me.

Naturalmente, ciò che siamo nella realtà non è modificabile a proprio piacimento. Personalmente avrei voluto essere una di quelle persone che mangiano come pozzi senza fondo e rimangono magri come chiodi, ma mia madre ha preferito dotarmi di un metabolismo più lento, giusto per essere in contrasto con la velocità dell’epoca moderna – perché i veri ribelli, oggi, in un mondo di nevrotici fissati con la puntualità, sono i ritardatari e i perditempo, come il mio metabolismo. Comunque, nonostante non sia possibile sfuggire alla dura verità di come-mamma-m’ha-fatto nel mondo reale, possiamo farlo sui social. Sfido tutti voi a chiedervi quanti dei vostri amici su Facebook vi conoscano veramente. Scommetto molto meno della metà, forse un quarto, probabilmente un decimo. Benissimo, a parte quei pochi eletti, tutti gli altri sono persone altamente raggirabili dalla vostra creatività. Perciò, se comincerete a postare foto di voi photoshoppate nei modi più inverosimili in costume da bagno e con sfondo caraibico, molti metteranno like e altrettanti vi chiederanno da quando fate i modelli per Yamamay.

I social network sono un universo parallelo in cui possiamo dare sfogo alla nostra attività demiurgica, per fare finta, almeno ogni tanto, di essere quello che non siamo. Felici, per esempio, anche quando siamo tristi. Belli, quando invece siamo bassi, grassi e strabici. Soddisfatti di noi stessi, quando invece vorremmo cambiare tutto.

Se Facebook fosse un oggetto, sarebbe la lampada di Aladino, dove un genio può trasformarci a seconda dei nostri desideri. È un flusso di felicità apparente, un paese delle meraviglie virtuale dove l’infelicità, la depressione e le lamentele sono mal tollerate. Forse Facebook non è solo l’identità che tutti vorremmo, ma anche il mondo che tutti vorremmo. Un mondo ovattato dove tutti sorridono felici e si scambiano commenti gentili, in cui la sofferenza è qualcosa di sfumato e impalpabile.

Peccato che, al di là della superficie bidimensionale dello schermo, siamo persone a tutto tondo, che hanno un profilo bello, ma anche una – salutare e necessaria – zona d’ombra.

Susanna Ciucci

Nata a Milano, laureata in Lettere Moderne e in Media Management, frequento il Master in International Screenwriting and Production all’Università Cattolica. Credo fermamente nel potere delle parole. L'ottimismo e l’inestinguibile voglia di dire la mia mi hanno portato ad aprire un blog “Outside the box. Pensare oltre”. E, dulcis in fundo, ho appena tirato fuori dal cassetto il mio primo libro, DISEGNI TRA LE NUVOLE (L'Erudita, 2016), una raccolta di racconti che vuole tenervi "col naso all'insù".