If London was like Syria

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Un minuto e mezzo che si trasforma in un anno di guerra.

30 secondi di felicità.

Londra. Una bambina circondata dai parenti spegne le candeline. La madre la incita ad esprimere un desiderio. Seguono momenti di serena e spensierata vita quotidiana, scanditi a poco a poco dagli annunci al telegiornale, alla radio. “Violenti scontri…” si sente,  e ancora “Il governo dichiara la legge marziale” si legge sul quotidiano che il padre della bambina legge in casa. La bambina inizialmente non fa caso a tutti questi avvisi per “adulti” come ogni suo coetaneo ma iniziano a sentirsi le prime esplosioni, le prime bombe che cadono in città.

In 1 minuto lo stravolgimento.

Arrivano i bombardamenti che portano paura e sconforto, preoccupazione.

I genitori decidono di restare in casa, manca l’acqua, la bambina prende delle medicine, poi tutto cambia, devono scappare, la maschera anti-gas, gli avvisi di pericolo, la vita per strada, i grandi edifici di Londra colpiti, circondati dal fumo dei missili, il London-Eye in lontananza.

Poi il checkpoint. La bambina si separa dal padre, è sola con la madre, nei suoi occhi la disperazione, lo sconforto e la paura. A farle compagnia solo il peluche.

Tutto però finisce, finisce l’anno di turbamenti e di guerra, un anno dopo ed è di nuovo il compleanno della bambina, ma questa volta il desiderio rimane sottinteso, non spegne le candeline, rimane in silenzio, a parlare sono le immagini, e bastano quelle.

La guerra in Siria, uno dei grandi problemi attuali e gli one-second-a-day-videos, moda del momento, usati (non sempre)  per raccogliere momenti felici. Questi i protagonisti del video di sensibilizzazione ideato dall’associazione No Panic per Save the Children in occasione del terzo anniversario del conflitto, allo scopo di evidenziare i drammi e le tragedie che hanno luogo in Siria e per sensibilizzare l’opinione pubblica.

Ma perché allora Londra e non la Siria? Perché il video vede come protagonista una ragazzina britannica e non una bambina siriana?  L’idea è stata quella di trasformare la realtà, di portare una cosa effettivamente lontana come la guerra dalla Siria a Londra, e da lì nel centro del mondo.

“Just because it isn’t happening here doesn’t mean it isn’t happening”.

Finisce così il video: “solo perché non sta accadendo qui non significa che non stia accadendo…”

Il video mostra come potrebbe ipoteticamente essere la vita di una bambina londinese colpita dalla guerra. Gli ultimi dati provenienti dalle Nazioni Unite mettono infatti in luce un’enorme quantità di famiglie disperate che fuggono dalla Siria. I bambini rifugiati sempre di più, quelli uccisi nel conflitto raggiungono i 7.000. Al di là dell’evidente appello alle donazioni, tuttavia, con questa idea l’associazione benefica tenta di presentare lo stato di sofferenza di questi bambini, sempre più le vittime dimenticate della guerra. A tentare di immaginare il 2014 come l’ultimo anno di conflitto, però, anche altre associazioni, spicca fra tutti lo street artist britannico Banksy che rielabora in chiave filmica la sua “Baloon Girl”, la bambina col palloncino rosso, rifugiata siriana che vola sulle macerie del suo Paese.  A lei si aggiungono altri bambini, ora liberi e lontani dall’orrore. Una voce si sente in sottofondo che canta: “Carry both, carry her, carry me”, poi i palloncini che lasciano il mondo con tutti i suoi dolori e la frase: “C’è sempre speranza”. Forse scoppieranno altre guerre, inutile illudersi, ma esiste la speranza, speranza che la guerra non sia l’unica possibilità, che non sia necessaria e inevitabile.

Articolo scritto da Giorgio Guido

Cogitoetvolo