Il campione operaio

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Tutti parlano di Jamie Vardy. Non solo per le sue prodezze, ma per la sua storia. Una di quelle storie che noi amiamo raccontare.

Amiamo le belle storie, lo sapete. Amiamo scoprire la bellezza e l’imprevedibilità della vita tra le pieghe di una quotidianità che spesso non sembra lasciare spazio all’immaginazione e alla creatività. Amiamo le persone normali che scalzano i nomi più blasonati, con la naturalezza di chi crede nel lavoro come arma di riscatto.

Parlando di Jamie Vardy, classe 1987, tutti parlano di una favola, di un sogno apparentemente irrealizzabile che si è fatto realtà. Del resto, non è da tutti riuscire a sollevare al cielo il tanto ambito trofeo della Premier League, la più importante competizione del calcio inglese, dopo essere passati in pochi anni dal campetto dell’oratorio al calcio stellare. Lavoro, dedizione, talento. Questo ragazzo di Sheffield, tutto cuore, piedi e polmoni, ha conquistato già tutti, persino Hollywood, che ha in programma un biopic con Robert De Niro nel ruolo di Mr. Claudio Ranieri. Già, proprio lui, un allenatore talmente snobbato in Italia da essere finito, nel 2015, in una squadretta da poco promossa in prima divisione, il Leicester City Football Club. Un testaccino che si fregerà presto del titolo di Sir, ma che tutti –alla faccia dei detrattori- chiamano già Imperatore Claudio.

Sia ben chiaro: se il Leicester di Ranieri è riuscito a sconvolgere le regole di un sistema che da troppi anni soffre di opulenza, scommesse, lusso e vanità, non è solo merito di Vardy o dei suoi record. Se questa squadra da un penny è riuscita a ridimensionare il Manchester City degli sceicchi, il Manchester United con un fatturato annuo da mezzo miliardo di euro, il Chelsea del petroliere Abramovich o i Gunners e gli Spurs di Sanchez e Kane, non è solo merito del sobrio e pacato Claudio o dello straripante Jamie. Dietro, c’è una squadra fatta di giocatori dalla tecnica sufficiente ma non eccezionale, che picchiano duro in campo ma vanno a letto presto, che corrono più di Forrest Gump e sono continuamente incitati da un pubblico esaltato, fatto di famiglie e ultras che siedono insieme allo stadio. Un pubblico che, per certi gol in zona Cesarini, ha scatenato in città mini-scosse telluriche da 0,3 gradi Richter.

Eppure, tutti parlano di Jamie Vardy. Non solo per le sue prodezze, spesso di rara bellezza, ma per la sua storia. Una di quelle storie che noi amiamo raccontare. A leggere di JV9, sigla sicuramente meno evocativa di quel CR7 che impazza sul web e nelle rubriche sportive, si ha l’impressione di avere a che fare con la classica testa pazza da periferia inglese. Ad esempio scoprendo una condanna penale per rissa in un pub. State tranquilli, era solo il tentativo di difendere dalle botte un proprio amico sordo, preso di mira da alcuni bulli. Per il resto, niente alcool o coltellate. Solo calci al pallone e tanto lavoro in fabbrica. Sì, in fabbrica: un posto certo non adatto ai damerini che affollano le riviste di gossip e perdono intere giornate a provare nuove acconciature e tatuaggi alla Dave Gahan.

Che la favola di Jamie Vardy sia stata scritta in Gran Bretagna, a pensarci, non è un caso: un Paese in cui non è impossibile stravolgere il corso della realtà; non è impossibile sconfiggere gli hooligans e la violenza negli stadi; non è impossibile che un onesto lavoratore senza amici importanti raggiunga la vetta di una piramide che sembra inavvicinabile. E allora viene da pensare che, in fondo, a scrivere questi racconti di riscatto non sia la sorte o il destino, ma il sudore, lo sforzo, l’impegno di chi si sveglia ogni mattina e comincia a correre verso una meta forse lontana, ma reale. Continuate a correre, ragazzi. Più forte che potete, senza voltarvi. E sempre forza Leicester (si legge lèsta).

 

Fabrizio Margiotta

Chitarra, armonica e poesia mi basterebbero per vivere. Nel mio bagaglio, tuttavia, anche studi in Legge e una passione smisurata per il giornalismo e la scrittura creativa. Fàbregas, Faber, Fafo o Fafà, Jeff Beck, Animae Partus... chiamatemi come volete, ma questa è l'ultima volta che provo a descrivermi.