Il carisma del sospetto

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Qualcuno pensa che il grande errore di Pino Maniaci sia stato non essere quello che sembrava essere. Invece no: è solo questione di carisma.

Finora ha parlato lui, adesso parliamo noi. Non per gettare fango su una persona che è innocente fino a prova a contraria, come amano fare gli improvvisati professionisti del cosiddetto giornalismo d’inchiesta, ma per riflettere sul senso di un lavoro, di una professione, di una missione. Perché in Italia, più che altrove, il giornalista appare spesso come una specie di santone, un taumaturgo capace di fare miracoli e di scorgere notizie dove l’occhio umano non può arrivare; un predestinato, fiero della sua luccicanza e dei guai che ne conseguono.

Finora ha parlato lui, Pino Maniaci. E lo abbiamo lasciato fare. Abbiamo permesso che, con i suoi scagnozzi che adesso urlano al complotto, si pavoneggiasse per le presunte amicizie con personaggi –loro sì– dediti alla costante ricerca della verità, come Peppino Impastato. Abbiamo permesso che, dagli uffici minimal della sua prestigiosa emittente, Telejato, pontificasse contro tutto e tutti: politici, gente comune, istituzioni, università. La verità, del resto, è un concetto relativo. Se Pilato parlasse oggi, chiederebbe piuttosto lumi sulla verosimiglianza.

Maniàci, e non Manìaci come dicono spesso al Nord, sapeva bene come incantare le masse. Il carisma del sospetto. Ce l’hanno in tanti e tutti possono averlo. È sufficiente tirare fuori dal cilindro una notizia scabrosa, gettare ombre su qualche bersaglio facile, ipotizzare e ricostruire, accennare per poi ritrattare. Il lettore-spettatore, che non è più hypocrite ma étourdi, con buona pace di Baudelaire, si convince di aver riacquistato la vista dopo secoli di oblio: se prima preferiva dormire, ora è un soggetto attivo e pronto a fare proseliti, infarcito di luoghi comuni, pensieri marci ed elementari rudimenti di quella pseudo-cultura del complotto, delle scie chimiche e –perché no– dell’olio di palma.

Qualcuno pensa che il grande errore di Pino Maniaci sia stato non essere quello che sembrava essere. Non è esattamente così. Chi ha avuto la sfortuna di imbattersi (con cognizione di causa) nel fantagiornalismo di certi autori, sa bene cosa infastidisce di più, tra l’incoerenza di chi scrive e la carenza di obiettività. In fondo, il triste epilogo giudiziario del fondatore di Telejato, che oggi sorprende chi aveva creduto ciecamente nelle sue inchieste, è solo la conseguenza logica di quello che già appariva: giornalismo poco limpido, se non torbido. Antimafia nemmeno tanto professionale, parafrasando Sciascia.

Fabrizio Margiotta

Chitarra, armonica e poesia mi basterebbero per vivere. Nel mio bagaglio, tuttavia, anche studi in Legge e una passione smisurata per il giornalismo e la scrittura creativa. Fàbregas, Faber, Fafo o Fafà, Jeff Beck, Animae Partus... chiamatemi come volete, ma questa è l'ultima volta che provo a descrivermi.