Il caso Neymar: i soldi (non) danno la popolarità

0

Come l’operazione Neymar travalica i confini del mondo sportivo, diventando una mossa sulla scacchiera geo-politica mondiale.

Ieri sera qualche turista a passeggio per Parigi, alzando lo sguardo, avrà visto la Tour Eiffel tinta di verde ed oro. I colori brasiliani salutavano il trasferimento di Neymar dal Barcellona al Paris Saint Germain. Si tratta di una operazione complessiva da quasi 600 milioni di euro. Per capire la portata rivoluzionaria di queste cifre, persino in una economia inflazionata come quella che governa il pallone, basti sapere che il trasferimento più costoso della storia – parliamo di quello di Pogba al Manchester United, avvenuto giusto l’estate scorsa – constava in un esborso di circa 100 milioni di euro: il costo del solo cartellino di Neymar è stimato 222 milioni di euro.

Che il mondo del calcio, da quando ha venduto la sua anima al mondo dei media, abbia travalicato i confini prettamente sportivi per affermarsi come un fenomeno di massa, capace di influenzare la società in ogni suo aspetto, è sotto gli occhi di tutti. Il costante incremento dei proventi dei diritti televisivi, insieme agli ingenti investimenti piovuti dal Medio Oriente e dalla Cina hanno iniettato in quello che era un ecosistema chiuso un virus che lo sta lentamente divorando dall’interno. Emblematica in questo senso l’impotenza assoluta, che sfiora i limiti del ridicolo, della Fifa e del suo Fair Play finanziario, nato per porre un freno agli investimenti folli, di fronte alla lievitazione vertiginosa del volume degli affari che muovono il calciomercato. La crescita è talmente accelerata da impedire ogni possibile previsione sulla destinazione finale di un treno che viaggia come impazzito lungo un binario sconosciuto.

Tralasciando le considerazione prettamente sportive, la domanda che viene naturale porsi è un’altra: perché l’emiro del Qatar, proprietario del Psg, dovrebbe investire una somma del genere a fondo perduto per acquistare un calciatore?

Per intenderci, con un investimento simile, fra le altre cose, si potrebbero comprare sei grandi cantieri navali, oppure una intera isola delle Hawaii, o persino comprare biglietti per tutta la famiglia, gli amici, e il tuo ufficio per il primo volo spaziale della Virgin Galactic, e colonizzare Marte – lasciando ancora da parte qualcosa per i nipoti rimasti sulla terra.

Con l’acquisto di una star come Neymar, il fondo del Qatar che controlla il club parigino non si assicura solo le prestazioni sportive della stella brasiliana, ma anche la sua immagine. E Neymar è ad oggi un autentico brand, capace di muovere folle in Cina per un tour promozionale a lui dedicato, esattamente come una rockstar o un divo del cinema.

Per comprendere l’importanza di questa operazione dobbiamo introdurre la categoria del soft power. L’eredità della Guerra Fredda ha avuto come conseguenza che le potenze mondiali comprendessero che la forza di uno Stato non si misura più esclusivamente sul piano militare, quanto su quello della comunicazione e dell’immagine di sé che si riesce a convogliare; se il cosiddetto hard power è la forza di una nazione a livello industriale, persino politico, il soft power rappresenta l’idea di sè che una nazione è capace di trasmettere all’opinione pubblica, la condivisione dei suoi valori e l’appetibilità del suo modello di vita. L’ esempio più lampante è senza dubbio Hollywood per gli Stati Uniti: è oggi ampiamente riconosciuto che il cinema hollywoodiano ha svolto un ruolo tanto decisivo quanto quello del capitalismo e della democrazia rappresentativa nell’esportazione del modello americano e della sua cultura nel resto del mondo.

Questa novella forma di colonizzazione è forse la più importante in un’epoca dei simulacri come la nostra, dove è l’immagine a farla da padrona. E questo non vale solo per gli adolescenti che usano Instagram, ma anche per le grandi nazioni.

Nell’800 non era infrequente che i rampanti borghesi si trovassero ad avere patrimoni molto più ingenti degli aristocratici. Nonostante questo, venivano guardati con disprezzo e veniva negato loro di sedere ai tavoli che contavano, perché la storia e la discendenza di una famiglia – potremmo dire il brand – non si potevano comprare.

Oggi la situazione di un ricchissimo paese emergente come il Qatar è piuttosto simile. L’emirato arabo, la cui estensione è di poco maggiore di quella dell’Abruzzo e il cui fondo sovrano gestisce un patrimonio di circa 335 miliardi di dollari – che ha quote di rilievo, tra le altre, in Wolkswagen, nell’aeroporto Heathrow di Londra, in Credit Suisse e nell’Empire State Building – cerca disperatamente di rafforzare la propria immagine agli occhi dell’opinione pubblica mondiale. La differenza è che oggi, tutto questo, si può finalmente comprare.

É da diverso tempo che il mondo del calcio è stato scelto come viatico privilegiato per questa operazione. Dall’acquisto del Paris Saint Germain, alle sponsorizzazioni di club importanti come lo stesso Barcellona, fino alla controversa e discussa assegnazione dei mondiali di calcio del 2022, sulla quale pesa l’ombra della corruzione. Ultimamente queste voci facevano pensare ad una revoca della assegnazione? Niente paura, Neymar nell’ambito del trasferimento a Parigi diventa anche il testimonial dei mondiali qatarioti: legando la manifestazione a quello che presumibilmente nel 2022 sarà il simbolo del calcio mondiale, Doha legittima con forza la sua candidatura.

Per quanto riguarda il Barcellona invece, storicamente i catalani non hanno mai avuto alcuno sponsor, fino a pochissimi anni fa, quando sono stati convinti a suon di milioni a sottoscrivere un accordo di sponsorizzazione per la prima volta nella loro storia. Indovinate quale stemma campeggiava sulle maglie blaugrana? Qatar Airways, of course. Lo scorso 30 giugno però il club ha lasciato scadere l’accordo senza rinnovarlo, tagliando di fatto ogni legame fra l’immagine del club e quella del Qatar; c’è chi dice a causa dei presunti legami dell’emirato con i gruppi terroristici che hanno causato gli attentati allo stadio di Parigi. C’è chi dice anche che l’acquisto di Neymar possa essere interpretato come una ripicca. Sarà.

Ma c’è di più. Recentemente, lo scorso 5 giugno, l’Arabia Saudita ed altri paesi del Golfo Persico hanno interrotto le relazioni diplomatiche col Qatar, accusato di favorire alcuni gruppi dell’Islam radicale. L’immagine mondiale di Doha rischiava di uscirne offuscata; ma c’è voluto ben poco per tornare sulle prime pagine dei giornali internazionali, grazie alla provvidenziale operazione Neymar. Solo un caso?

Giacomo Taggi

Romano con una certa passione per la Filosofia. Scrittore e Sceneggiatore, amante delle storie in ogni loro forma.