Il castello errante di Howl

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Un film di Hayao Miyazaki. Con Chieko Baisho, Takuya Kimura, Akihiko Miwa, Tatsuya Gashuin. Produzione: Giappone. Genere: animazione. Target:8+. Uscita: 09/09/2005.

 Dopo aver scoperto un intrigo magico che coinvolge le sue due sorelle, la diciottenne Sophie cade vittima di un incantesimo che trasforma il suo corpo in quello di una vecchia. Costretta ad abbandonare il negozio dove lavora, troverà rifugio nel castello semovente dell’affascinante mago Howl …

Diana Wynne Jones ed Hayao Miyazaki: scrittrice inglese  la prima, regista giapponese il secondo. La fusione della genialità dei due ha prodotto un capolavoro di animazione proiettato per la prima volta in Giappone nel 2004: “Il castello errante di Howl”, che ha addirittura permesso al regista la vittoria del Leone d’oro al festival di Venezia.

Di certo l’opera non si presenta di immediata comprensione, in quanto il regista, noto per le emblematiche sfumature dei suoi film, si serve di un fittissimo intreccio di simbologie e metafore visive in una dimensione in cui la magia fa parte della quotidianità. I singoli personaggi si fanno portatori di specifici significati, ed è appunto l’errare delle loro personalità che li accomuna e li conduce ad un processo di accettazione di sé per nulla semplice e scontato; tale viaggio interiore è accompagnato e seguito da una continua peregrinazione fisica.

Il film inizia con la presentazione del personaggio di Sophie, ragazza riservata ed insicura che abita in una città non nominata, verosimilmente appartenente al mondo medievale; la fanciulla è convinta della propria disarmonia estetica e per questo si è autorelegata all’anonimità. Abile il regista nel presentarla in maniera del tutto diversa dalle altre donne della famiglia: occhi e capelli scuri, sopracciglia folte, abiti semplici dai toni pallidi e capelli lunghi rigorosamente forzati in una treccia, sormontati da un cappello a falda larga che Sophie indossa per nascondersi dagli altri e, soprattutto, per non vedere se stessa. Improvvisamente,  poco dopo l’incontro con il giovane ed affascinante mago Howl, Sophie viene colpita da un incantesimo. Questa assume una corporeità che incarna la visione interiore che ha di sé, sgradevole ed insignificante: si mostrerà nei panni di un’anziana signora, che ha sul volto e sul corpo i segni del tempo senza le possibilità di un roseo avvenire.

Solo nei momenti in cui la fanciulla riesce a trovare la bellezza di cui si crede priva, cioè nelle situazioni in cui manifesta il suo essere e diviene sicura di sé, questa ritorna giovane facendo cadere il costume con il quale, in realtà, si era intenzionalmente celata.

Coperta dalla vecchiaia e da una spessa coltre di abiti (mantella, vestito, mutandoni, calze)  intraprende così un viaggio che la conduce all’interno del castello dello stesso Howl. Egli si presenta come una personalità emblematica e dalle infinite sfaccettature, di carattere vanitoso ma affabile. Una gestualità aggraziata si accompagna alla volubilità del personaggio ed alle sue numerose ossessioni, quali la morbosa brama di bellezza ed il desiderio di apparire al meglio nell’aspetto estetico (il mago sostiene infatti che «senza avere la bellezza non c’è alcuna ragione di vivere»). Questi tratti, insieme ad un notevole estro creativo, disegnano l’immagine di Howl come la figura di un artista viziato, libero da tutti i gravosi vincoli del “vero”, che per essere felice si impone di errare, così da trovarsi ovunque e da nessuna parte, non raggiungendo mai una dimensione stabile. Eppure non è felice.

Per lo stesso motivo il mago si fa conoscere attraverso vari nomi, e quando la stessa Sophie gli domanda le motivazioni di questa scelta, questo le risponde che ne tiene «solo quanti me ne servono per vivere libero», per non entrare in contatto con l’intricata trappola della realtà. Ammette di temere la strega delle Lande, la stessa che ha lanciato l’incantesimo a Sophie, che rappresenta per lui un nemico “concreto” legato al passato:  fuggire è l’unico modo per non affrontarla in maniera diretta.

Il film è inoltre caratterizzato da uno sfondo sociale che ha come protagonisti i tetri scenari di una strana guerra per la quale l’uomo, nonostante l’ambientazione medievale della vicenda, utilizza macchinari tecnologici (anacronismo intenzionale inserito dal regista); al momento di combattere Howl assume le sembianze di un uccello, altra metaforica immagine di creatura che si rifugia in cielo, nell’indefinito, lontano da punti fermi (e per questo rischiosi) come la terra, luogo di guerre, sofferenze e dolori. Però, come lo ammonisce il demone Calcifer: «se volerai troppo non riuscirai più a ritramutarti»: se continuerà a sfuggire alla sua natura, allontanandosi dalla sua vera essenza, rischierà di perderla per sempre.  Ed effettivamente Howl è più debole dopo i suoi voli, ogni volta più evanescente, ed anche i membri della stravagante famiglia (il bambino Markl ed il demone Calcifer) sono abituati alla sua assenza; neanche per loro il grande mago Howl rappresenta una certezza.

L’evoluzione del rapporto tra Howl e Sophie è progressiva e prevede una accettazione reciproca ed una valorizzazione dell’altro che permettono ai due ragazzi di raggiungere nuove inaspettate consapevolezze; un travagliato percorso interiore verso l’annullamento delle proprie radicate convinzioni, le stesse che hanno segnato per entrambi l’inizio del viaggio.

La storia raggiunge uno snodo cruciale quando Sophie scopre l’accordo che lega Howl a Calcifer: il cuore del mago donato al demone in cambio di enormi poteri ed eterna simbiosi tra i due. Ormai forte delle certezze acquisite, Sophie riesce a restituire il cuore (collegamento tra l’animo e la realtà) al mago, rompendo il patto con il demone; la bella ragazza lo libera dalla prigione che da solo si era creato per proteggersi. Eppure Howl e Sophie non smettono di vagare, perché: « mutamenti dell’animo, a questo mondo, sono continui», proprio come le scoperte del mondo e di sé. Sophie adesso ha i capelli sciolti ed al vento, del colore delle stelle.

Anche i messaggi generali che il film trasmette sono molto significativi e vanno ricercati con attenzione in ogni fotogramma. La sovrapposizione di presenze “normali” e magiche nel film e le numerose scene apparentemente prive di senso logico sono solo un astuto espediente per rappresentare la realtà, irrazionale e bizzarra, sulla quale cerchiamo così pedantemente ed inutilmente di imporre ordine e controllo. Diventa impraticabile la separazione tra il vero e l’irreale, ma anche tra bene e il male. Non esistono personaggi buoni e cattivi. L’esistenza è in continuo movimento, soggetta ai mutamenti dell’animo, e varia in base ai punti di vista dai quali la si osserva. Ogni cosa è uguale ed opposta a se stessa, ogni cosa cela un senso invisibile all’apparenza eppure più forte di essa.

Miyazaki crea con il film una interessante Ringkomposition, una vicenda che si chiude con un’azione del tutto analoga a quella iniziale, tuttavia con esiti diametralmente opposti: il castello errerà ancora, ma i personaggi adesso hanno raggiunto una assoluta serenità interiore e si trovano in sintonia con la realtà, allo stesso tempo pronti a scoprirne altre magiche dimensioni, senza temere più di manifestarsi appieno nel loro essere.

 

Articolo scritto da Flavia Petruso

Cogitoetvolo
  • Re Settimo

    Il mio preferito 🙂 Assolutamente meraviglioso!

  • Paolo Veneziani

    Io l’ho visto! E’ fantastico! Ma il film più bello di Hayao Miyazaki è la Principessa Mononoke! 🙂

  • wren nina

    Questo film di animazione mi ha sempre attratto in modo particolare. Credo che molto facciano i disegni. Questi sono dettagliati e particolari, in alcuni minuti veramente solari mentre in altri confusi e cupi. La trama è un susseguirsi di maledizioni, magie, buoni e cattivi che si confondono. Inoltre ci sono dei personaggi cosi vanesi ed egocentrici da essere fuori dai soliti schemi. Howl è più il tipico ragazzo da prendere a schiaffi che quello di cui innamorarsi.
    http://www.wren.it/il-castello-errante-di-howl.html