Il coraggio di amare

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Erano le sei del mattino, pioveva. Il progressivo scrosciare della pioggia tentava invano di sovrastare lo strombazzare delle auto nel centro di Firenze. I primi passanti si reinserivano nella routine quotidiana, chi avvolto in pesanti impermeabili, chi con l’ombrello sotto braccio, immancabile compagno di tutti i fiorentini in quelle inaffidabili giornate d’Aprile. Le prime insegne si accendevano, le prima saracinesche si alzavano. Sopra una di queste torreggiava un vecchio palazzo ottocentesco, dove qua e là mancavano abbondanti pezzi di cornicione. Un unico appartamento non aveva la luce accesa, ma ancora per poco.

Agostino si alzò e si diresse verso l’interruttore. Era un uomo sulla quarantina, alto, stempiato, con una massa di capelli castani. La stanza si illuminò: era arredata in maniera spartana, ma allo stesso tempo elegante, anche se quest’ultima caratteristica era contrastata da uno spesso strato di polvere che ricopriva il pavimento. Ad un osservatore attento non sarebbe sfuggito che ogni stanza di quell’appartamento, sebbene ad una prima occhiata sarebbe potuta apparire abbastanza ordinata, aveva un’aria decisamente trascurata. La camera era composta unicamente da un armadio, uno sgabello con una pila di vestiti ed una scrivania che circondavano il letto matrimoniale.

Agostino si voltò a guardare l’estremità destra del letto, intatta, come se qualcuno non ci dormisse da molto tempo. Poco dopo era intento a bersi un caffè mentre leggeva il giornale. Lasciò scorrere lo sguardo sul Corriere: le solite notizie politiche, lo sport… Non li capiva, lui quei fanatici che osannavano tizi in calzamaglia come eroi, solo perché davano dei calci ad un pallone. “Che coraggio…” ripeteva l’articolo. “Coraggio”, pensò. Non sapeva dove fosse il coraggio nel correre in mezzo ad un campo. Con una smorfia, voltò pagina… Lasciò cadere il giornale, la tazza che aveva in mano cadde e si infranse , spargendo caffè su tutto il pavimento. Si diresse velocemente verso il lavandino e, con mani tremanti, bagnò una pezza e incomincio ad asciugare il caffè, mentre una goccia di sudore gli scivolava su una guancia e cadeva sul pavimento, sebbene il lavoro che stava facendo non fosse così faticoso. In mezzo agli schizzi di caffè, si intravedeva un articolo di cronaca, con una foto dell’Arno e una frase che parlava di un ragazzo morto per annegamento.

Era in strada, coperto da un vecchio cappotto scuro, le scarpe che scivolavano sul marciapiede umido. Il viso era bagnato, ma non erano gocce di pioggia: sudava, aveva gli occhi sbarrati. Per un attimo aveva visto ciò che da tre anni cercava di dimenticare: acqua, vento, un viso che scompare tra i flutti… Ma non poteva ricordare, non doveva… Arrivò ad un vecchio portone di legno con un’insegna riportante: “Tipografia De Lorenzi”. Spinse la maniglia ed entrò in ufficio. Subito venne accolto dal consueto odore di chiuso e dal battito di dita su una tastiera. Udì il solito grugnito di benvenuto e cominciò a lavorare.

Nonostante non fosse proprio un divertimento, provò una bizzarra sensazione di sollievo in quel momento di lavoro abituale, anche per sottrarsi alla pioggia che continuava a scrosciare fuori dalla finestra. Passavano i minuti, quando cominciò a sentire un gocciolio che non aveva niente a che vedere con l’acquazzone di fuori… Gli passarono dei fogli da ricontrollare… Il gocciolio continuava, vicino… Dei conti… Gocce, gocce davvero snervanti… Doveva battere al computer… Gocce d’acqua, la stessa acqua di una fredda notte d’Inverno… Si alzò improvvisamente, gli occhi stralunati, la sedia si rovesciò, e cadde. Tremava, e, senza dire una parola, uscì a grandi passi, sbattendo nervosamente la porta. Al bar più vicino ordinò un caffè, tentando di calmarsi. Ma poi successe qualcosa che lo sconvolse ancora di più: una donna bionda, pallida, che lui conosceva molto bene, incrociò il suo sguardo dall’altro lato del locale: uno sguardo traboccante di odio, uno sguardo che sarebbe stato ingiustificato da un estraneo, ma quella donna lui la conosceva bene. Per la terza volta in quella giornata ricordi riaffiorarono nella sua mente. Lasciò due monete sul tavolo e tornò a lavoro.

Qualche ora dopo era a casa, sognava… Una notte umida, fredda. Un uomo e un bambino passeggiavano lungo una via ampiamente illuminata. Il bambino rideva, e l’altro lo faceva divertire con smorfie e buffi gesti. Svoltarono lungo un ponte e là l’uomo prese il bambino in braccio, per fargli vedere l’impetuoso scrosciare sotto di loro. Qualcosa cadde sul marciapiede. Si chinò per raccoglierlo, ma, quando si rialzò, il bambino non c’era più. Subito si affacciò dal parapetto e sentì un tonfo sordo. Cominciò a gridare, vedeva qualcosa muoversi tra i flutti, la gente cominciava a raccogliersi vicino a lui. Qualcuno chiamò i soccorsi ma era inutile non sarebbero mai arrivati in tempo c’era una sola cosa da fare, ma non ci riusciva, aveva troppa paura…

Si svegliò di soprassalto, era madido di sudore, respirava affannosamente. Chiuse gli occhi e appoggiò la testa sul cuscino. Sul comodino accanto a lui, c’era una foto, un uomo sorridente, un bambino in braccio e accanto una donna, identica a quella che aveva incrociato il suo sguardo poche ore prima.

Il portone della chiesa cigolò, quando lo aprì. Dopo un cenno alla figura crocifissa sulla parete in fondo, si inginocchiò al confessionale, e senza aspettare altro, disse:

– Vorrei confessarmi.

La voce lenta e profonda del sacerdote gli rispose, e lui continuò.

– E’ lo stesso motivo per cui sono venuto l’altro ieri, padre. Anche se ieri ho ricordato di nuovo. Non ce la faccio, è un tormento, lo rivedo di continuo lì in mezzo alle acque, ed io che non faccio nulla per salvarlo, perché sono… un… codardo. Ed eccomi qui, con lui che l’ho perso e lei che mi ha lasciato, solo senza famiglia.

– Non è vero. La tua famiglia ti avrà veramente lasciato quando tu l’avrai dimenticata. Comunque, ricorda questo: il coraggio, il tuo coraggio non sta nell’allontanare la paura, ma nell’affrontarla e superarla.

Camminava spedito, dribblando le pozzanghere, deciso come non lo era da moltissimo tempo. Un nuovo senso di determinazione si era impadronito di lui, sentiva l’eco delle parole del sacerdote e questo sembrava dargli una nuova energia, non sapeva perché lo stava facendo, ma sapeva che era l’unico modo per finirla. Arrivò davanti a un ponte di marmo. Represse un brivido e avanzò. Incredibile come fosse tutto così simile a quella volta… Fu un attimo. Lì, tra le onde, si agitava, tentava di risalire. No. Non era possibile. Non un’altra volta. Questa volta non sarebbe successo. Raccogliendo tutta la determinazione che aveva, salì sul muretto. E si gettò tra i flutti.

Il “Rocky Boy” fece affari d’oro quella mattina. Cinque o sei uomini erano riuniti attorno ad un bancone, esponendo ciascuno la sua opinione sull’argomento riportato in un angolo del Corriere della Sera. La cosa bizzarra era la presenza di una figura che non si era mai vista prima lì, un sacerdote. Stava dicendo:

– Io lo conoscevo. Gliel’avevo detto io di andare là, per superare la sua paura dell’acqua. Passava di lì per caso. Sul giornale dicono che ha salvato quel ragazzo, è morto al suo posto.

Un altro aggiunse:

– E’ vero, aveva il terrore dell’acqua, ricordo di non averlo mai visto andare in vacanza al mare, ed io abitavo di fronte a lui, capite? Per me non può avere salvato quel ragazzo, sono solo chiacchiere. Una storia inventata per riempire un angolo di giornale.

– Vi sbagliate. E’ stato l’amore per suo figlio a spingerlo a salvare quel ragazzo.

– Ma non era suo figlio, suo figlio è morto!

– Non fa importanza, vi dico che in quel ragazzo c’era anche suo figlio, che è stato l’amore di suo figlio a dargli il coraggio di buttarsi in quel fiume e salvare quel ragazzo. E’ stato un gesto d’amore, il più grande che qualsiasi essere umano possa sperare di fare.

 

Questo racconto, scritto da Alberto Montemurro, è risultato vincitore per il contenuto al concorso “I-play: ma l’amore non è un gioco”, svoltosi a Terrasini (PA) e sponsorizzato da Cogitoetvolo.

 

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