Il corpo umano

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La seconda opera è sempre più difficile della prima. Soprattutto se sei giovane e con la prima hai venduto due milioni di copie e vinto prestigiosi premi letterari. Questo Paolo Giordano lo sapeva, perciò ci ha messo cinque anni per dare alle stampe il suo secondo romanzo (anche questa volta per i tipi di Mondadori). Ed è andato a cercare l’ispirazione lontano, in Afghanistan, dove si è recato più di una volta per scrivere dei reportage di guerra. Ha visto ragazzi della sua età e anche più giovani mettere a repentaglio la propria vita, con più o meno coscienza di quello che rischiavano. E lì è scoccata la scintilla di una storia di giovani soldati, e uno in particolare, che cercano in una base militare operativa di sfuggire ai conflitti che vivono tra le mura di casa.

Il corpo umano è un romanzo di guerra, ambientato in una fob (forward operating base) tra le montagne dell’Afghanistan, protagonista il terzo plotone della compagnia Charlie. Un gruppo di alpini si prepara per una missione di sei mesi in un teatro di guerra difficile, pieno di insidie e incertezze, dove si muore. Ma la guerra più difficile ognuno di loro la sta già combattendo, è quella delle relazioni sentimentali, dei rapporti con la propria famiglia, con se stessi, per accettarsi come si è. Una guerra che non finisce mai, in cui le sconfitte lasciano cicatrici spesso più profonde dei colpi di mortaio. La vita nel campo militare, le esercitazioni, le scomodità, la distanza da casa e dagli affetti, le bombe che esplodono vicino fungono da crogiolo che mette alla prova le loro esistenze. Finché un evento più sconvolgente degli altri segna un punto di svolta per tutti loro, forse il passaggio della soglia che dà accesso all’età adulta.

Pare sia stato Paul Valery ad affermare che un autore scrive sempre lo stesso libro. Il corpo umano, con la sua ambientazione militare apparentemente molto distante dalla vicenda di Mattia e Alice, in realtà ha molto in comune con il primo romanzo di Giordano. In fondo anche Cederna (il soldato spaccone e violento), Renè (il maresciallo che sente su di sé la responsabilità della vita di ventisette uomini), Egitto (il tenente medico che si imbottisce di antidepressivi per non soffrire il dramma dell’esistere), Ietri (l’insicuro ma valoroso soldatino inesperto della vita), Di Salvo e tutti gli altri della compagnia sono un po’ numeri primi anche loro… Soffrono. Sono uomini grigi che vagano in un deserto che prima di essere quello dell’Afghanistan è quello di un’esistenza senza punti di riferimento, dove ciascuno insegue qualcosa ma arriva sempre in ritardo: Cederna scopre tardi il senso dell’amicizia, Renè quello della paternità, Egitto quello della famiglia, Ietri quello dell’amore. Di Salvo si fa le canne per non pensare a nulla. Ognuno alla fine resta solo.

Il corpo umano del titolo è proprio lui, il corpo fatto di muscoli che si atrofizzano, nervi che si tendono, ossa che si rompono, intestini che si infettano… L’occhio clinico di Alessandro Egitto, attraverso il quale viene raccontata gran parte della vicenda, traduce ogni sentimento e ogni situazione in fisiologia e patologia, legge i sintomi, esprime diagnosi, cerca terapie. La fisicità la fa da protagonista lungo tutto il romanzo, anche in modo imbarazzante a volte, come nella descrizione degli effetti intossicati di una partita di carne andata a male e delle lotte per la conquista di una latrina. Oppure nel rapporto con sesso, per come lo vivono tutti i personaggi del romanzo. In un clima goliardico e cameratesco la battuta o lo scherzo ‘da caserma’ ci può stare, è realismo. Ma per questi ragazzi pieni di vita e schiacciati dalla tensione il sesso sembra una forza irresistibile, a cui si può solo soccombere, nonostante la volontà forgiata con dure marce e i muscoli diventati di acciaio con l’allenamento costante. Per nessuno di loro il sesso è una manifestazione d’amore: è invece ora fuga dal dolore, ora banco di prova della prova virilità, ora trofeo da sbandierare nelle serate tra commilitoni, ora sfogo della rabbia, ora merce di scambio. Sempre squallida affermazione di se stessi, narcotico per una vita insoddisfatta.

Eppure questa materialità corporea che sembra soffocare tutto fa trapelare le profonde domande spirituali che albergano nel profondo del cuore di ogni uomo (domande a cui a cui, però, Paolo Giordano non sembra attrezzato per dare risposte). Alcune sono scritte in carattere ridotto nella quarta di copertina: cos’è una famiglia? Perché scoppia una guerra? Come si diventa un soldato? Sono le stesse che Alessandro Egitto, in procinto di partire per la missione dopo la morte del padre, si pone mentre prova a bombardare il disagio con le pillole di serotonina.

La famiglia. Qui come ne La solitudine dei numeri primi, è un luogo dove si soffre, dove sembra non ci sia la possibilità di sentirsi accolti e amati, dove le relazioni sono complicate e come segnate da un virus che semina insoddisfazione, scontro, fuga, silenzi. O come lo IED (Improvised Explosive Device) una bomba artigianale insidiosamente nascosta dai talebani in qualunque angolo delle strade, pronta a far saltare tutto in aria, che ti costringe a camminare guardingo, a ponderare ogni passo, a saggiare il terreno senza mai poterti sentire sicuro.

Sì, sembra che la vita non sia altro che questo: un brutto periodo in mezzo al deserto, dove si va avanti in cerca di un sentiero, provando ad evitare le mine antiuomo. E quando qualcuna esplode chi l’ha scampata procede a zig zag, incerto. Manca tra queste pagine, ancora una volta, quella piccola luce di speranza che potrebbe far dire: sì, è vero, la vita è sofferenza, ci sono i conflitti, ma non sarà sempre così, qualcuno, qualcosa, si salva, ci salverà; dalla guerra verrà fuori la pace.

SCHEDA DEL LIBRO
Titolo: Il corpo umano
Autore: Paolo Giordano
Genere: Drammatico
Editore: Mondadori
Età minima consigliata: 16 anni
Pagine: 310
Guido Vassallo

Insegno in una scuola media, ma la cosa che mi piace di più è imparare. Per questo leggo, per questo parlo con la gente e mi stupisco ogni volta dell'infinità dello spirito umano.

  • Elisa Bonaventura

    Riporto brevemente le parole di Massimo Gramellini sul libro, che condivido in pieno:
    “Ogni volta che leggo le pagine splendide e inesorabili di Giordano l’orfano ottimista che abita in me vorrebbe portare a pranzo l’autore e i suoi personaggi, per ricordare loro la legge fondamentale della quantistica: la realtà è fatta di scie infinite, quindi di infinite possibilità. Nessun evento del passato ci condanna a rimanere per sempre lungo la stessa corsia: possiamo cambiarla, persino oltrepassare il guardrail. Ecco cosa vorrei spiegare a Paolo G. Poi però mi ricordo che, fra noi due, il professore di Fisica è lui. ”

  • MarioR

    Condivido l’idea di fondo dell’articolo: lo scrittore, nella sua attività letteraria, ha il
    dovere di proporre dei messaggi significativi che gettino un barlume di speranza in un mondo fin troppo caotico e guidato da un pericoloso relativismo etico.

    Tuttavia, bisogna anche considerare che il letterato deve cercare di destreggiarsi all’interno dei meandri della mente umana, indagare criticamente ogni aspetto della realtà, senza avere paura che le proprie idee possano essere considerate
    eccessivamente pessimistiche.

    Lo sconforto, la malinconia, la tristezza, a volte, paradossalmente, possono rappresentare un utile strumento per risollevarsi, per cercare di migliorare la propria vita e non cedere di fronte alle lusinghe di un atteggiamento esclusivamente ottimistico che escluderebbe dal proprio campo d’indagine aspetti fondamentali della realtà.

  • Jessica C.

    Come avrò ormai sfinito gli utenti, a me non mi era piaciuto “La solitudine dei numeri primi” perché oltre a raccontare le sofferenze dei protagonisti in un contesto di menefreghismo troppo irrealistico (pure i “Brutti, sporchi e cattivi” di Scola si sarebbero accorti dell’anoressia di lei e dell’autolesionismo di lui), i personaggi, anche se avevano delle caratteristiche discrete, diventavano a lungo degli stereotipi e il ritmo, nonostante abbia letto dei libri con un ritmo più lento, era veramente pesante fino a un certo punto, non per l’angoscia, ma per la noia soporifera che mi coglieva nei momenti di calma della vita dei personaggi (il trasferimento di lui e la relazione di lei con l’altro). Anche se non sono arrivata in fondo, il romanzo non mi ha trasmesso niente e mi domando ancora come cavolo abbia vinto il Premio Strega. A me sinceramente piacciono molto di più i film e i libri che hanno anche una presenza pessimista, amara e un po’ angosciante perché in fondo nella vita esistono e devono esistere anche questi dubbi e l’incertezza di cosa succederà domani o tra una vita (ad esempio “Amici Miei”, divertente, spassoso ma anche molto triste e amaro). Spero che in questo nuovo romanzo abbia cercato di approfondire i personaggi e cercato di mantenere le profondità senza smarrirle nel nulla come è successo nel precedente, che non metta a cuocere nel fuoco troppe domande e troppi dubbi perché non è stato in grado di farlo e al massimo le ha risolte alla “Carlona” nell’opera prima. Insomma che voli basso e che non pretenda di essere il nuovo Pirandello o Calvino…