Il curioso caso di Benjamin Button

0

Un film di David Fincher. Con Brad Pitt, Cate Blanchett, Tilda Swinton, Julia Ormond, Jason Flemyng. Titolo originale The Curious Case of Benjamin Button. Drammatico, durata 159 min. – USA 2008

Vi è mai capitato di chiedervi perché la parte più bella del nostro viaggio, quella della gioventù,  non possa arrivare alla fine della nostra vita? Perché non spegnersi senza sofferenza, addormentandoci accanto a chi abbiamo amato?

Anche Mark Twain si poneva questo interrogativo: «È una disdetta che la parte migliore della vita sia all’inizio e la peggiore alla fine». Tratto dall’omonima novella di Francis Scott Fitzgerald Il curioso caso di Benjamin Button (già il  titolo suggerisce qualcosa di singolare), narra la vita di un uomo, come tutti noi, che non è in grado di fermare il tempo ma che, anzi, lo vive cercando se stesso grazie a persone e luoghi che incontra lungo il suo cammino, scoprendosi lungo la via.

Potrebbe essere un fenomeno da baraccone, un uomo segnato, per la sua diversità, a nascondersi dall’occhio altrui, ma al contrario vive serenamente i suoi anni imparando ad accettarsi. Non ci sono barriere se non le si vuole vedere.

Un viaggio nel tempo dal termine della Grande Guerra ai giorni nostri (un film sulla vita di un uomo che va “al contrario” non poteva che iniziare da “una” fine).

Ringiovanire anziché invecchiare, sogno bramato da tutti soprattutto nella società di oggi, si rivela una sofferenza. Benjamin è come se suggerisse, soprattutto alle nuove generazioni, di non correre, di non pensare che la vita da adulti sia più facile e scontata. Ogni minuto della nostra vita va assaporato, ogni momento può rivelare sulla nostra strada qualcuno di straordinario che ci aprirà le porte di nuove avventure, ogni attimo può essere colmo d’amore. “Non sai mai cosa c’è in serbo per te”.

Se il tocco della sceneggiatura ci risulta familiare è perché è firmata da Eric Roth, lo stesso di «Forrest Gump». Enorme il lavoro fatto sull’invecchiamento e il ringiovanimento digitali di Brad Pitt, entrambi ottenuti sperimentando una tecnica innovativa di motion capture. Le tenerezze nostalgiche, le scenografie e gli abiti d’epoca, lo studiatissimo e policromatico accompagnamento musicale, la fotografia sul color seppia, la tecnica della «motion capture» applicata alle mutazioni di Brad Pitt, la voce off quasi sussurrata della narratrice morente: un insieme armonico.

A tratti il regista si diverte a inventare nuovi linguaggi (l’uomo colpito dal fulmine, il particolare racconto dell’incidente parigino di Daisy) spezzando il ritmo malinconico che ci accompagna verso il culmine della storia.

La settima regia di David Fincher,(“Seven” e “Fight Club”: entrambi con lo stesso attore candidato favorito per la statuetta) risulta impeccabile e raffinata: uno spettacolo grandioso che motiva le 13 nomination all’Oscar. Fincher era interessato al progetto dal ’92 e l’idea di portare sullo schermo questo «curioso caso», affascinava Hollywood dagli anni Sessanta. Ma era troppo difficile, troppo costoso. Tanto che persino Steven Spielberg rinunciò.

Il film è la metafora dell’inadeguatezza di ognuno di fronte alla vita e l’amore, la transitorietà dei rapporti e dei momenti che possiamo dividere con gli altri. Benjamin Button diventa così la dimostrazione che niente è impossibile perché c’è chi si arrende troppo presto, chi abbandona le sfide che ci rendevano felici: una sorta di angelo che non ha bisogno di parole per illuminare gli altri, ma a cui basta esserci per provare da dove nasca la felicità.

Le persone ci passano accanto, ognuno lasciando un piccolo segno dandoci la speranza che, anche ai giorni nostri, ci sia qualcuno come Queenie che dedichi tutta la sua vita e il suo amore per dare speranza ad una vita che tutti volevano spezzare…ed ancora oggi purtroppo, la storia si ripete spesso, troppo spesso.

 

Cogitoetvolo