Il diritto alla vita è uguale per tutti?

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Dopo sessant’anni dall’approvazione dell’Articolo 3 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, è partito dall’Italia, lo scorso anno, il primo passo per la proposta della moratoria contro la pena di morte. L’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha preso in esame il tema. La conclusione? Centoquattro paesi sospenderanno tutte le esecuzioni programmate e vieteranno ai tribunali di infliggerne di nuove per un periodo di tempo ancora non ben definito.

Ottimo risultato, anche se l’obiettivo finale sarebbe giungere all’abolizione definitiva di una pena che lede la dignità dell’uomo e il suo diritto alla vita, tanto difeso da cristiani e non.
Come scritto nel trattato “Dei delitti e delle pene” (Cesare Beccaria), il reato è un danno procacciato alla società e va punito con una pena proporzionata che abbia un intento rieducativo e non vendicativo. In caso contrario lo Stato si macchierebbe a sua volta di un crimine, ma dal momento che rappresenta la coscienza dei cittadini non può detenere un simile potere.

pena-di-morte.jpgIdee del tutto innovative per il tempo in cui visse, che hanno invece molto in comune con gli intenti della più moderna associazione Onlus  “Nessuno tocchi Caino”, fondata nel 1993.
Questa si pronuncia a favore di una moratoria universale contro la pena di morte, utilizzando come slogan un passo biblico: “Il Signore pose su Caino un segno, perché non lo colpisse chiunque lo avesse incontrato”. Ciò sta a significare che è corretto punire gli uomini quando commettono reati che violano il vivere civile, o, ancor peggio, la libertà e i diritti umani (nel caso del delitto), ma con la giusta misura, senza accanimento vendicativo.

Una tale discussione sui diritti umani non poteva che far risollevare un dibattito su un tema spesso sottaciuto, con l’accusa di bigottismo religioso, quale l’aborto.

Ci possono essere tutte le attenuanti e la comprensione di questo mondo, ma nessuna persona che voglia guardare le cose con oggettività e senza prese di posizione ideologiche può negare che l’aborto è la soppressione di una vita umana: una vita umana innocente e per di più indifesa. Eh sì, perché la pena di morte tutto sommato potrebbe essere giustificata, dal momento che l’uomo che compie un delitto è considerato fuor di dubbio colpevole (a meno che non si tratti effettivamente di un errore giudiziario) e deve assumersi le responsabilità delle proprie azioni. Ma un bimbo che esiste da poche settimane, che colpe ha?

Notevole è il fatto che promotore di questa seconda moratoria sia un ateo dichiarato, Giuliano Ferrara, direttore del quotidiano “Il Foglio”, e non un credente.
In un articolo pubblicato il 5 gennaio scorso egli afferma che l’aborto è diventato un fenomeno inarrestabile,definito addirittura “aberrante”, con sfondo razzista.

Perché infatti privare milioni e milioni di bambini del diritto di venire al mondo e di godere delle gioie della vita, di certo non priva di delusioni e dispiaceri? Questa esaltazione della scienza che porta ad una “pulizia etnica sistematica” non condurrà di certo ad un’umanità felice solo perché ci saranno vite sanitariamente perfette, poiché lascia un segno incancellabile in quelle donne che si sottopongono ad intervento chirurgico o assumono la Ru486 ed elimina una parte insostituibile dell’umanità.

pro-life.jpgUn tale comportamento, inoltre, nega lo spirito di accoglienza e di rispetto dell’altro che deve aver origine innanzitutto nell’accettazione di una nuova vita all’interno della famiglia. Viene negato anche il profondo concetto di amore che vede il concepimento come frutto della volontà di due individui che decidono di formare una famiglia stabile, in grado di contribuire alla creazione di un futuro per la società.

La vita è un valore troppo grande. E’ giusto che sia assoggettata all’arbitrio di uomini e donne che a volte sono incapaci di disporne in maniera adeguata?
Forse l’approccio utilitarista a questioni così rilevanti per l’esistenza umana è dovuto alla poca riflessione dell’uomo contemporaneo, alla sua incapacità di guardare la vita in profondità.

Riflessioni sulla vita e l’esistenza umana stanno al centro dell’indagine di molti poeti come ad esempio Leopardi che, definito pessimista per antonomasia, non fa altro che cantare il “tedio” e le sofferenze della vita, ma nonostante tutto non può far a meno di esaltarne il valore inestimabile, ponendosi domande esistenziali come quella presente in “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia” : « Se la vita è sventura perché da noi si dura? ».

Una mia interpretazione di questo passo è che l’uomo ha una tensione spirituale verso la felicità, che cerca di raggiungere sulla terra attraverso la perpetuazione della specie, nella speranza di un futuro migliore, che non è però raggiungibile pienamente nella vita di ciascuno.

Tutti dovremmo assumere lo sguardo di un poeta di questo calibro: accettare la realtà nei suoi aspetti negativi, spesso incomprensibili, senza rassegnazione, ma con un grande desiderio di vivere.

Voi che ne dite?