Il diritto allo studio e il dovere al sogno: Malala Yousafzai, “ancora”

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Studiare perché in Oriente le bambine non possono equivale a mangiare in rispetto dell’Africa sub-sahariana.

Possono cambiare il mondo“.

Rimbombano ancora le parole di Malala Yousafzai, e a distanza di più di un anno non si sono attutite di un decibel.

Nel rileggere il suo elenco- “un bambino, un insegnante, un libro e una penna”- ritorna alle menti la ragazza pakistana vestita di rosa che parlava alle Nazioni Unite di diritti assenti in una nazione divisa come la sua.

Leggere, scrivere, sedere a un banco: la quotidianità europea diventa idillio orientale. L’Oriente indignato, l’Occidente commosso, Malala che rischia la vita ma ottiene il Nobel per la pace 2014, gli ingranaggi del tradizionalismo che scricchiolano, più o meno rumorosamente.

Eppure in Pakistan i kalashnikov sparano ancora, e le bambine non vanno a lezione per diventare brave madri di bambine che non andranno a lezione, perché la lezione da imparare è che l’istruzione è solo per i maschi.

Ci è dispiaciuto molto. Abbiamo spento l’ultimo tg della sera con una certa malinconia, quel rammarico che raggruma in un insipido “Ma in che mondo viviamo” facilmente consolabile. Abbiamo lasciato i piatti nel lavello, messo a dormire i bambini, siamo andati a letto anche noi.

E non abbiamo sognato né Malala né, come lei, “la pace in ogni casa, in ogni strada, in ogni villaggio, in ogni nazione“, quelli sono begli argomenti da sfoderare a cena fuori quando il noioso della comitiva intavola una gara all’odore di politica estera.

Chissà che sta facendo adesso, la ragazza in rosa, se sta preparando per sé uno zaino o un grembiule, o pensando che le sue parole avrebbero potuto essere quelle di qualsiasi al mondo: dopotutto, erano la verità.

Ma la penna come arma ci riguarda soltanto quando il Charlie Hebdo di turno viene assassinato perché sgradevole ad un sistema che non accetta critiche, benché meno umoristiche. Allora ci si gonfia il petto – sempre a noi, quelli che non sognano Malala – e sventoliamo la nostra e collettiva libertà gridando che la penna non è un fucile da puntare, non si può morire per una penna. Che ci piaccia o no, essa è ben più potente del più perfido dei bazooka; il suo ruolo è quello di una madre che sveglia un figlio: scopre.

La scrittura è continua rivelazione dei misteri umani, e se di essa si muore è perché la società è omertosamente freddolosa e detesta essere scoperta. La penna ha una punta che punzecchia, ma il suo vero uso è il tracciare sentieri che conducano alla libertà. E’ qui che entra in gioco il sogno di Malala, la sua ingenua ricetta della felicità a base di bambini, libri, penne, insegnanti.

Ci mancano gli ingredienti? Che scuse addurremo ai nostri figli per spiegargli come non abbiamo saputo loro garantire un futuro pulito? Diremo forse “perdonami, tesoro, ma ai miei tempi non c’erano i libri”? Cosa s’inventerà l’Occidente demolito dalla sua stessa ignoranza per giustificarla?

Se stenta già a scusarsi l’Oriente, che ancora discute l’innegabilità dei diritti, noi che li abbiamo cosa diremo?

Timidi come bambini di fronte ai nostri bambini. Per rompere il ghiaccio qualcuno prima o poi aprirà un libro.

Lo troverà zeppo di lettere piccole piccole che fino a quel momento erano state tradite per il più banale dei programmi tv. Letti di seguito quei geroglifici verranno battezzati come parole, frasi, paragrafi, capitoli, storie, passatempo, passione, emozione, cultura…libertà.

Povera Malala, il suo non era un linguaggio utopico, non chiedeva ai capi di Stato che sparisse la corruzione o l’abolizione della prepotenza, e a quegli occhi strabuzzati che la fissavano attoniti non domandava che l’opportunità di “eternarsi”, l’immortalità gratuita concessa dal viaggio letterario.

E noi, compatrioti di Dante, a rompere estintori per avere tre giorni di vacanza, nascosti dietro troppi impegni, studiosi per costrizione o per sfoggio, pensionati precoci, fiacchi.

Con le mani giochicchiamo con diritti che non ci siamo conquistati, sono un bel mazzo di chiavi che aprono una villa immensa, di famiglia, che non frequentiamo perché troppo distante dal centro, preferendo la claustrofobica semplicità di un monolocale.

Malala Yousafzai non si lancia in un’appassionata campagna pubblicitaria della villa, non ne elogia gi interni o la solidità delle fondamenta, con grande onestà sussurra a chi l’ascolta: è tua, falla tua.

Appropriarsi della propria cultura è molto più che osservare la legge del “chi ha il pane non ha i denti”; studiare perché in Oriente le bambine non possono equivale a mangiare in rispetto dell’Africa sub-sahariana; e se dovessimo vivere soltanto per ringraziare di non essere morti varrebbe poco e nulla la nostra esistenza.

Analogamente, è la passione, la consapevolezza a valorizzare ciò che impariamo dall’arte, dalla scienza, dalla più convenzionale quotidianità.

Per non dormire sui libri.

Per non lasciarci rubare il futuro.

Perché la realtà diventi un sogno ad occhi aperti.

Sabrina Sapienza

Scrittrice nel tempo-libro, a tempo perso, nel tempo disperso, nottetempo, in tutti i tempi dell'indicativo, in tempi di gloria, ai tempi del colera e delle mele, ma senza disdegnare l'altra frutta che tinge d'incanto i mercatini del bello e del vero; scrittrice, ad ogni modo, a modo mio.