Il femminicidio, la crisi… Ma se fosse solo familicidio?

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Roma, 28 aprile. Un uomo spara davanti a Palazzo Chigi, ferendo due carabinieri, uno molto gravemente. Viene catturato dalle forze dell’ordine subito dopo: si scopre che è disoccupato e che si è appena separato dalla moglie. Sembra che nelle sue intenzioni ci fosse anche il suicidio.
Dieci giorni prima, ad Acilia,un uomo uccide la moglie dopo averla inseguita in auto. Non voleva accettare la separazione. Dopo aver esploso diversi colpi di pistola ha cercato di uccidersi anche lui.
E ancora: 5 marzo, a San Felice a Segrate un imprenditore uccide la moglie nel sonno e poi si spara. Sembra che avesse gravi problemi economici e che da tempo fosse angosciato da questa situazione.

L’elenco di uomini che, in preda a crisi psicologiche più o meno evidenti, uccidono o molestano le proprie mogli, compagne, fidanzate, attuali o passate, potrebbe continuare all’infinito. La prima reazione è quella di gridare al femminicidio. Ma è troppo comodo. E lo è ancora di più citare la crisi economica di cui, chi più chi meno, tutti stiamo subendo le conseguenze.
Le cause di questi tristi fatti di cronaca forse vanno ricercate altrove. Bisognerebbe avere la sensibilità, quando non la buona fede, di chiedersi perché un uomo diventa capace di arrivare a tanto; bisognerebbe fare lo sforzo di domandarsi che cosa scatti nella mente di un essere umano per arrivare a commettere un’azione così drammatica come quella di togliere la vita a chi è stato per tanto tempo al centro del suo amore. E da ciò provare a dare una risposta onesta.

Di solito, di fronte a simili fatti di cronaca, i giornalisti ci dicono subito se tra la vittima e il carnefice c’era una relazione sentimentale che si è deteriorata: una separazione, un divorzio, la gelosia, il tradimento. Situazioni che spesso sono talmente traumatiche da mettere a repentaglio l’equilibrio psico-affettivo di chiunque. Eppure nessuno si sofferma su queste situazioni come possibili cause scatenanti di quell’evento. L’analisi dei motivi lascia il posto ad altre cause, meno compromettenti, più facili da gestire: si insiste sui problemi economici, sull’odio verso i politici, sul lavoro che non c’è. Raramente si indaga sulla devastante situazione in cui si trova una persona che vede improvvisamente disgregarsi una relazione che ha dato senso alla sua vita,  fosse pure per un solo istante.

Diverse sono le strade che possiamo percorrere per uscire dalla crisi, economica e di valori. Tra esse, però, ce n’è una che sembra più importante di altre: quella di proteggere la famiglia da tutto ciò che la indebolisce. Rafforzare la famiglia significa promuovere politiche familiari, incoraggiare la coesione tra i suoi componenti, tutelare la maternità, difendere innanzitutto l’occupazione di chi ha una famiglia sulle spalle. Il nuovo governo è chiamato anche a dare risposte alle tante famiglie che costituiscono il tessuto sociale dell’Italia. Non si tratta di teorie astratte: la storia, ma anche l’esperienza personale che facciamo quotidianamente, dimostrano come dalla salute del nucleo familiare spesso dipenda quella dei singoli componenti ma anche quella di una nazione intera.

Domenica pomeriggio, durante una trasmissione televisiva dedicata alla sparatoria di Roma, una giornalista commentava come, contrariamente a quello che succede per esempio in America dove fatti del genere sono più frequenti, in Italia non siamo abituati a questi episodi di improvvisa follia, forse perché le relazioni familiari da noi sono ancora molto forti rispetto ad altri Paesi stranieri. Come darle torto? Come ignorare il danno a volte irreparabile che un matrimonio che si spezza comporta sui due coniugi e sui figli?

Ricordo ancora il cinismo di una ragazza a cui la madre, con fare sciagurato, un giorno confidò di non amare più il marito. Ecco alcune delle parole che mi scrisse, nel corso di una lunga corrispondenza: “a livello personale mi ha cambiato fin troppo. Tendo spesso a indietreggiare, a non fidarmi, non credo nel matrimonio e sono diventata molto più fredda nei miei rapporti”.

Una famiglia che si autodistrugge lascia una ferita profonda su genitori e figli. Ignorarlo, far finta di niente, non annulla l’effetto devastante di una separazione. Forse può farci illudere che, dopo un periodo di sofferenza, si possa ricominciare come se nulla fosse accaduto. Ma il più delle volte non è così. È così difficile rendercene conto?

Saverio Sgroi

Educatore con una grande passione per tutto quello che riguarda il mondo dei giovani, dai quali non finisco mai di imparare. Per loro e con loro mi sono imbarcato su questa nave di C&V, di cui sono stato il "capitano" fino alla fine del 2016. Poi ho lasciato la barca ai più giovani, con la convinzione che sapranno condurla verso porti sempre più prestigiosi.

  • AnimaePartus

    Molte delle cose che hai scritto, caro Saverio, mi trovano d’accordo. È chiaro che i fatti di cronaca a cui assistiamo giornalmente sono diversi fra loro, hanno spesso radici differenti, ma è possibile trovare dei punti comuni, delle caratteristiche simili. La crisi che stiamo vivendo è una crisi d’identità, forse. Tuttavia, non credo che parlare di femminicidio, di fronte a certe terribili storie, sia “troppo comodo”. Quando si parla di femminicidio si usa probabilmente una parola forte, provocatoria forse, ma comunque molto efficace per esprimere un concetto: l’uomo, a volte, è malato di possesso e le donne si trovano spesso al centro di questa mania di potere, di dominio. Mi sembra quasi che la nostra società stia regredendo verso forme primitive di reificazione della donna: la donna resa schiava, la donna che deve sacrificarsi sempre e comunque, la donna che non può decidere di dire basta, la donna chiamata sempre ad atti di estremo eroismo per i figli, la famiglia, la società. La donna, infine, al centro di una brama di possesso, che è anche sessuale, inutile negarlo, tale da negarle qualsiasi elementare forma di autodeterminazione. Quella che spesso agli uomini si riconosce come un qualcosa di naturale, normale, innato.
    Ergo…sì, sono d’accordo sul fatto che non tutto è “crisi economica”. Esiste una profonda crisi di valori. Ma mi sembrava doveroso, dato che noi di C&V ne parliamo da tempo immemore, ribadire il concetto per cui nella nostra società (quella malata, quella non virtuosa) esiste anche questo: una visione della donna davvero raccapricciante, che non lascia presagire nulla di buono per il futuro. La pubblicità, la tv, internet, bombardano il loro pubblico senza pietà, ricordandoci (se mai ce lo fossimo scordato) che quello femminile è il sesso debole, da dominare e da addomesticare. Le donne come cani, insomma, amiche dell’uomo solo finché non decidono di abbaiare in un modo diverso dal padrone. Scusate lo sfogo.

    • Saveriosgroi

      Caro Animae Partus, concordo con quanto scrivi.
      E’ evidente che quando ho scritto “troppo comodo” non volevo sminuire il problema del maltrattamento delle donne. E non mi riferisco solo alle violenze fisiche, perché a mio avviso la donna viene maltrattata di più quando viene considerata un oggetto, dagli uomini ma anche da altre donne, purtroppo.
      Era una provocazione per mettere l’accento su un problema che mi pare stia più a monte e che, forse, condiziona anche questo modo di vedere la donna di cui tu parli benissimo: la crisi della famiglia-
      E’ da lì che bisogna ripartire, altrimenti continueremo a girare a vuoto per anni.
      Anzi, non gireremo a vuoto; sprofonderemo sempre di più