Il futuro del paese

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Perché la legge elettorale è così importante per il nostro futuro, come è stata elaborata e da chi. Cerchiamo di fare chiarezza.

In una democrazia rappresentativa, quale l’Italia è, il sistema elettorale rappresenta l’insieme di regole finalizzate a trasformare i voti espressi dagli elettori in seggi all’interno di un Parlamento. Insomma, è la chiave tramite la quale il voto dell’elettorato viene interpretato e soprattutto tramutato in un governo comune a tutti. Basta questa breve considerazione per capire l’importanza che il sistema elettorale ha per ciascuno di noi. In questo articolo cercheremo di fare chiarezza sul dibattito riguardo la legge elettorale che in questi mesi ha infiammato giornali e televisioni. Cercheremo inoltre di spiegare il sistema elettorale italiano come è stato delineato dalla legge approvata di recente dalle camere e già soprannominata Rosatellum bis, cercando di capire perché si è giunti a questa versione definitiva.
Prima di tutto, una piccola nota introduttiva. In ogni sistema elettorale il paese viene diviso in collegi, relativi ad un numero omogeneo di abitanti. In ogni collegio vi sono candidati diversi, tendenzialmente ‘locali’, che si contendono un determinato numero di seggi alla Camera e al Senato. Il numero e la natura dei collegi sono stabiliti prima delle elezioni tramite decreto del Presidente della Repubblica, sulla base dell’ultimo censimento della popolazione. L’attribuzione dei seggi è regolata dalla legge elettorale, il cui nome è spesso una storpiatura latineggiante del nome del suo promotore. Ciò avviene per una semplice consuetudine giornalistica. Ad esempio, il Rosatellum deve il suo nome al capogruppo del Partito Democratico alla Camera, Ettore Rosato.
Perché una nuova legge elettorale? Dopo la doppia bocciatura dell’Italicum, prima dal referendum del 4 dicembre e poi dalla corte costituzionale, l’Italia si è trovata con due leggi elettorali diverse per camera e senato, entrambe ritenute incostituzionali e pertanto modificate dalla corte costituzionale. In vista delle prossime elezioni, che avverranno presumibilmente tra marzo e maggio 2018, era necessario dare al paese una legge elettorale omogenea per camera e senato, per evitare che accadesse quanto già avvenuto nel 2013, quando si vennero a creare due maggioranze diverse. Ancora oggi, infatti, il Partito Democratico controlla il Senato solo grazie all’alleanza con il centro e alcuni gruppi minori, mentre detiene la maggioranza alla Camera. Questa incongruenza ha portato ad un governo poco stabile e poco incisivo nella sua azione, perché fondato su alleanze incerte, mutevoli a seconda del momento politico.
Prima di analizzare il testo della nuova legge elettorale, vale la pena di prendere in esame le premesse che lo sottendono, partendo da due domande: chi deve approvare la legge? A quale sistema deve ispirarsi, maggioritario o proporzionale?
Quale maggioranza deve approvare la legge? Vista l’importanza che detiene nel determinare l’esito del voto e la formazione del governo del paese, una legge elettorale dovrebbe essere sulla carta super partes, ma di fatto rischia di essere costruita al fine di favorire il partito o l’alleanza che la propone. Come può accadere ciò? In Italia la legge elettorale è una legge ordinaria dello Stato e non, come invece accade in altri paesi, parte della Costituzione. Pertanto, basta una semplice maggioranza parlamentare per cambiarla di volta in volta. Per questo motivo è bene che ad approvarla non sia un unico partito, ma una maggioranza il più ampia possibile. Solo in questo modo si eviterebbe l’accusa di aver costruito una legge ad hoc.
Quale sistema? Tra il 1991 e il 1993 due referendum promossi dal parlamentare Mario Segni videro gli italiani votare in massa a favore di un sistema elettorale maggioritario. Fino a quel momento si era infatti votato con un sistema proporzionale. Ciò significa che i voti espressi dall’elettorato venivano proporzionalmente convertiti in seggi alla Camera e al Senato. Il rischio insito in questo sistema è l’eccessiva frammentazione: troppi partiti, nessuno in grado di raggiungere una maggioranza, se non tramite alleanze larghe, spesso comprendenti elementi molto diversi tra loro. Un’alleanza larga ci riporta sempre allo stesso problema: instabilità, governo fragile e pronto a spezzarsi alla prima difficoltà, al primo voltagabbana. Per questo i referendum di Segni determinarono una grande novità e sono indicati tra le cause decisive per il passaggio da una ‘prima Repubblica’ a una ‘seconda Repubblica’. Sostituire il proporzionale con un maggioritario significava limitare la frammentazione e le formazioni di minoranza, favorendo la nascita di un esecutivo stabile. Tutto ciò, però, tramite una divisione ‘falsata’ dei seggi parlamentari: in ogni collegio il primo prende tutto, anche se i voti ottenuti non superano la metà più uno.
Dagli anni ’90 in poi l’Italia ha cambiato più volte legge elettorale. La risposta ai referendum di Segni fu il Mattarellum, un sistema misto, per il 75% maggioritario e per il 25% proporzionale. Nel 2005 fu la volta del Porcellum, che sancì un ritorno al proporzionale. Scelta ribadita nel 2015 dall’Italicum, anch’esso proporzionale, ma ‘corretto’ con l’introduzione del ballottaggio, come avviene per le elezioni comunali.
Sono queste le premesse che il governo ha dovuto tener presente al momento di approvare una nuova legge elettorale. A queste constatazioni ‘reali’ si aggiungono poi quattro considerazioni prettamente ‘politiche’. In primis, mentre il Partito Democratico ha, per sua stessa costituzione, una vocazione maggioritaria, le forze di destra e di sinistra radicale parteggiano per il proporzionale. In secondo luogo, non avendo la maggioranza al Senato, il Partito Democratico è stato costretto a trovare alleati per far approvare la legge elettorale. Alleati che, giustamente, non offrono il proprio voto in cambio di niente e pretendono modifiche e aggiustamenti alla legge. In terzo luogo, l’opposizione programmatica della Sinistra radicale ha impedito al Partito Democratico di formare l’alleanza più ‘naturale’, ovvero quella di Centro-Sinistra, costringendolo a trovare nuovi alleati a Destra, pur di approvare la legge. Infine, l’elevata presenza di ‘franchi tiratori’, ovvero deputati che osteggiano la legge e che, approfittando del voto segreto, si avrebbero potuto esprimersi contro di essa, ha reso incerti i numeri per l’approvazione della legge, costringendo il Partito Democratico a lavorare per una maggioranza via via sempre più ampia.
Tenendo conto di queste premesse, era inevitabile che la legge fosse il risultato di una maggioranza arcobaleno, formata da partiti di destra, sinistra e centro. Pertanto, la legge elettorale risultante non poteva che essere un compromesso. In quanto tale, non poteva che essere additata come una sconfitta per il partito che se ne è fatto promotore, ovvero il Partito Democratico, costretto a scendere a patti con le opposizioni. Già, ma quale legge elettorale è stata approvata?
Il Rosatellum bis delinea un sistema per un terzo maggioritario e per due terzi proporzionale. Per capire il suo funzionamento, facciamo l’esempio dell’elezione dei parlamentari alla Camera, che in totale sono 630. L’Italia verrà divisa in 231 collegi per la parte maggioritaria e in circa 65 collegi per la parte proporzionale. I collegi si sovrappongono tra loro. I collegi per la parte maggioritaria si dicono uninominali, ovvero eleggono un solo parlamentare ciascuno, il più votato tra i candidati. I collegi per la parte proporzionale si dicono plurinominali, ovvero non vi sono candidati singoli, ma liste di candidati, che vengono eletti proporzionalmente ai voti ricevuti dai partiti che li sostengono. Dai collegi uninominali usciranno 231 parlamentari, dai plurinominali 386, 12 saranno eletti dagli italiani all’estero e 1 dagli abitanti della Valle d’Aosta, per un totale di 630. Lo stesso sistema è applicato anche al Senato, dove però i numeri sono diversi, perché i senatori da eleggere sono ‘appena’ 320. Ancora due precisazioni: le liste dei collegi plurinominali saranno bloccate, dunque l’elettore non potrà esprimere preferenze; i partiti che non supereranno la soglia del 3% non eleggeranno deputati. Per avere un’idea di come si voterà, è utile dare un’occhiata all’infografica che segue.
Scheda sul Rosatellum bis in un’infografica realizzata da Ansa-Centimetri, Roma, 20 settembre 2017. ANSA/CENTIMETRI
Se per la parte maggioritaria i partiti tenderanno a convergere su di un unico candidato per massimizzare le probabilità di vittoria, per la parte proporzionale tenderanno a correre da soli per massimizzare il numero di deputati eletti all’interno delle proprie fila. Questo significa che ad essere avvantaggiate saranno quelle coalizioni che sapranno mantenere delle identità ben distinte al proprio interno. Uno schema, quest’ultimo, che sembra ben adattarsi al Centro-Destra, come è apparso evidente dalle ultimi elezioni amministrative e dalle elezioni regionali in Sicilia. Saranno svantaggiati, invece, quei partiti che correranno da soli. Rimane una domanda fondamentale: chi vincerà? Alcune elaborazioni, sulla base dei sondaggi più recenti, sono già state fatte. La più accurata è quella realizzata da YouTrend per Agi, che potete trovare a questo link. La risposta, per farla breve, è nessun vincitore, ma tre forze politiche che si spartiscono quasi equamente le camere, con poche possibilità di costruire un governo stabile.

Alvise Renier

Perdutamente affascinato dalla domanda che il pastore errante dell'Asia non riesce a trattenere di fronte al cielo stellato: “Che fai tu Luna in ciel?”. E’ lo stupore il sale della vita! Amante della realtà in tutte le sue sfaccettature: continuamente teso alla ricerca della meraviglia e dell'infinito. Acerrimo nemico dell’indifferenza e terribilmente curioso, assetato di conoscenza, inguaribile ottimista. Scrivo per andare oltre, al cuore della realtà.