Il gioco della Vespa cieca

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Il vero peccato di Vespa è stato trasformarci tutti in Mosche cieche, bendarci ancora una volta con la fascia del giustificazionismo

Mosca cieca, diciamocelo, era un gioco che divertiva solo gli altri bambini. Quello bendato, che pure all’inizio ne traeva il vanto del protagonista, smetteva di fare lo spaccone quando i minuti passavano e veniva ancora sfidato da una marmaglia indistinta a riconoscerla pur da bendato. Ad un certo punto diceva Cambiamo gioco, ma niente, quelli continuavano a sogghignare, ma in silenzio, di modo che lui non ne distinguesse la voce. Doveva dunque limitarsi a brancolare e toccare volti, bocche mute. Fortuna che c’era una curva familiare, una gota o un mento più sporgenti: allora poteva gridare PRESO, SEI TU, SEI MARCO, TI HO PRESO!

Sono Siciliana, e anche se la tecnologia ha incantato anche qui gli occhi dei più piccoli, giochiamo tutti, a tutte le età, a mosca cieca. Ci ritroviamo bendati, incartati da un’omertà che neanche siamo consapevoli di avere, mentre ci ballano attorno loschi figuri sconosciuti che, silenziosi, deviano le nostre vie, abusano della nostra terra. I loschi figuri si chiamano mafia, gli occhi fasciati si chiamano popolo.

L’intervista a Riina Junior me la sono persa, per fortuna. Ho preferito documentarmi guardando La mafia uccide solo d’estate, il film del 2013 in cui Pif fa qualcosa di davvero raro: racconta la verità e con leggerezza. Nel gioco di arti e di parti, di libri di mafia da pubblicare, di padri carezzevoli con mani insanguinate, abbiamo dimenticato la regola fondamentale del dare un nome alle cose, battezzarle da capo, che è il primo passo per distinguere bene e male.

Il vero peccato di Vespa è stato trasformarci tutti in Mosche cieche, bendarci ancora una volta con la fascia del giustificazionismo o della curiosità: se anche non compreremo il libraccio del figlio del sanguinario Totò, avremo comunque pensato per un istante alla sua vita privata, avremo scisso il padre dal mafioso mondando la sua figura nelle nostre teste, a cui allegheremo, nei ricordi recenti, prima il boom mediatico di Porta a porta e poi Falcone, Borsellino e quanti altri vennero vilmente assassinati a comando, da una poltrona, perché avevano peccato di autenticità.

Ci sono librerie che portano esposto un cartello in cui dichiarano che del citato libro non intendono commerciarne neanche una copia. Ci sono petizioni che vogliono sbattere a Vespa la Porta (a Porta) in faccia, serrandola per sempre per dimenticare l’offesa al giornalismo, a tutti gli Oriana Fallaci che abbiano intervistato i più colpevoli potenti della terra senza servirli né temerli, senza contestualizzarli o imballarli perché non venissero feriti da domande troppo pesanti.

Arturo, il protagonista del capolavoro di Pif, chiede al padre: “Ma la mafia può uccidere anche noi?”; lui gli risponde “Tranquillo, ora siamo d’inverno? La mafia uccide solo d’estate”.

Fa sempre più caldo, e non solo in Sicilia. C’è da togliersi le bende e gridare: visto! O meglio: preso!

 

Sabrina Sapienza

Scrittrice nel tempo-libro, a tempo perso, nel tempo disperso, nottetempo, in tutti i tempi dell'indicativo, in tempi di gloria, ai tempi del colera e delle mele, ma senza disdegnare l'altra frutta che tinge d'incanto i mercatini del bello e del vero; scrittrice, ad ogni modo, a modo mio.