Il giudice ragazzino, martire della giustizia e della fede

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Non è possibile che si creda che un ragazzino, solo perché ha fatto il concorso di diritto romano, sia in grado di condurre indagini complesse contro la mafia e il traffico di droga”. Queste le dure parole che l’allora presidente della Repubblica Francesco Cossiga pronunciò in quei lontani anni ’80: non sapeva – non lo poteva sapere – che quelle parole sarebbero rimaste nella storia indissolubilmente legate alla figura di Rosario Livatino, magistrato ucciso dalla mafia il 21 settembre 1990. Cossiga, dopo il martirio di Livatino, non poté fare a meno di smentire quelle dichiarazioni, comunicando alla famiglia tutto il proprio cordoglio per la morte del magistrato, la propria ammirazione nei suoi confronti, affermando di non aver rivolto quelle parole all’allora procuratore di Agrigento.

La morte di Livatino sembra un triste quanto ineluttabile preludio del biennio delle stragi ’92-’93, perché – si sa – nulla nasce dal nulla; la strada dove Livatino trovò i suoi sicari era stata teatro, due anni prima, dell’assassinio di Antonio Saetta, primo magistrato giudicante ad essere ucciso da mano mafiosa: la malavita organizzata oramai colpiva anche con il solo pretesto di appartenere ad un organo di giustizia, ad un’Amministrazione e ad uno Stato che non riconosceva come tali.

In una situazione del genere non può non suscitare ammirazione la figura di Livatino, commemorato un mese fa nel 22° anniversario della sua barbara uccisione e nel 20° anniversario della costituzione della Direzione Investigativa Antimafia, di cui è considerato padre fondatore assieme a Falcone e Borsellino. Il legame fra l’eroe di via D’Amelio e Livatino è innegabile, rimarcato ancor di più dalle dichiarazioni rilasciate da Borsellino in una cerimonia pubblica in memoria del collega: con poche ma memorabili parole si impegnò – in uno degli ultimi tentativi prima di essere messo a tacere per sempre dall’autobomba di via D’Amelio – a denunciare la difficoltà in cui operava non solo la magistratura agrigentina, non solo quella siciliana, ma l’intera magistratura nazionale, che conviveva con un’indicibile condizione di sovraesposizione dei propri giudici, che avrebbe portato alla morte decine di cittadini.

Oltre ad un’incrollabile fiducia nelle istituzioni, la vita di Rosario Livatino fu caratterizzata da una profonda fede cristiana: quando le forze dell’ordine giunsero sul luogo del delitto trovarono nei pressi della Ford Fiesta amaranto su cui viaggiava i suoi occhiali ed un’agendina, sulla cui prima pagina era scritto STD. Mentre gli inquirenti congetturavano ipotesi su ipotesi, i suoi familiari sapevano benissimo la verità sull’enigmatica sigla: sulla sua tesi di laurea Rosario aveva voluto aggiungere ai canonici ringraziamenti a familiari ed amici anche una giaculatoria, SUB TUTELAM DEI, “sotto la tutela di Dio”. Chi lo conosceva bene attribuiva a tale giaculatoria una duplice traduzione; oltre a quella appena citata se ne aggiunge un’altra, giustificata dai suoi studi di liceo classico, fondata sull’etimologia della parola “tutelam”, che condivide la radice del verbo “tueor”, guardare: probabilmente Rosario Livatino voleva ricordare a se stesso di essere in ogni momento al cospetto di Dio, Padre e Giudice, per agire in maniera tale da poter essere sempre orgoglioso del proprio operato. Sempre su una delle sue agendine si legge: “Quando moriremo, nessuno ci verrà a chiedere quanto siamo stati credenti, ma credibili”. A distanza di 22 anni – ma ne sono bastati molti di meno – possiamo esserne certi: Rosario Livatino è stato un credibile esempio di onesto cittadino e devoto cristiano, martire – come lo definì Giovanni Paolo II – della fede e della giustizia.

Articolo scritto da Giuseppe Dieli (http://lagazzettadelpago.blogspot.it/)

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