Il lavoro che si trova

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Il sole torreggiava sulle languide pianure e strozzava con la sua canicola i gemiti d’arsura che s’alzavano dalla placide spiagge italiote quando una notizia venne a rovinare la bonaria quanto incosciente vacanza nostrana. Eravamo tutti ghermiti dalle fantasie di un possibile quanto vagheggiato sei al Superenalotto, tanto che il nostro virus aveva contagiato anche gli artici tedeschi, i quali, per un attimo, tempo di un low cost fly, hanno lasciato la loro imperturbabile terra per planare verso il nostro mitico (poiché tutti sperano ci sia ma nessuno lo ha mai visto funzionare a dovere) aeroporto padano per tentare, anche loro, la cieca fortuna. Cullati dalle risacche dei beotici gossip, ammaliati ancora dagli strascichi dei nostri condottieri (politici, sportivi o industriali), ci siamo dimenticati di questa breve, fulminate notizia: il lavoro c’è, è il lavoratore che non si trova.

Beh, forse il lavoro non ci sarà per tutti, comunque è un fatto che – la storia economica insegna –  anche in tempo di crisi ci sono dei lavori che restano disattesi. Il colmo, però, è dovuto al fatto che questi lavori non sono gravosi, affaticanti, o umilianti. Sono semplicemente lavori che non si vedono e non danno nell’occhio. Eh sì, perché dire: «Io faccio il dottore», o «Lavoro come ricercatore presso…» fa certamente molto più fine di: «Piazzo antifurti», per non parlare poi di chi ha il coraggio di dire: «Faccio il piastrellista». Anche se poi il ricercatore si becca meno di 1.000 Euro al mese, mentre l’antennista o il fisioterapista possono avere parcelle da far invidia a qualche chirurgo. Infatti, secondo l’ultimo rapporto Excelsior Unioncamere, nel 2009 saranno 107.270 i lavori che resteranno scoperti, ossia il 20,5% delle assunzioni che in totale raggiungeranno il numero di 523.620. Eh sì, perché è più facile trovare un laureato in legge che un infermiere. E anche se la cassa integrazione è aumentata di mese in mese, quel buco di oltre 100.000 essenziali quanto pressanti lavori non è stato chiuso da nessuno, anzi pare si sia solo allagato sempre più.

Di cosa ha bisogno l’Italia? Per dirla così senza troppi peli sulla lingua, il nostro Paese necessita di: 2.260 sviluppatori software, 1.560 farmacisti, 1.850 programmatori informatici, 1.580 fisioterapisti, 1.420 addetti alla logistica. Per citare solo di alcuni lavori di fascia alta, perché se scendiamo di qualche gradino allora le cifre diventano bibliche e i bisogni da voragine: 5.420 ausiliari socio-assistenziali, 5.260 assistenti socio-sanitari, 4.230 cuochi. Per non parlare di vetrai, idraulici, parrucchieri, calzolai o (aiuto aiuto!) addetti all’agricoltura.

Di chi la colpa? Da un lato la mentalità che vede nel pezzo di carta la certezza del lavoro (da anni ormai sfatata dai fatti), dall’altro, del sistema formativo (vedi scuola ma non solo). Infatti, secondo il giuslavorista Michele Tiraboschi da questi dati «emerge il problema del mancato raccordo tra percorso educativo-formativo e mercato del lavoro. Entrando in un college o in un’università americana il fulcro sono gli uffici di placement e di orientamento. In Italia no. Gli sportelli di placement sono strutture occasionali, senza personale specializzato e non sono certo un riferimento per i giovani che cercano lavoro».
Negli ultimi anni le agenzie del lavoro hanno visto che i loro clienti sono diventati più sofisticati ed esigenti. Come mai? Semplice: le imprese lavorano in un mercato sempre più ampio per questo chiedono persone che sappiano farle essere competitive su una scala più ampia che in passato.

Se nel 1996 le aziende chiedevano una qualifica molto alta soltanto per il 22% dei lavoratori, nel 2020 questa percentuale salirà al 31,5%». A guidare la tendenza – che forse non fa moda come il tatuaggio ma dà da mangiare – saranno soprattutto il terziario, la sanità, i servizi sociali. Scorrendo la top ten delle figure alta qualità professionale più difficili da reperire al primo posto compare proprio l’infermiere, al quinto il fisioterapista, al nono il farmacista. «Persino le badanti hanno accresciuto la loro professionalità – afferma l’amministratore delegato di Manpower Stefano Scabbio –. Le lavoratrici che in passato svolgevano questa attività senza un riconoscimento sociale del loro ruolo hanno fatto corsi di formazione specifici su temi che vanno dal pronto intervento alla psicologia, all’alimentazione».
Prima di evitare il collasso bisogna avere «una cabina di regia agile tra il ministero del Welfare e dell’Istruzione che lanci un piano strategico per l’occupabilità, con particolare attenzione ai giovani. Le aziende italiane in questo momento di difficoltà grazie agli ammortizzatori non stanno licenziando, ma stanno contraendo le nuove assunzioni, per cui adesso l’emergenza sarà quella dei giovani».

Un po’ più duro, (ma lontano dal vero?) è Marco Ceresa, amministratore delegato di Randstad, un’agenzia per il lavoro: «molte persone hanno poca visione, guardano all’oggi e pensano al lavoro dei sogni in un mondo che è molto cambiato. Ci sono stati momenti in cui nelle nostre filiali entravano solo laureati in scienze della comunicazione. Benissimo, ma non si può essere in 100mila a fare i comunicatori». Quindi c’è più che mai bisogno di una conoscenza del mercato per decidere cosa si vuole diventare. Intanto i dati sono lì e non si possono ignorare.
Il 90%, degli installatori di allarmi non si trova, ce n’è bisogno di 1.060 unità, ma se ne troveranno solo un centinaio. Lo stesso per i pavimentatori: dei 470 che servono, il 70,5% non si presenterà mai al lavoro. Oppure dell’aiuto parrucchiere: se ne cercano 1.840, ma quasi un migliaio non sa neppure cosa sono un paio di forbici.

Articolo tratto da Dimensioni Nuove

 

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