Il lessico che non discrimina

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“Ehi genitore, che fai? Stai cucinando? Quando arriva l’altro genitore? È ancora al lavoro? Certo che l’altro genitore lavora davvero come un matto!”. Sostituite i termini mamma e papà secondo l’ordine che preferite (un papà che cucina ogni tanto non fa male a nessuno) e avrete un normale dialogo familiare poco prima di pranzo. Ok, lo ammetto, amo il terrorismo psicologico, chiedo scusa.

Non credo che il nostro lessico familiare possa subire stravolgimenti significativi a causa della terminologia che si vuole introdurre nei moduli di qualche Comune (Bologna docet) né, tantomeno, che il concetto di famiglia come società primordiale rischi di andare perduto a causa di certi esperimenti. Manteniamo la calma, insomma, perché la paranoia è pericolosa quasi quanto la stupidità. Proprio così, parliamo di stupidità.

Pensano davvero che la “discriminazione”, termine usato e abusato, si combatta con certi giochetti verbali? Pensano davvero che cancellare due parole dal patrimonio della lingua ufficiale e burocratica (sperando che il lessico quotidiano, come accennavo, resti intatto) possa servire a rendere questa società più giusta? È già assurdo pensare che in Italia ci sia qualche discriminazione “linguistica” da sanare (considerando che non è riconosciuto il matrimonio tra persone dello stesso sesso con correlata possibilità di adottare bambini), ma credere che un’ipotetica discriminazione si possa debellare neutralizzando parole così importanti, è davvero da sciocchi. Facile intuire che dietro le manovre di qualche Consiglio comunale (o singoli consiglieri) vi siano le solite muraglie ideologiche di chi prepara la strada a qualcosa di più grosso. In Francia, così come in altri Paesi che hanno riconosciuto il matrimonio tra omosessuali, le modifiche sono già state attuate, ma se questo appare comprensibile alla luce delle innovazioni legislative, resta da chiarire il punto centrale: la tutela di qualcuno, specialmente delle minoranze, può mai significare abolizione delle differenze?

In questi anni abbiamo assistito, e proprio la Francia è maestra in questo campo, a una vera e propria corsa all’annullamento delle differenze in nome di un ideale di falsa laicità: il Natale non può chiamarsi così, è discriminatorio; il Crocifisso non si espone, è offensivo; il velo porta caldo, la kippah è ridicola, il saio è scomodo. Adesso abbiamo superato il limite della decenza: non si attaccano più i soli simboli religiosi, ma persino il lessico di tutti, le prime parole pronunciate da miliardi e miliardi di persone di religione ed etnia diverse, due semplici termini che sono anche la base della vita. Per questo credo che sostituire mamma e papà con genitore 1 e genitore 2 (ipotesi scartata, perché discriminatoria, come se il riferimento all’altro genitore risulti meno offensivo!) significhi, a un diverso livello di comprensione, unificare ciò che è ontologicamente diverso, gettare in un calderone di qualunquismo tutto ciò che dovrebbe essere salvaguardato e custodito, negare il principio di eguaglianza che tante Carte costituzionali, compresa la nostra, declamano.

Perché essere uguali non significa essere identici. Essere uguali non significa non esistere. Essere uguali non significa negare qualsiasi religione. Essere uguali non significa negare la diversità delle culture, delle tendenze, dei comportamenti. Essere uguali significa essere mamma e papà, due persone diverse che diventano una sola cosa senza perdere la loro identità.

Fabrizio Margiotta

Chitarra, armonica e poesia mi basterebbero per vivere. Nel mio bagaglio, tuttavia, anche studi in Legge e una passione smisurata per il giornalismo e la scrittura creativa. Fàbregas, Faber, Fafo o Fafà, Jeff Beck, Animae Partus... chiamatemi come volete, ma questa è l'ultima volta che provo a descrivermi.