Il martirio e il terrore

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Il martire è un testimone. Muore perché crede. Muore per una causa più grande. Preferisce perdere la propria vita terrena pur di non rinnegare quel fuoco che lo anima, che dà senso a tutta la sua esistenza. Cosa distingue allora un martire da un terrorista, un testimone da un assassino, una vittima dal suo carnefice? Anche il terrorista, a modo suo, è testimone di un credo. Muore perché crede. Muore per una causa più grande, per il fuoco delle proprie idee.

Troppo raramente ci interroghiamo su cosa spinga certe persone a fare quello che fanno. Ci preoccupiamo di inventare etichette, di distinguere il terrorismo dalla resistenza, la violenza dalla pace, e molte altre volte parliamo di disagio sociale, incomprensioni, vite difficili. Non ci chiediamo mai cosa vogliano davvero i terroristi, i violenti. Non ci chiediamo mai cosa li distingua veramente dai martiri, dai testimoni. Sono solo pazzi, e la chiudiamo lì.

Tutto il mondo tace o parla a vanvera. Il mondo islamico, in particolare, si limita spesso a dire che “quello non è Islam”. Anche noi (io per primo) ci aggreghiamo a questo coro. È vero, quello non è Islam. Basterebbe dare un’occhiata –consapevole- a qualche Sura per capirlo. Eppure non è mera follia, violenza finalizzata alla violenza, stupidità incontrollata che si autoriproduce per soddisfare ancestrali ed elementari istinti omicidi. I terroristi, insomma, non sono meri serial killer, psicopatici dissociati. O almeno non sempre.

Non possiamo ignorare il fatto che chi uccide centinaia di ragazzi in un collegio (prevalentemente cristiano) del Kenya lo faccia in nome di un credo, di un Libro o, quantomeno, di un’idea. Sono sanguinari, violenti, forse squilibrati e instabili, ma pensano, e mostrano di credere in qualcosa. Che poi credano davvero o utilizzino una religione per i propri scopi mondani e politici, è un altro discorso.

Proviamo a riflettere: se qualcuno, un giorno, si svegliasse e cominciasse a uccidere tutti in nome di Cogito et Volo, perché convinto –travisando il nostro messaggio- della necessità di coartare la volontà degli esseri umani obbligandoli a cogitare, sarebbe probabilmente un pazzo scatenato, ma andrebbe comunque preso sul serio. Non potremmo ignorare il fatto che egli uccida in nome nostro, che commetta nefandezze utilizzando (e storpiando) i nostri ideali.

Allo stesso modo, il mondo islamico non può limitarsi a dire “sono dei pazzi, con l’Islam non c’entrano niente”, ma deve sforzarsi di isolare i violenti, di sterilizzare l’estremismo ideologico in tutti i settori, anche in famiglia. Quando l’Isis finirà, quando scompariranno definitivamente i germi di Al-Qaeda o di Boko Haram, rimarrà una religione che dovrà fare i conti con il proprio futuro. Quale Islam sopravviverà? Quello del califfato o quello dei milioni di fedeli pacifici, ma troppo spesso silenziosi?

In questo contesto, è importante sottolineare il ruolo che possono svolgere i cristiani, i fedeli di altre religioni e, in generale, le istituzioni, che hanno il dovere morale di promuovere una convivenza con l’Islam fatta di una condivisione razionale che garantisca il diritto di tutti a vivere le proprie idee religiose senza rinnegare la propria appartenenza, evitando l’isolamento sociale e culturale, combattendo gli estremismi e la violenza.

Perché ciò che distingue il martire dal terrorista, in fondo, è l’innocenza. E ciò che distingue il martirio dalla guerra santa, è -ovviamente- la pace.

 

Fabrizio Margiotta

Chitarra, armonica e poesia mi basterebbero per vivere. Nel mio bagaglio, tuttavia, anche studi in Legge e una passione smisurata per il giornalismo e la scrittura creativa. Fàbregas, Faber, Fafo o Fafà, Jeff Beck, Animae Partus... chiamatemi come volete, ma questa è l'ultima volta che provo a descrivermi.