Il mestiere del barista

0

Quando fai il barista o barman, che dir si voglia, sei portato ad avere a che fare con tante persone, tante tipologie, tanti caratteri, tante anime.

Al mondo ci sono tanti lavori: ingegnere, maestra, fioraio, personal trainer, archeologo, modella, ma non sono qui per parlarvi di questi, non è questo il lavoro che faccio. Il mio lavoro è molto più intimo, ma non intimo in quel senso! Non cominciate a pensare male, non faccio la prostituta! Faccio la barista.

Vi starete chiedendo a questo punto in cosa consista l’intimità. Come fa un mestiere del genere ad essere considerato intimo? Quando fai il barista o barman, che dir si voglia, sei portato ad avere a che fare con tante persone, tante tipologie, tanti caratteri, tante anime. E in un certo senso questo mestiere ti conferisce una certa sensibilità che prima non avevi, ti permette di osservare con più attenzione quello che ti circonda e in questo modo affini l’intuito.

Se mi chiedessero cosa fa un barista risponderei citando le azioni di routine: accogliere i clienti, chiedere loro cosa gradiscono sempre sorridendo, pulire dove è sporco, dare una passata con la scopa e poi con lo straccio, dare una mano nella preparazione delle pietanze, pulire vetrine e soprammobili, apparecchiare e sparecchiare, spostare e mettere insieme la merce, servire ai tavoli, prendere le ordinazioni, preparare caffè, cappuccini e così via. Sicuramente non potrei mettermi lì ad approfondire, sarebbe difficile descrivere davvero tutto quello che faccio, che dico, che penso durante il lavoro, soprattutto a voce, mi imbarazza molto parlare del mio piccolo mondo alle persone.

Come le spieghi certe cose alla gente? Lo stupore che ti prende nel vedere entrare al bar una signora anziana vestita in maniera impeccabile, con un vestito blu e giallo e gli accessori correlati, e con un sorriso splendido, che ti ispira benessere il solo guardarla. Il vento di settembre impregnato dell’odore delle prime piogge che ti sconvolge i capelli mentre vai a fare un domicilio. Un ragazzo che viene quasi tutti i giorni a colazione e a pranzo, tanti tatuaggi ognuno con una propria storia, un sorriso che ha da raccontare qualcosa che però non racconta con le parole, ma con i gesti, semplice eppure complesso. Un padre a pranzo con il proprio figlio per il quale stravede e che riempie di premure, forse perché è il frutto di una lunga attesa. Un vecchio professore che non fa altro che giocare in sala slot e leggere il giornale, i baffi bianchi come i capelli, ma ha degli occhi talmente strani che non riesco a decifrarli, sono così pieni di acqua e lo sguardo così spento che immagino che abbia talmente tanta sofferenza repressa che si sia arreso alla vita, cercando di trarre qualche soddisfazione dalle macchinette con cui gioca.

Un signore arriva e ordina un caffè, e dopo averlo zuccherato e mescolato, con il cucchiaino sporca il bordo della tazzina e lo beve piano, come se quello strato di caffè sul margine lo difendesse dall’asetticità della ceramica, mettendolo in contatto solo ed esclusivamente con la bevanda calda, magari la freddezza lo spaventa. Un altro signore, a cui stavo togliendo per sbaglio la tazzina prima che ne avesse finito il contenuto, mi disse che il caffè è uno dei pochi piaceri della vita e va sorseggiato un po’ alla volta, non bevuto in fretta, il piacere va prolungato come nel sesso, mi ha detto.

Come le spieghi certe cose alle persone? Semplicemente non puoi. Rischi di passare per stupido o per pazzo davanti a loro che certe cose non le vivono, loro non vedono quello che vedi tu. E quindi preferisco tenerle segrete, tra me e me, nell’intimità della mia consapevolezza, ma in fondo è meglio così. A volte immagino di essere Amélie Poulain dentro la sua caffetteria, lei che vede oltre, che vede quello che gli altri non vedono, e tra un caffè e l’altro aspetto che la mia vita cambi e si trasformi, come le stagioni della vita. Aspetto che mi accada qualcosa di straordinario, aspetto e intanto vivo e mi rifugio nei miei sogni.

Fare il barista è un po’ come essere l’onnisciente di turno, tu sai tutto, vedi tutto, senti tutto, acquisisci molta esperienza avendo a che fare con tante persone e ogni tanto ti capita di mettere della poesia in quello che fai. Ricordo che una volta sono andata a prendere con mia madre un caffè in un bar e le stavo raccontando di avere appena avuto un deja-vù e il barista in quel momento si è intromesso e mi ha detto: “Si dice che il deja-vù è quell’attimo in cui l’anima è allineata con il proprio destino”. Ancora me lo ricordo a distanza di anni perché è stata pura poesia in un momento e in un luogo in cui non ti aspetteresti mai. Ecco perché fare il barista è un lavoro intimo, perché è capace di svelarti qualcosa su te stesso o di dirti qualcosa che vorresti sentirti dire in un momento inaspettato, qualcosa in grado di toccarti l’anima.

Rossella Azzara

Sono una studentessa universitaria con la passione per la scrittura e la lettura, il cibo, la natura e tutto quello che ha a che fare con l'arte: dalla fotografia al disegno, alla scultura e all'architettura. Mi piace mettermi in gioco, scoprire nuove cose, ma soprattutto mi piace passare il tempo con persone che mi influenzino positivamente.