Il mondo alla rovescia

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Il mondo sembra capovolto. Di Paese in Paese corrono leste le voci di contestazioni, rivoluzioni, combattimenti e proteste di vario tipo ed entità, che infiammano gli animi e costringono i signori dell’odio, al potere da almeno quarant’anni e apparentemente inamovibili, ad una fuga rovinosa (se va bene) o ad usare le maniere forti, anzi fortissime e disumane, per conservare quel che resta del loro simulacro di prestigio e potenza.

Tunisia ed Egitto hanno già sperimentato la furia distruttrice di masse inferocite che hanno fatto tremare e cadere i troni possenti dei loro dittatori. Nel momento in cui si scrive tocca alla Libia di Gheddafi, ma non è difficile intuire che tanti altri Stati rischiano davvero tanto. Abbiamo parlato di furia distruttrice, ma siamo sicuri che si tratti di questo? Il rovesciamento di questi poteri quasi secolari, costituisce una minaccia? Gli occidentali devono temere? Se sì, perché?

Sono domande che si rincorrono in questi giorni di forte tensione, veloci quasi come quei ragazzi e quegli adulti, donne e uomini, che scappano dai missili che gli si lanciano contro, rei di aver manifestato il proprio dissenso, rei di essere stanchi, affamati e poveri, o benestanti ma inevitabilmente soggiogati dalla mancanza di una vera libertà di pensiero e di espressione. Un primo chiarimento: non è semplicemente la “lotta dei poveri”. Anche gli intellettuali sono stanchi, non è solo questione di fame. I diritti civili, come dicevo, non riguardano solo lo “stare bene” o i prezzi del pane, ma anche le libertà personali e di espressione collettiva e sociale. Essere liberi di pensare è solo il fondamento di una libertà più grande, la libertà di esprimere il proprio parere agli altri, in associazioni, riunioni, e in generale lì dove si svolge la nostra personalità. E’ essenziale per la crescita di una Nazione, di una città, di una famiglia.

Inoltre è chiaro che la fame si può accettare, ma non si può impedire di gridare che si ha fame. Ed in primis è la fame di cibo, certo, ma non solo. E’ fame di libertà. Tutto questo è implicito quando si parla di regimi dittatoriali, pur mascherati di democrazia. Perché nasce la rivolta l’abbiamo capito, è difficile ipotizzare intrighi internazionali che guidino le azioni di questi manifestanti. Non c’entrano nulla i cinesi, gli americani o i fondamentalisti (su questi torneremo tra poco); si tratta di moti spontanei, che nascono proprio quando arrivano le notizie di rivolte altrove, lì dove si ha il coraggio di reagire e resistere.

Andiamo al nodo centrale della questione: perché gli occidentali temono? Perché siamo tutti un po’ scossi e spaventati da questi stravolgimenti? Le ragioni probabilmente (e secondo il modesto parere di chi scrive) sono diverse. C’è innanzitutto una certa paura delle masse incontrollate, capaci di atti di sciacallaggio e di devastazione, anche di importanti musei. Teniamo conto però che si tratta di folli che approfittano di queste situazioni per dare sfogo ai propri istinti bestiali, minoranze non meglio definite e qualificate. Quali debbano essere le misure da adottare nei confronti di questi soggetti è arduo da ipotizzare, così come fu arduo quando, contestualmente alla caduta del regime di Saddam Hussein in Iraq, squadroni di sciacalli fecero razzia del famosissimo museo assiro-babilonese di Baghdad sotto gli occhi passivi e complici (secondo fonti attendibili) dei soldati americani. Sparare a chi ci prova? Meglio evitare, se possibile. In Egitto una discreta soluzione è stata rappresentata da veri e propri scudi di contenimento della polizia locale.

La paura occidentale è dovuta però a fattori molto più importanti: la possibile nascita di Stati islamici integralisti sulle ceneri delle defunte dittature (modello Iran), il problema delle politiche migratorie di contenimento (Libia), gli interessi economici in quelle aree. Il modello Iran preoccupa molto le democrazie occidentali, com’è ovvio che sia. Il regime degli ayatollah ebbe inizio proprio da un colpo di stato ai danni dello Scià di Persia, quindi le analogie sono chiare. Tuttavia, se vi dev’essere un intervento americano o comunque occidentale, questo dev’essere solo ed esclusivamente diplomatico. Assistere la popolazione locale non vuol dire infatti intervenire militarmente, avendo la presunzione fallimentare di esportare il proprio modello democratico, ma permettere con seri sforzi diplomatici che vi siano libere elezioni. Il resto spetta ovviamente all’autodeterminazione dei popoli insorti, senza eccezioni. Le Nazioni Unite non devono perdere tempo nel delegittimare ufficialmente i regimi in fase di crollo; in questo senso l’Onu è intervenuta con un’azione importantissima: ha deferito Gheddafi alla Corte dell’Aia (Tribunale Penale Internazionale) per crimini contro l’umanità.

Delle politiche migratorie di contenimento abbiamo già parlato in un altro articolo, in cui si citavano gli “interventi” di Gheddafi, legittimati dagli accordi con il nostro Governo. Contenere l’immigrazione, secondo la visione italo-libica, significa semplicemente imprigionare, torturare, seviziare, chiunque abbia intenzione di accedere nel nostro Paese. Venuto meno Gheddafi, viene meno la nostra ipocrita sicurezza, basata sul sangue di popoli disperati. Questo comporterà un aumento del flusso migratorio, anche per il fatto che masse enormi di disperati tenteranno (e già hanno tentato, con relativo successo) di sbarcare in Sicilia. L’Unione Europea dovrebbe offrire il suo aiuto, al fine di “smistare” le richieste di asilo degli immigrati tra i vari Paesi, non perché la nostra non sia una Nazione generosa e solidale, ma perché mancano le strutture di accoglienza e occorre garantire ai migranti un soggiorno dignitoso. Nel lungo periodo, si dovrà porre fine agli accordi scellerati per contenere l’immigrazione, e occorrerà affrontare la situazione con politiche più serie, più umane e meno psicotiche.

Ultimo problema, ma non meno importante, è quello economico, riguardante in primis petrolio e gas, ma occorre ricordare che non siamo noi a decidere, secondo le nostre scelte “coloniali”, quale debba essere il Governo adatto per i Paesi che “ospitano” le nostre attività. Sarà necessario concludere nuovi accordi con chi salirà al potere, tenendo sempre presente che il rispetto dei diritti umani dovrebbe sempre essere alla base delle scelte economiche, senza sacrificare la libertà e la dignità della gente sull’altare del capitalismo materialista e gretto. Questo l’economia mondiale (e italiana) lo ha puntualmente dimenticato, permettendo ad un criminale come Gheddafi, di possedere un’alta percentuale delle azioni di una nota squadra di calcio italiana (di cui sono tifoso).

Fabrizio Margiotta

Chitarra, armonica e poesia mi basterebbero per vivere. Nel mio bagaglio, tuttavia, anche studi in Legge e una passione smisurata per il giornalismo e la scrittura creativa. Fàbregas, Faber, Fafo o Fafà, Jeff Beck, Animae Partus... chiamatemi come volete, ma questa è l'ultima volta che provo a descrivermi.