Il muro di Berlino

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A Vent’anni fa cadeva il muro di Berlino. Da quel 9 novembre 1989 il mondo non è più stato lo stesso. C’è stata la riunificazione della Germania ed è crollato l’ordine mondiale basato su due blocchi contrapposti: i Paesi occidentali, filo-americani, democratici, con economia di mercato, e quelli del “socialismo reale”, filo-sovietici, a partito unico, con economia di Stato. Ma che cosa sa o pensa di quell’avvenimento chi è nato appunto vent’anni fa, o quaranta, o settanta anni fa? E in particolare, che cosa ne dicono i berlinesi? Prima, però, occorre fare un passo indietro.

Nel febbraio del 1945, quando si preannuncia la sconfitta della Germania nazista, a Yalta, in Crimea, il presidente degli Usa Franklin Delano Roosevelt, l’inglese Winston Churchill e Stalin, capo dell’Unione Sovietica, stabiliscono le rispettive aree d’influenza mondiale. In particolare, dividono la Germania in quattro zone controllate dai loro Paesi e dalla Francia, e Berlino diventa una enclave nel settore sotto controllo russo. Nel 1948, però, i sovietici tentano il colpo: per impedire l’accesso ai settori occidentali dell’ex capitale, bloccano tutte le vie d’accesso stradali e ferroviarie che attraversano la zona tedesca controllata dall’Urss. Gli altri tre Paesi rispondono con un ponte aereo (oltre 600 voli ogni giorno) che per undici mesi rifornisce Berlino Ovest di viveri, vestiario, carbone, medicinali.

La fine del blocco, nel maggio dell’anno dopo, sancisce la divisione del Paese in due Stati: i tre settori occidentali diventano Repubblica Federale di Germania, o Germania Ovest (in tedesco, Bundesrepublik Deutschland), mentre il settore orientale diventa Repubblica Democratica Tedesca, o Germania Est (in tedesco, DDR-Deutsche Demokratische Republik). Anche Berlino, divisa ufficialmente in quattro zone, in realtà lo è soltanto in due. All’epoca, gli scambi tra le due parti sono abbastanza normali: oltre 50 mila abitanti di Berlino Est lavorano a Ovest, dove le retribuzioni sono più elevate, e questo consente confronti non sempre graditi ai politici orientali. Nello stesso tempo, residenti e turisti occidentali fanno la spesa nella zona russa, meno costosa. Proprio per motivi ideologici e per la migliore qualità della vita, tra il 1949 e la metà del ’61, oltre due milioni e mezzo di persone (un tedesco orientale su sette) abbandonano la DDR.
Come reazione a questo esodo, il 13 agosto 1961, sotto gli occhi esterrefatti dei berlinesi e dei militari occidentali che presidiano la città, la DDR costruisce un “muro di protezione antifascista”: una barriera di cemento armato, alta circa tre metri e mezzo, lunga 161 km, che negli anni è “migliorata” con trincee, recinzioni, bunker e strade di pattugliamento. Seguendo la linea di demarcazione dei settori, il muro divide strade e palazzi: alcuni hanno una facciata sulla zona sovietica e l’altra su quella occidentale. Non a caso, il 26 giugno 1963, durante la visita a Berlino Ovest, il presidente degli Stati Uniti John F. Kennedy pronuncia la celebre frase “Ich bin ein Berliner”, Io sono un berlinese.

Con il muro, comunque, la fuga dall’Est è praticamente impossibile. Dal 1961 all’89, scappano soltanto tremila persone: a piedi, a nuoto nel fiume Sprea, attraverso tunnel sotterranei, nascosti in auto o in altri modi. Nello stesso tempo, i “vopos”, le guardie di confine dell’Est, uccidono circa 230 persone lungo il muro o nel fiume, e altre 650 nel confine tra le due Germanie. Muoiono anche 27 soldati dell’Est e dell’Ovest.

Nel 1989, però, il sistema socialista scricchiola. In Unione Sovietica, Mikhail Gorbaciov ha già avviato un’apertura politica, la “Glasnost”, e una economica, la “Perestroika”. In Polonia, il movimento cattolico Solidarnosc partecipa per la prima volta alle elezioni e ottiene una vittoria schiacciante. Non è indifferente l’azione politica e diplomatica di papa Giovanni Paolo II. Poi, il 10 settembre l’Ungheria apre i confini con l’Austria, e così i tedeschi dell’Est possono fuggire attraverso i due Paesi. Nel tentativo di salvare il salvabile, la sera del 9 novembre i vertici della DDR annunciano nuove norme per recarsi all’Ovest. La reazione è immediata: i berlinesi assaltono il muro e lo scavalcano. Nella confusione, qualcuno, non si sa ancora chi, dice ai “vopos” di non reagire e loro stessi sono contagiati dall’aria di festa e di libertà.
Si inizia ad abbattere il “Mauer”: il simbolo di tante sofferenze finisce in discarica. Salvo alcuni tratti conservati “a futura memoria”, come i 300 metri nella Bernauerstrasse, classificati monumento storico, o la “East Side Galery” in Muhlenstrasse (1300 m di murales, dipinti da artisti di 21 Paesi), o ancora i resti nella Niederkirchnerstrasse e nel cimitero Invalidenfriedhof. Brandelli qua raschiati, là colorati, altrove con i tondini di ferro sporgenti e arrugginiti, quasi rami di un albero secco. Altri pezzi diventano souvenir: li vendono ancora, con tanto di certificato d’origine. Restano, poi, le testimonianze in alcuni musei, come il DDR Museum, sulla vita quotidiana nell’ex repubblica (in Karl-Liebknecht-Strasse 1) e il MauerMuseum, a pochi passi dal “Charlie point”, sulla Friedrichstrasse, dove sino al ’90 c’era la baracca di confine tra il settore sovietico e quello americano (ricostruita, oggi è meta di turisti che si fanno fotografare accanto a berlinesi vestiti come i soldati dell’epoca e che si fanno rilasciare “visti” di transito). E il 3 ottobre 1990, dopo 40 anni di separazione, la DDR confluisce nella Repubblica Federale di Germania e Berlino torna unica capitale.

Una storia a lieto fine, a prima vista. Ma occorre chiedersi se, come nelle favole, tutti vivono contenti e felici, e cioè, a parte la storia e le rievocazioni, che cosa rappresenta oggi quel muro. Le risposte sono diverse. Una cosa è aver “vissuto” il muro, un’altra è sentirlo raccontare. Una cosa è aver abitato nell’“essenziale” Germania Est, un’altra nell’opulento e libero Ovest. Basti ricordare che nel settore occidentale di Berlino lo storico magazzino KDW era (ed è) il più grande d’Europa e che nel 1979, dieci anni prima della caduta del muro, è pubblicato il libro “Wir Kinder vom Bahnhof Zoo”, Noi i ragazzi dello Zoo di Berlino, tragica esperienza di sesso e droga. Un’altra cosa ancora è dire che l’Occidente ha vinto e il comunismo ha perso, e quindi che tanti tedeschi devono dimenticare d’aver creduto nella politica della DDR. Poi, non è stata indolore la conversione alle istituzioni occidentali e all’economia di mercato. In questo 2009 pesa anche la crisi economica, con il timore di tagli occupazionali alla Opel o di nazionalizzare le banche a rischio.

Così, per i tedeschi più giovani, quelli della globalizzazione, il Muro rischia di essere un ricordo più o meno sbiadito, mentre altri, specie se d’età superiore agli “anta”, si sentono insoddisfatti e insicuri. In un’inchiesta d’inizio anno, oltre il 60 per cento si è detto deluso dall’attuale gestione politica che non rispetterebbe i bisogni e le attese dei cittadini. Inoltre, in un sondaggio per conto del quotidiano “Berliner Zeitung”, 51 tedesco-orientali su cento (e a domanda analoga, 60 tedesco-occidentali) ritengono che “si stava meglio quando si stava peggio”, cioè quando c’era il Muro e vivevano nella DDR. Per certi aspetti, la risposta è comprensibile: la pianificazione socialista non favoriva l’iniziativa privata e ai cittadini offriva poco, ma lo garantiva a tutti e a prezzi politici. All’Est, in pratica, tutti erano dipendenti pubblici. A ciascuno di loro (e di noi) scegliere se sentirsi idealmente più vicini a un burocrate, oppure al giovane Guenter Litfin, la prima vittima del Muro, mitragliato il 24 agosto 1961 mentre, a nuoto nella Sprea, cercava di raggiungere la riva Ovest.

Articolo tratto da Dimensioni Nuove

 

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