Il naufragio dell’ABC?

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Uno dei primi rudimenti conoscitivi appresi tra i banchi scolastici consiste nella distinzione tra Preistoria e Storia, tracciandone la linea di demarcazione in coincidenza con l’invenzione della scrittura, corrispondente alla “magmatica” e generica data del 3000 a.C.

Bersagliati da una corrente impetuosa e sempre nuova di invenzioni,  spesso sottovalutiamo l’importanza fondante di tale scoperta, strumento imprescindibile per molte evoluzioni a seguire,  la più eminente invenzione di sempre, a detta di Galileo.

E’ proprio questo “arcaico ritrovato tecnologico”, rimasto per millenni hi-tech,  a diventare gradualmente sconosciuto ai nostri giorni, specialmente tra le nuove generazioni. Un discorso allo stesso modo valido relativamente alla abilità pratica dello scrivere (la calligrafia),  come per l’aspetto sintattico: il saper concepire un ordine razionale e coerente del periodo, servendosi di una corretta grammatica.

Le riforme degli ultimi due secoli hanno condotto ad una drastica riduzione del livello di analfabetismo, precedentemente dilagante  dai ceti medio-alti in giù a cascata, seppur con sporadiche ed isolate eccezioni. Le condizioni di vita attuali, l’istruzione obbligatoria, gli strumenti di conoscenza sempre più a portata di mano, consentirebbero a chiunque una accettabile competenza linguistica (più o meno raffinata in relazione al livello di istruzione ottenuto).

Ma ciò che accade è esattamente il contrario,  a macchia di leopardo, tra tutti i ceti sociali. Incredibili e potentissimi strumenti i computer, gli smart-phone e i palmari, capaci di moltiplicare inverosimilmente le potenzialità umane, certamente. Ma non è difficile affibbiare proprio ad essi la colpa dell’ allontanamento dall’ “aspetto cartaceo” della scrittura.

La scrittura digitale ha surclassato il testo scritto a mano (per comodità di stesura e di catalogazione, soprattutto), ma questa favorevole controparte disabitua sempre più i ragazzi al prendere in mano una penna e scrivere. Si potrebbe azzardare che nell’arco di un decennio le nuove generazioni possano non ritenere necessario l’apprendimento di tale “pratica”, da sempre costituente il fondamento imprescindibile di ogni percorso scolastico, una vera e propria iniziazione.

Una prospettiva un po’ troppo estrema? Probabilmente sì (o forse no). Ma questa appare essere la tendenza globale. Si tratta di capire se l’arte della scrittura possa rappresentare una prerogativa fondamentale del genere umano, una capacità di manifestare a pieno la interiorità. Gli studiosi affermano che  raramente la nostra personalità si sveli più nitidamente che attraverso il terso specchio della nostra calligrafia.

Gli attuali mezzi di comunicazione e la tempesta sensoriale del “mondo www” – o 2.0. che dir si voglia – distolgono vecchi e giovani dalla lettura, o spingono ad accontentarsi di un suo esecrabile surrogato, quale spesso è la “Letteratura online”:  per sue leggi proprie chiamata alla concisione, alla rapidità del messaggio, ad una forzata superficialità (ma numerose sono le confortanti eccezioni). Un sdrucciolevole burrone aperto a strapiombo sul vuoto dell’incapacità compositiva.

Certamente non un caso quello che ha spinto il governo inglese ad inserire nei programmi scolastici una particolarissima attenzione per la calligrafia e la scrittura elegante (sia sul piano grafico che su quello contenutistico), imponendo ai ragazzi una cura dello scritto e con una particolare attenzione “letteraria”. Mentre in Italia e in altri paesi si prospetta la “speranza” di far scomparire del tutto il cartaceo a favore di tablet, il governo di sua maestà incita alla vecchia carta e penna. Il ministro per l’Istruzione Michael Gove ha stabilito che ai ragazzi tra gli 11 e i 14 anni venga insegnato a “scrivere bene, spesso e per esteso, con crescente precisione e ricercatezza attraverso lettere di lavoro e personali, così come attraverso racconti, poesie e saggi”

Una raggiunta consapevolezza d’oltre manica dell’importanza della scrittura? Comprendere come  una popolazione che non sa esprimere quello che ha dentro è come se non avesse niente dentro? simile a chi, possedendo del denaro in una borsa, non ha la possibilità di aprirla?

La paura di perdere la più straordinaria invenzione di sempre?

Comunicare i suoi più reconditi pensieri a qualsivoglia altra persona, benché distante per lunghissimo intervallo di tempo e di luogo? Parlare con quelli che son nelle Indie, parlare con quelli delle Indie, parlare con quelli che non son ancora nati né saranno se non di qua a mille a diecimila anni? Con i vari accozzamenti di venti caratteruzzi sopra una carta”

 

 

Studente del terzo anno di Lettere Classiche. Innamorato della natura, della letteratura e di tutto il bello che l’uomo ha creato, crea e – speriamo – creerà.