Il nome della rosa

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Il nome della rosa è considerato ormai un classico della nostra letteratura di fine ‘900. Si tratta di un’opera monumentale ed erudita. Molti docenti di scuola superiore ne consigliano la lettura ai propri studenti, che a volte però non hanno gli strumenti per apprezzare la ricchezza dello stile e la complessità dei contenuti e dei riferimenti storici, letterari e filosofici. A questi giovani lettori è destinata la presente guida alla lettura.

Quella che segue è la versione ridotta di una recensione più completa (ricca di citazioni, commenti e schede di approfondimento) che è possibile scaricare cliccando qui.

Il nome della rosa ha venduto fino ad ora 15 milioni di copie in tutto il mondo ed è stato tradotto in 44 lingue. Ma le attese del suo autore non erano certo queste, tanto che anche lui si è stupito del successo planetario che ha avuto. La trama è articolata e sofisticata, il lessico è colto, l’ambientazione medievale e le pagine sono infarcite di questioni teologiche e filosofiche: sulla carta sono tutti elementi che avrebbero dovuto scoraggiare il grande pubblico e invece ne hanno fatto un bestseller.

Proprio per questi elementi, però, è un libro che non può essere letto con superficialità: al lettore che abbia voglia di affrontare le 500 pagine e di immergersi nella vicenda intricata che vi è narrata si richiede attenzione e senso critico.

Il soggetto del romanzo è di fantasia, ma sapientemente incastonato in un contesto storico complesso, quello del contrasto tra l’imperatore Ludovico il Bavaro e il pontefice Giovanni XXII (primi anni del XIV secolo). Su questo sfondo si sviluppa la trama che è quella di un thriller, colto e un po’ gotico. Gli ingredienti del successo ci sono tutti: monaci corrotti, una biblioteca misteriosa strutturata come un labirinto, magie e veleni, un manoscritto indecifrabile, l’inquisizione, il timore dell’Anticristo, streghe vere o presunte, un rogo che alla fine cancella ogni traccia.

La vicenda è narrata in prima persona da Adso di Melk, un monaco benedettino, ormai anziano che racconta cosa gli capitò durante un viaggio che fece da giovane novizio al seguito di Guglielmo di Baskerville, un francescano, ex inquisitore, noto per la sua sagacia.

La narrazione (tutta la vicenda narrata dura sette giorni) è scandita dalle ore canoniche che regolano le giornate nei conventi di benedettini: Mattutino, Laudi, Terza, Sesta, Nona, Vespri e Compieta.

Siamo nel novembre del 1327 e i due protagonisti giungono ad un’abbazia benedettina del nord Italia. Si tratta di una specie di castello che ospita molti monaci, impegnati soprattutto nella raccolta, catalogazione e  copiatura di manoscritti antichi. Situata su di un alto monte l’abbazia è circondata da un muro fortificato e comprende diverse costruzioni, tra cui una grande chiesa e l’Edificio, sede della Biblioteca, dello scriptorium, delle cucine e di altri importanti ambienti.

Guglielmo è stato invitato a partecipare ad un incontro, previsto nei giorni a venire, tra una delegazione del Papa Giovanni XXII proveniente da Avignone (sede del papato in quel periodo storico) e un gruppo di frati minoriti (francescani) guidati dal loro Generale Michele da Cesena. Il tema del dibattito è la povertà di Cristo e la povertà della Chiesa, argomento che, dopo la morte di san Bonaventura (primo successore di san Francesco alla guida dell’ordine francescano), è stato fonte di dolorose spaccature e contese nell’Ordine e nella Chiesa.

Dopo aver incontrato l’abate dell’abbazia (di nome Abbone) e altri personaggi come Ubertino da Casale (vecchia conoscenza di Guglielmo, cacciato dai francescani e diventato benedettino), l’erborista Severino e altri, e dopo aver avuto con alcuni di loro dotte conversazioni, i due protagonisti vengono subito messi al corrente dall’abate di un fatto sconcertante da poco avvenuto: Adelmo di Otranto, uno dei più abili miniaturisti dello scriptorium, è stato trovato morto sotto le mura di cinta della cittadella. Non si sa se si tratti di suicidio o di omicidio. Abbone chiede allora a Guglielmo, dotato di fine intelligenza e astuzia, di indagare sull’accaduto, dandogli facoltà di interrogare chiunque ritenga opportuno e anche di muoversi liberamente all’interno degli edifici, tranne la biblioteca, luogo inaccessibile a tutti, eccezion fatta per il bibliotecario (Malachia, austero e malinconico) e il suo aiutante (Berengario da Arundel). Vi vengono custoditi libri preziosi e libri pericolosi e pertanto l’ingresso è vietato a tutti.

Tra una preghiera, un banchetto e qualche dotta conversazione Guglielmo e il fedele Adso cominciano a conoscere i personaggi che popolano l’abbazia.

Nelle loro indagini sulla morte di Adelmo i due protagonisti scoprono molte cose interessanti. Vengono a sapere, per esempio, di una strana conversazione avvenuta qualche giorno prima tra Jorge, Adelmo, Venanzio e Berengario a proposito della Poetica di Aristotele e in particolare del secondo libro, secondo la tradizione dedicato alla commedia, ma che nessuno ha mai potuto leggere. Visitano lo scriptorium dove si imbattono in alcuni appunti sibillini di Venanzio tratti da un libro che però poche ore dopo sparisce, sottratto da qualcuno. Di notte si intrufolano nella biblioteca. Vengono a conoscenza di una relazione troppo intima tra Adelmo e Berengario e di strane cose che succedono la notte nell’abbazia, come le visite di alcune donne povere del villaggio vicino disposte a vendersi a monaci corrotti in cambio di un po’ di cibo.

E nel frattempo continuano i delitti…

L’impressione che si ha chiudendo il libro al termine della lettura è strana, di confusione. Si coglie subito che il romanzo ha molti piani di lettura ma occorre fermarsi a riflettere per cogliere quali siano. C’è il giallo (strano giallo, però, perché alla soluzione finale dell’enigma si arriva quasi per caso, nonostante i mille ragionamenti e le elucubrazioni di Guglielmo, inglese, come uno Sherlock Holmes d’altri tempi). Ci sono le diatribe filosofico-teologiche sulla comicità, sulla povertà, sull’amore, sui sacramenti, sui libri, sull’interpretazione dei segni e su tante altre cose. C’è il gusto meticoloso della descrizione (Eco ha dedicato tantissimo tempo alla creazione dei personaggi, dei luoghi, degli ambienti). E alla fine c’è anche l’impressione che in realtà sia tutto un’illusione, e che non ci sia altro che il lusus letterario, il divertimento, dell’autore nello scrivere e del lettore (soprattutto se colto e capace di cogliere riferimenti e citazioni) nell’andargli dietro. «Volevo che il lettore si divertisse. Almeno quanto mi stavo divertendo io. Questo è un punto molto importante, che sembra contrastare con le idee più pensose che crediamo di avere circa il romanzo» scrive Eco nelle Postille a Il nome della Rosa (1983). E però, guarda caso, il riso e la comicità, e il ridere di ciò che è serio e solenne sono il tema centrale del romanzo: lo stile paludato e colto nasconde solo uno scherzo?

Questa ironia è sottile ed è uno dei tratti geniali del libro.

Uno dei temi chiave del romanzo è quello dei segni e della loro interpretazione. La ricerca della verità è possibile? Guglielmo cerca continuamente di cogliere segni, indizi, e inquadrarli in un unico disegno. E cerca di insegnare al suo giovane discepolo a fare lo stesso. Eppure in più di una occasione sottolinea l’impossibilità di trovare il giusto ordine, perché forse un ordine oggettivo non c’è. Gli stessi segni possono significare una cosa e il suo esatto contrario. Sono paradossi.

In ultima analisi per Eco sembra che la verità non esista. Quello che esiste veramente e unicamente sono i segni. E’ una professione di Nominalismo, uno dei messaggi che l’autore vuole trasmettere al suo lettore. Noi possiamo conoscere solo i nomi delle cose ma la verità è inconoscibile (questo è uno dei principi della filosofia di Guglielmo da Occam, che viene citato a più riprese nel romanzo come grande amico di Guglielmo di Baskerville). Ed è questo il senso del distico che chiude il libro: Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus (che potremmo tradurre: dell’antica rosa non resta che il nome, abbiamo solo nomi).

E se la verità non esiste, non esiste neanche Dio, anzi non esiste nulla, come con malinconia riconosce Adso al termine del racconto della sua avventura giovanile, ormai in fin di vita: non c’è la vita eterna, dopo la morte, ma solo un terribile, vuoto, nulla esistenziale.

Lo stile del romanzo è sontuoso, il lessico ricco, c’è il gusto della parola ricercata, del lungo periodare e dell’attenzione al dettaglio. Eco gode nell’ostentare la propria erudizione (e anche lo studio previo alla scrittura del romanzo, immagino) che spazia nei settori più diversi. Si esalta nella descrizione minuziosa per esempio del portale della chiesa dell’abbazia, che lascia esterrefatto Adso, o dei particolari nelle miniature di Venanzio, e ancora delle erbe contenute nel laboratorio di Severino e degli usi di ciascuna. C’è una vera e propria passione per gli elenchi (i libri della biblioteca, le portate del pasto offerto alle delegazioni di religiosi giunti all’abbazia, le creature fantastiche rappresentate nell’atrio dell’Edificio a incutere timore, ecc.) che rallentano la narrazione ma popolano le pagine rendendole enciclopediche.

Un ultimo appunto. Dal romanzo viene fuori un’immagine del Medioevo un po’ stereotipata e irrealistica, un periodo fosco e pieno di misteri, con una Chiesa fatta di uomini corrotti e materialisti, e una fede opprimente e piena di timori. Rimane tagliato fuori lo slancio verso il cielo delle cattedrali gotiche, la fine finezza filosofica della scolastica, lo slancio mistico di tanti santi, la fioritura culturale delle università.

Scarica la versione estesa della presente guida alla lettura.

 

Schede di approfondimento:

1.    Libri ‘avvelenati’ e letture ponderate: l’Index librorum prohibitorum

2.    Pastori non esemplari

3.    Povertà e ricchezza nella Chiesa

 

 

 

SCHEDA DEL LIBRO
Titolo: Il nome della rosa
Autore: Umberto Eco
Genere: Classici
Editore: Bompiani
Età minima consigliata: 18 anni
Pagine: 532
Guido Vassallo

Insegno in una scuola media, ma la cosa che mi piace di più è imparare. Per questo leggo, per questo parlo con la gente e mi stupisco ogni volta dell'infinità dello spirito umano.