Il partito dell’astensione

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“Se votare facesse qualche differenza, non ce lo lascerebbero fare.”
Mark Twain

Puntualmente, all’avvicinarsi di ogni tornata elettorale, si sente pronunciare questa frase. La si scrive con solennità sui Social network, la si enuncia, con una punta di orgoglio e soddisfazione, in ogni discussione politica sulle imminenti elezioni, sia nelle tavolate domenicali con la famiglia che nei pomeriggi passati al bar con gli amici.
Mark Twain ha, del tutto inconsapevolmente, fornito la migliore ragione giustificativa per la nascita un nuovo partito, che, attualmente, è il più importante in Italia.
È un partito molto, molto particolare. Non ha colori politici, non ha simboli, né slogan elettorali. Non ha sedi, non ha attivisti, non ha dirigenti né candidati. Non fa comizi, non distribuisce volantini, non fa alcuna propaganda. Eppure ha milioni di adepti: pensionati e neo diciottenni, impiegati e operai, persone colte e semi-analfabeti.
Stiamo parlando del PdA, il Partito dell’Astensione.
È un partito eterogeneo, che sembra crescere ogni anno di più, ed è composto da tutti coloro i quali, più o meno consapevolmente, conoscano o no il celebre aforisma di Mark Twain, hanno deciso di non andare a votare, da tutti coloro che hanno deciso che quel gesto così elementare, quale mettere una croce su un simbolo, è solo una grande illusione.
E se questo movimento si unisse con un altro partito – diverso ma politicamente affine: il PSB, Partito della Scheda Bianca – avrebbe i numeri e le carte in regola per governare il nostro Paese. Secondo gli ultimi dati, infatti, due elettori su cinque ieri non hanno votato, per una percentuale di circa il 41% degli aventi diritto.
Certo, è pur vero che la tentazione di entrare a far parte del PdA è molto forte. Per quale tipo di politica dovremmo votare? Per quella che tutela sempre e costantemente i propri interessi? Per quella politica così distante delle esigenze e dai problemi della vita di tutti i giorni? Per quella che si nasconde dietro facili quanto vacui slogan, ripetuti come un mantra attraverso gli hashtag di Twitter e Facebook, creati solo per #coprirelavuotezzadelleproprieidee? Per eleggere un parlamento situato in una città lontana, in un punto imprecisato dell’Europa continentale?
Per chi dovremmo votare? Per il nuovo che avanza, per il vecchio che non vuole lasciare la poltrona, per lo smacchiatore di giaguari, per il grillo parlante?
In effetti, il Partito dell’Astensione si nutre proprio di questo. Della rabbia, dell’insofferenza, della sfiducia verso uno Stato nel quale non crediamo più di appartenere, della convinzione che cambiano i volti, cambiano le persone, ma tutto rimane drammaticamente uguale.

Ma possiamo davvero aderire a cuor leggero a questo partito? Possiamo davvero trasformarci tutti in dei moderni Ponzio Pilato, lavandoci le mani di ciò che avviene all’interno dei palazzi del potere? Davvero andare a votare è solo illudersi di avere un potere che non si ha e che continua ad essere saldamente detenuto nelle mani dei soliti noti?
La risposta a queste domande la troviamo, manco a dirlo, nella nostra Costituzione, splendida sessantenne sempre pimpante, documento talmente importante da costituire un vero e proprio faro, una guida per i nostri passi.
Proviamo un po’ a leggere insieme il secondo comma dell’articolo 48: “Il voto è personale ed eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è dovere civico.”
I lettori più attenti avranno certamente notato l’anomalia: come può essere che la nostra Costituzione definisca l’esercizio del diritto di voto, che è appunto un diritto, come un “dovere civico”?
È noto a tutti che andare a votare è un diritto, conquistato storicamente con fatica e non poche lotte. Un diritto, quindi, che viene riconosciuto in linea di massima a tutti i cittadini e che non può subire alcun tipo di limitazione. Eppure, la Costituzione, con un apparente ossimoro, lo definisce come un dovere, anzi, un dovere molto particolare. È certo, infatti, che il mancato esercizio del dovere di voto non è tutelato da alcuna sanzione: nessuna multa vien fatta a chi decide di non andare a votare, nessuno viene fisicamente costretto dentro una cabina elettorale.
E allora torniamo alla domanda iniziale: perché andare a votare è un dovere, prima ancora di un diritto?
La risposta è dimostrazione della estrema saggezza e lungimiranza dei padri costituenti. Infatti, è come se la Costituzione abbia voluto lanciarci un ammonimento. È come se avesse voluto ricordarci che siamo tutti, nessuno escluso, responsabili gli uni degli altri, che non possiamo chiuderci nello stretto egoismo delle nostre famiglie, che facciamo parte di un’unica collettività. E ciascuno di noi ha, appunto, il dovere di interessarsi delle sorti della comunità in cui si vive, perché è proprio dall’apporto e dall’impegno del singolo che si costruisce la buona politica e il retto governo.
Il potere che la matita in una cabina elettorale ci dà non è un’illusione ma, anzi, è un potere immenso, perché la nostra volontà, sommata ad una miriade di altre volontà, diventa improvvisamente importante. Diventa una volontà che conta nei palazzi che “contano”. Potrà essere tradita, non ascoltata, ma di certo non verrà ignorata.
Perché in quelle cabine, con quelle matite in mano, anche solo per un momento siamo liberi.
Ecco perché in quelle matite, nel chiuso di quelle cabine elettorali, scorre, vivo e pulsante, il sangue della democrazia. E la democrazia non sarà di certo la miglior forma di governo in assoluto, ma sicuramente è la migliore cui, allo stato attuale, possiamo aspirare.

Amo studiare le lingue straniere, ascoltare musica, viaggiare e, naturalmente, leggere. Amo in particolare i classici del passato, poiché sono convinta che solamente conoscendo il pensiero di chi ha vissuto prima di noi, possiamo capire e interpretare nel modo migliore il mondo in cui viviamo.