Il più grande uomo scimmia del Pleistocene

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The Evolution Man (tradotto in Il più grande uomo scimmia del Pleistocene) è un piccolo capolavoro di Roy Lewis pubblicato per la prima volta nel 1960, romanzo di fantascienza che parla di scoperte scientifiche, culinaria, caccia, allevamento, conflitto, esogamia, arte e soprattutto storia. E poi religione, mito, filosofia e altro ancora. Come? Con il fuoco, naturalmente.

La sensazionale scoperta del fuoco da parte di alcuni ominidi durante l’antico Pleistocene darà vita a un incredibile susseguirsi di intuizioni e rivelazioni che ora, al giorno d’oggi, diamo per scontate, ma che per i nostri eroi significavano spesso salvezza o motivo di grande stupore. Dall’allontanare le bestie selvatiche al diventare sedentari, dal mangiare carne potendola cucinare all’allevamento, dallo sviluppo di armi da caccia alla protezione del patrimonio della propria orda contro quelle di altri ominidi, e via dicendo.

Il tutto agitato per bene con una abbondante spruzzata di comicità. Comicità che viene resa in modo estremamente superbo dall’anacronismo utilizzato da Lewis: ovvero mette in bocca ai suoi personaggi, in particolare al padre di famiglia, dei linguaggi, dei registri linguistici, dei contenuti che non dovrebbero per niente appartenere alla sua epoca. Epica la scena nella quale il padre di famiglia decide di condurre diplomazia con un’altra orda utilizzando italiano, francese, tedesco e, alla fine, non trovando nessuna lingua con cui comunicare, afferma che quelle lingue non si siano ancora ben sviluppate e dopotutto convenga tornare al consueto uso dei gesti.

E dopo che un ragazzino disegna con un carboncino un mammuth spaventando tutti siamo dinanzi ad un embrione di arte figurativa, dal quale nasce il mito: quella era l’ombra intrappolata nella roccia di un mammuth lì vicino. Ipotesi poi, a dir loro, confermata dalla presenza di uno di questi nei paraggi, che cattureranno. E, tornati alla caverna, l’ombra era sparita, dimostrando che con la sua morte la sua ombra/anima era andata via da quel mondo. E a rafforzare ciò è proprio il narratore, ominide figlio del capo dell’orda, che comincia anche a pensare a una sua propria idea ben delineata di vita dopo la morte, quasi che fosse religione.

Ma non è lui la figura centrale del romanzo, quanto piuttosto suo padre, che si definisce uno “scienziato”. E infatti la sua visione parla di condivisione culturale con gli altri ominidi, parla di progresso e si batte perché la propria prole si dia da fare e non si fermi alle comodità già ottenute, lamentandosi della loro pigrizia. È lui che scopre il fuoco e che inventa il concetto di progresso.

Il progresso, l’evoluzione, contro l’adattamento di zio Vania, più scimmia che uomo, che vede maligne e rovinose le scoperte e il fuoco, da temere. Pensa infatti al rispetto per la natura, alla simbiosi uomo-natura, non lasciando gli alberi, vedendo in essi il sostentamento per tutto. E qui è la filosofia: qual è il cammino che porta alla felicità e alla verità, il progresso o l’adattamento?

Certo, possiamo dire di chi siamo noi figli: non certo di zio Vania. Ma la domanda è da riattualizzare, benché siano passate diverse ere biologiche: è giusto puntare al miglioramento continuo dell’uomo, fino allo stremo, o dovremmo fermarci e capire che stiamo andando contro natura e, come prevedeva Zio Vania, le nostre scelte ci hanno portati alla rovina del nostro mondo?

Forse, come spesso accade, la risposta non è né l’una né l’altra, forse sono entrambe, forse la risposta sta nell’esatto centro tra i due poli.

Articolo scritto da Giacomo Zampaolo

SCHEDA DEL LIBRO
Titolo: Il più grande uomo scimmia del Pleistocene
Autore: Roy Lewis
Genere: Romanzo
Editore: Adelphi
Età minima consigliata: 16 anni
Pagine: 178
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