Il pollo – Ep. 1

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I loro ruoli avrebbero potuto essere invertiti. Ma non lo erano.

Aveva da poco compiuto sedici anni, quando gli capitò la prima occasione.
Francesco in verità non aveva nulla che non andasse; anzi, era un ragazzo perfettamente normale, magari un po’ taciturno, ma non dava fastidio a nessuno. Non godeva nemmeno di particolari simpatie o favoritismi da parte del gruppo docenti e il suo aspetto era alquanto anonimo. Assolutamente nella media, sotto tutti i punti di vista.
Ma a causa di un commento e una battuta di troppo si era diffusa la falsa voce di un suo passato da tossicodipendente, e da quella erano partite un’infinità di dicerie. Si credeva che fosse schizofrenico e che andasse segretamente da uno strizzacervelli, che il padre fosse diventato un alcolizzato e che fosse stato ricoverato a causa sua, che la madre lo avesse abbandonato, che avesse tendenze violente, che avesse mandato all’ospedale più di qualcuno.
I suoi amici, se così potevano definirsi, a volte erano i primi a mettere in giro quelle voci, e quello che era partito come uno scherzo di pessimo gusto si trasformò presto in una orribile realtà.
Francesco si ritrovò così ostracizzato da tutto e da tutti, anche se la sua vita non aveva nulla che non andasse. Il padre stesso aveva cercato di arginare la faccenda, senza risultati, visto che ormai anche lui era coinvolto nella rete tesa dalle malelingue. In quanto ritenuto alcolizzato aveva perso ogni credibilità, e per poco non il lavoro; perfino una denuncia sporta per calunnia non aveva ottenuto nulla per migliorare le sorti.
Il bullismo era solo questione di tempo.
Ed è così che Marco lo vide, circa a metà del secondo semestre, chino a raccogliere la cancelleria sparsa per tutto il corridoio e i resti di uno zaino tagliato in due, mentre sul pavimento scivolavano pigri dei fogli, probabilmente strappati dai libri di testo, spinti da una corrente d’aria.
La campanella era suonata da cinque minuti, limite massimo tollerato per rientrare in classe dopo il cambio dell’ora, ma Francesco aveva ancora molte cose da raccogliere, senza avere un posto dove riporle, e molti fogli da inseguire. Avrebbe fatto certamente ritardo e, sebbene non fosse letale, la sgridata e il motteggio che si sarebbe preso dal professore non avrebbe certo contribuito a migliorare la sua giornata. Tanto più se si considerava quanto fossero indifferenti gli adulti di fronte al comportamento dei ragazzini che lo tormentavano.  Che gli rovesciassero addosso cibo o bevande era la norma, che lo derubassero o gli rovinassero le cose capitava spesso, che lo picchiassero almeno una volta a settimana.
Marco si fermò.
Non aveva mai parlato con Francesco, lo conosceva esclusivamente di vista. Sapeva delle voci che giravano su di lui, per cui non aveva mai provato ad entrarci in contatto, figurarsi in confidenza. Se c’è un tipo di persona da cui tutti, in primis i genitori, ti raccomandano di stare lontano, quello rispondeva ai criteri con cui era descritto Francesco.
Eppure, notò Marco, non sembrava vero. Il tizio chino a raccogliere penne aveva sì delle profonde occhiaie, ma non aveva occhi arrossati o altri segni che indicassero uno stretto rapporto con gli stupefacenti. Sembrava solo un ragazzino che aveva compiuto da poco quindici anni, stanco e provato dalle continue angherie subite e frustrato dal silenzio di chi avrebbe dovuto difenderlo, chiuso a riccio in un disperato tentativo di proteggersi.
Marco avrebbe potuto aiutarlo.
In fondo, pensò, abbiamo la stessa età, no? Tutte quelle dicerie chissà se sono vere, e al posto suo potrei esserci io.
Già. I loro ruoli avrebbero potuto essere invertiti.
Ma non lo erano.
Il corridoio in quel momento era deserto, ma non se la sentiva di tentare la sorte: se fosse stato visto in compagnia di Francesco, specialmente intento a dargli una mano, molto probabilmente lo avrebbero preso per un suo amico. E chi voleva essere suo amico, se questo prometteva solo di fargli ricevere lo stesso trattamento?
Mentre Marco rifletteva, Francesco si era accorto dello sguardo fisso su di lui e aveva smesso di raccogliere i suoi oggetti, tanto minuto più minuto meno di ritardo non avrebbe fatto alcuna differenza. Lo stava studiando, guardingo, come fa una bestia che incontra un altro animale mai visto prima, nel tentativo di capire se fosse innocuo o pericoloso.
Rimasero a squadrarsi per pochi, lunghissimi istanti, che ad entrambi sembrarono eterni, prima che Marco prendesse una decisione: girò i tacchi, lasciando Francesco da solo con il suo macello da raccogliere, allontanandosi verso la classe.
Fu la prima volta che si comportò come un pollo.