Il pollo – Ep.3

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Una vita perfetta, coronata da un lieto fine. Poi arrivò quel documento.

A cinquantasei anni, Marco si riteneva soddisfatto della vita che conduceva: abitava in una bella casa in una buona zona della città, aveva costruito con sua moglie una famiglia che amava e che lo riempiva di orgoglio, aveva un impiego importante in una grande multinazionale che lo soddisfaceva e per cui era davvero portato, mai riscontrato un problema di salute.

Davanti a lui si prospettava un pensionamento tranquillo, magari in quella casa al mare comprata anni prima, e con gli anni sarebbero forse arrivati i nipotini per riempire le estati di giochi sulla sabbia.

Una vita perfetta, coronata da un lieto fine. Poi arrivò quel documento.

In un qualsiasi mercoledì pomeriggio, subito dopo la pausa pranzo, si mise al lavoro su dei documenti che richiedevano la sua revisione, semplici scartoffie in verità, roba che volendo avrebbe potuto lasciar fare a qualcun altro. Per un paio di ore la cosa andò avanti senza intoppi, e la pila di carta era quasi giunta al termine, quando gli saltò all’occhio l’ultima voce sul documento che teneva in mano. Un prestito allo Studio Tobrik di circa 50.000 euro era stato documentato privo di garanzia, il cielo solo sa come.

I prestiti erano cose che la maggior parte dei suoi colleghi e dei suoi dipendenti facevano a occhi chiusi, normale amministrazione per la Silmon S.r.l.; si doveva trattare dunque di una svista, pure se piuttosto grave.

Alla ricerca del responsabile di quell’errore, chiamò il suo segretario e gli chiese di portargli il fascicolo sul prestito alla Tobrik, che risultò essere un po’ più folto del solito plico, e lo controllò velocemente.

Poi lo controllò ancora.

E di nuovo.

Niente, i conti non tornavano.
Il prestito c’era stato, la garanzia di fatto c’era, tutto sembrava essere in regola, se si escludeva che per un prestito di 50.000 euro era stato dato come garanzia, e accettato, un vecchio capanno della zona industriale, che Marco sapeva valere meno di 10.000, volendo essere generosi. Non era possibile che qualcuno alla Silmon, neppure un novellino, avesse accettato quel posto fatiscente come assicurazione.
Le firme sul documento non erano ancora state apposte, ma il documento in suo possesso poteva anche essere solo una copia precedente la firma.

Riprese in mano il telefono e si mise in contatto con una dei suoi colleghi, Carla, spiegando in dettaglio il motivo della chiamata, ma la sua reazione non fu certo quella che si aspettava:

Ma come non lo sapevi, Marco? C’è la tua firma.

Confuso, Marco tornò a guardare i documenti sparsi di fronte a lui, ma non la vide da nessuna parte. Lo disse a Carla, che lo invitò a raggiungerla nel suo ufficio.
La trovò intenta a frugare fra le carte impilate su uno scaffale, e dal mucchio ne tirò fuori una in particolare: la copia esatta del documento sulla sua scrivania, quello che accettava una garanzia ridicola per un prestito importante. Ma su questo c’era la sua firma.

Inequivocabile, perfetta come se l’avesse scritta di suo pugno, con una M tondeggiante e una C fusa con la O, la firma falsificata brillava nera e lucida sulla carta bianca alla fine della pagina. Come…?

Senza ringraziare Carla, afferrò il falso e corse nell’ufficio del suo superiore per denunciare l’accaduto, e il direttore si mostrò giustamente molto sorpreso nel vedere quel documento, lo prese in consegna e gli assicurò che sarebbe intervenuto nella faccenda, sia per congelare il prestito sia per scoprire chi fosse l’autore del falso, e Marco se ne tornò nel suo ufficio, più calmo anche se non rilassato.

Il giorno dopo, nella cassetta della posta trovò una querela per truffa.

Sconvolto dalla notizia, pensava di avere la legge dalla sua, visto che non aveva mai ricevuto un richiamo, mai preso giorni di malattie inesistenti o praticato l’assenteismo, sempre svolto il suo lavoro con perizia.

Ma la legge gli si ritorse contro, perché quel documento venne alla luce. Il superiore non lo aveva preso in consegna per sistemare la situazione, ma per usarlo come prova contro di lui e potergli addossare la colpa dei movimenti illeciti all’interno della Silmon. Da quel prestito infatti partiva un devastante effetto domino di scartoffie varie che incastravano Marco, indicandolo come colpevole di una serie di sparizioni di denaro e contraffazioni. Solo Marco poteva sapere che la firma era falsa, perché era stata così perfettamente riprodotta che perfino una perizia grafologica ne confermò l’autenticità.
Venne dichiarato colpevole, ma rifiutando di essere oltraggiato e condannato ingiustamente presentò ricorso, e quando anche questo non portò a nessun risultato ricorse in appello.

Disperato, cercò a quel punto di coinvolgere anche la stampa, sicuro che l’opinione pubblica sarebbe giunta in suo soccorso così come aveva fatto per tante altre cause perse, raccontando la sua storia di fronte alle telecamere, mostrando la copia di quel falso che lo stava rovinando, perorando la sua causa di fronte chiunque volesse ascoltarlo.

Si rivolse prima ai telegiornali, sperando di poter comparire a volto scoperto sul piccolo schermo, ma questi non gli diedero spazio, favorendo piuttosto un servizio che parlava di quanto caldo facesse a luglio; poi ai quotidiani, pensando di poter aprire un dibattito, ma ridussero la sua notizia a un ridicolo inserto nelle ultime pagine; quindi ai varietà d’informazione, vera vox populi della tv, ma ritennero che la cosa non avrebbe fatto abbastanza share, dal momento che l’attenzione del pubblico era già rivolta a un altro caso di cronaca.

Marco venne condannato a quattro anni di carcere e, oltre al danno la beffa, a risarcire l’azienda. Dagli anni in prigione non si riprese mai del tutto.

Quella volta non si comportò come un pollo, ma altri lo fecero al posto suo.