Il principio dell’iceberg: se parli piano ti sento forte

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Leggere Hemingway per scoprire chi siamo

Non ricordo com’è successo, ma all’improvviso ho sentito il bisogno di scrivere – come la pioggia cade copiosa sopra l’asfalto e nulla potrebbe mai fermarla.

Ricordo che la mattina la temperatura scendeva spesso sotto lo zero, e che le luci di natale erano delle gigantesche stelle tra i palazzi della città. Io sentivo il bisogno di scrivere per dire la cosa più naturale: ero innamorato di una ragazza. Volevo scriverle una lettera; così andai in libreria e per la prima volta incontrai il signor Ernest Miller Hemingway. Acquistai “I quarantanove i racconti”, e per primi lessi “Le nevi del Kilimangiaro”, “La fine di qualcosa” e “Colline bianche come elefanti”. Ma soprattutto lessi “Grande fiume dai due cuori” – lo stesso racconto che leggeva Maria la prima volta che ci siamo incontrati; sull’autobus, quando mi disse sottovoce – è di Hemingway-.
Dall’imprevedibile amore dei nostri quattordici anni, ci scambiammo solo due baci, e chissà se oggi, incontrandomi, non mi citerebbe «Tu chiedi l’impossibile. Pretendi l’assurdo. Se ami questa ragazza, se l’ami quanto dici, ti conviene dunque amarla con tutte le tue forze e compensare con l’intensità ciò che vi mancherà in continuità e durata. Anticamente gli uomini si dedicavano una vita intera all’amore. E tu, dopo averlo trovato, se ti vengono concesse solo due notti, ti sorprendi che tanta felicità ti sia piovuta dal cielo» (“Per chi suona la campana”, E. Hemingway).
Comprai i racconti di Hemingway perché avevo intenzione di imparare a scrivere come lui. In quel modo avrei conquistato Maria. Solo col tempo, mi resi conto che l’obiettivo della mia scelta – in realtà – era un altro. I romanzi di Hemingway mi permisero di conoscere gradualmente chi ero. Riuscirono a toccare il fondo del pozzo dei miei sentimenti e portarli in superficie. Rivelarono, goccia dopo goccia, il sapore della pioggia che preferivo. E ancora oggi, quando penso ad Hemingway, immagino anche lui nella pioggia battente. Come Frederic Henry nelle ultime due righe di “Addio alle armi”. Il romanzo più famoso, più letto e più citato. Forse, per un semplice motivo: è una storia d’amore. Che è al confine tra vita e letteratura. E dimostra come la fusione tra questi due elementi – a volte – sia spontanea. Per Hemingway, è come se – vita e letteratura – corrispondessero alla precisione matematica di due insiemi lontani e distinti, da cui – lo scrittore – ruba le immagini più disparate e le incatena ai suoi romanzi. C’è solo una regola: il numero totale degli elementi dei due insiemi non può mai cambiare. Ecco, credo proprio Hemingway vivesse in questo precario equilibrio. Perché – ancora – Hemingway si fidava dei suoi lettori e ne conosceva delicatamente l’onesta fragilità. Come un padre che accompagna il figlio. Come un uomo a cui è restituito il tempo perduto; come Nick, che «si arrampicò sulla sponda e tagliò per il bosco, verso il rialzo nel terreno. Tornava al campo. Si voltò indietro. Il fiume, tra gli alberi, si vedeva appena. Aveva tutto il tempo che voleva, per pescare nella palude» (“Grande fiume dai due cuori”, E. Hemingway).

(Fitzgerald:) -Zelda ha detto che per come sono fatto non potrei mai soddisfare una donna
(Hemingway:) -tu sei assolutamente a posto. Sei ok. Non hai niente che non vada-
-ma perché me lo avrebbe detto?-,
-per metterti fuori gioco!-
(“Festa Mobile”, E. Hemingway).

Ecco le donne di Hemingway. Quelle che mettono fuori gioco; e quella grande passione che gli fece sposare quattro donne – Hadley, Pauline, Martha e Mary -, ma amarne solo una. Così un’intervista disse che «si riesce a scrivere bene solo quando si è innamorati» (“Il principio dell’iceberg”, E. Hemingway). O forse era un modo per non rimanere solo, d’altronde «Più ci si addentra nella scrittura e più si rimane soli. Gli amici cari […] scompaiono. […] Questa è la misura dello scrivere» (“Il principio dell’iceberg”, E. Hemingway).

Come detto, ho sempre immaginato la figura dello scrittore americano assimilandola a quella del suo più caro protagonista, Henry. E ho continuato a farlo fino a quando la scrittrice italiana Fernanda Pivano me ne ha regalata una migliore: «Il suo sorriso era timido e disarmante, la sua parlata così sommessa che a volte diventava impercettibile, il suo modo di mostrarsi del tutto scoperto, indifeso, vulnerabile, mettevano quasi in imbarazzo. La fragilità che si nascondeva sotto la superficie della temerarietà saltava subito agli occhi di chi si dava la pena di guardarlo» (“Hemingway”, Fernanda Pivano). Poi, è stata un’altra donna ancora a consegnarmi un dettaglio che avevo omesso. All’ultimo anno di scuola superiore, quella che era la mia ragazza, mi regalò un libro. Piccolo e sottile, dal titolo “Il principio dell’iceberg, un’intervista ad Ernest Hemingway”. Non so per quale motivo, ma il fatto che le donne e lo scrittore americano mi si presentino sempre assieme, dev’essere colpa di qualche strano gioco del destino. A cui – fra parentesi – Hemingway non credeva.
In quell’intervista del 1954 scoprii che il finale di “Addio alle armi” era stato riscritto trentanove volte dal ragazzo nato ad Oak Park. Ma soprattutto Hemingway – in quell’intervista – confermò il mio pensiero su quella strana sensazione di improbabile equilibrio che governa i suoi romanzi: «Ammesso che possa interessare a qualcuno, io quando scrivo cerco sempre di seguire il principio dell’iceberg: i sette ottavi di ogni parte visibile sono sott’acqua. Tutto quello che conosco lo posso eliminare, così il mio iceberg sarà più solido. Se però lo scrittore omette qualcosa proprio perché non la conosce, allora si noterà un grande buco nella storia» (“Il principio dell’iceberg”, E. Hemingway).

Hemingway accetta di credere che il tempo si possa fermare. Di credere che la notte possa durare in eterno, infatti «nessuno a Madrid va a letto prima di aver ucciso la notte» (“Morte nel pomeriggio”, E. Hemingway). Hemingway permette di credere nelle bugie e di analizzare «i vizi,  le virtù e l’essenziale umanità delle persone tra le quali egli era vissuto». Perché «la forza e la vivacità dei suoi scritti è stata talmente potente da riuscire ad infrangere le barriere del linguaggio e la nebbia delle mistificazioni» (Archibald MacLeish), e di trovare la verità alla stregua di quanto rivela Heidegger «Solo se davvero erriamo – ci perdiamo, possiamo imbatterci nella “verità”». Ed è incredibile notare quella “lineetta” tra le parole – tra due autori così distanti. Una “lineetta” così amata dagli scrittori americani dell’epoca di Hemingway – sembra quasi che colga alla perfezione il battito sommesso del cuore quando si parla sottovoce; le rughe delle sopracciglia quando si urla l’odio; il tepore dell’imprevedibile quando si è ad occhi chiusi.

Ricordo che nella prima pagina de “Il principio dell’iceberg”, la mia ragazza appose una dedica. Recitava: «Non lo disse ad alta voce, perché le cose belle a dirle non accadano» (“Il vecchio e il mare”, E. Hemingway). Ricordo che quando la lessi, ripensai a Maria e al modo in cui mi rivelò – Hemingway – all’orecchio. Poi pensai proprio a lui – ad Hemingway – e mi accorsi che quel iceberg, qualsiasi cosa fosse, doveva suonare più o meno così: – ehi tu, lettore, anche se parli piano, io ti sento forte – .

Articolo di Davide Spinelli originariamente apparso su L’oppure

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