Il profumo dei limoni

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Mi piacerebbe riflettere oggi sul nostro rapporto con le nuove tecnologie, internet, i cellulari.

Vorrei farlo a mente aperta, non con l’atteggiamento di chi vede in questi strumenti il moloch che un giorno divorerà l’umanità (stile Matrix, con le macchine che si nutrono degli uomini), ma neanche con l’ottimismo superficiale di chi dice: “sono solo strumenti, dipende come li si usa”.

Perché il problema c’è, eccome! La diffusione e la invasività nelle nostre vite di questi strumenti, il tempo che dedichiamo loro, il loro stesso funzionamento, lasciano traccia in noi anche se non ce ne accorgiamo, esattamente come le tracce nascoste che ogni navigazione su internet (per restare in tema) lascia nel nostro pc, nella rete, nei server visitati…

Lo spunto mi viene da un interessante e breve saggio di Jonah Lynch intitolato Il profumo dei limoni (ed. Lindau, pp. 144, € 11,00). La riflessione di questo studioso americano (cresciuto come noi con i computer e appassionato fan di Apple) inizia da una constatazione piuttosto semplice: le nuove tecnologie ci semplificano la vita, rendono più veloci le comunicazioni ed efficiente il lavoro ma modificano radicalmente il nostro modo di percepire la realtà. Per esempio riducono a due (vista e udito) i cinque sensi che la natura ci ha dato per fare esperienza del mondo (da qui il titolo: un limone ha la scorza ruvida, un sapore asprigno e un profumo inconfondibile…).

Senza anticonformismi talebani né affermazioni bacchettone Lynch sviluppa alcune semplici considerazioni interessanti che provo a riassumere brevemente:

1 – la sovrabbondanza di informazione presente sulla rete e in costante aggiornamento potenzia sì la lettura veloce ma fa perdere completamente il senso della profondità. Pensiamoci: quante volte capita di fermarsi a ragionare su quanto leggiamo, di meditare il senso delle parole, di metterle in relazione con altre riflessioni che abbiamo fatto? Alcuni studi scientifici hanno notato, puntando una microcamera che registra il movimento delle pupille, che l’utente medio davanti al monitor ha sviluppato uno stile di lettura detto ‘a F’: legge il primo rigo, scende un po’ per leggerne un altro a metà del testo e poi va giù fino alla fine per farsi una idea di cosa c’è scritto. Inoltre la quantità di informazioni, e la curiosità che suscita di acquisirne sempre di più, si paga a caro prezzo: la memoria a lungo termine (che richiede tempo e attenzione per funzionare) non viene più esercitata e questo provoca ignoranza perchè è molto più difficile ritenere le informazioni acquisite.

2 – a proposito di superficialità: lo schermo (valga il discorso per il pc ma anche per la tv) appiattisce la realtà, e più gli schermi sono piatti e grandi e numerosi i canali, più la nostra interazione col mondo viene modificata. Attraverso lo stesso schermo, indiscriminatamente, possono entrare nella mia stanza la Via Crucis del Papa, la guerra in Afghanistan, il filmato porno, i coccodrilli del Rio delle Amazzoni. E tutte le emozioni che le immagini suscitano in me si affastellano in modo disorganizzato e successivo, senza controllo. E io posso pure indignarmi per la violenza con cui vengono trattate le persone che vedo, ma non ho con chi prendermela, a meno di non accanirmi contro il monitor, innocente. Al più posso spegnere e far finta che nulla esista…

3 – tutto, intorno a noi, sembra affermare: digitale (ovvero: tutto è riducibile a una sequenza di 1 e 0) è meglio di analogico (ovvero: esistono infinite sfumature, di suono, di colore). La tecnologia è rivoluzionaria, ma a dispetto della sempre maggiore definizione nella trasmissione di immagini e suoni, la perdita è sostanziale: la realtà non è in due dimensioni ma in tre dimensioni, le cose non sono bianche o nere, e nessuno schermo a 16 milioni di colori può veramente rendere un tramonto infinito (infatti se lo ingrandisci vengono fuori i pixel…).

4 – tutte le esperienze che facciamo agiscono su di noi a livello neuronale, modificandoci: è quella che gli scienziati chiamano neuroplasticità. In poche parole avviene questo: le cose che vedo, che sento, stimolano dei recettori che reagiscono in un determinato modo, creando un effetto memoria, per cui analoghe esperienze successive faranno riferimento alle tracce lasciate nei neuroni dalle precedenti. Ora lo stesso vale per tutte le emozioni e reazioni provocate in noi da ciò che avviene quando stiamo davanti al pc, che però ci fa fare esperienze in certo modo ‘non reali’ (es: l’amicizia su FB, la comunicazione via chat, il multitasking, ecc.). Questo spiega per esempio la dipendenza da questi strumenti che è sempre più  diffusa e scientificamente documentata, tanto da aver spinto alcuni psichiatri a creare apposite cliniche e programmi di recupero (al pari di alcolisti, drogati, ecc.)

5 – un’ultima cosa, tra le tante che il breve saggio di Lynch riporta, è interessante e profonda. Riguarda la non reversibilità di alcuni processi. Lo spiega bene. Tutto quello che si fa su internet è in qualche modo registrato e archiviato: le ricerche sui motori di ricerca, i commenti nei forum, i post sui blog, ecc. Sempre più le compagnie di pubblicità (con la collaborazione di Google, sempre più potente e invasivo) acquisiscono dati per creare campagne precise tagliate per gruppi di utenti per arrivare una precisione quasi del singolo utente. Ormai non ci stupiamo più, ma è impressionante vedere i banner che ci compaiono sullo schermo che ci propongono di comprare cose che realmente desideriamo o di cui abbiamo bisogno e reperibili anche nella nostra città, o forse nella strada accanto a casa nostra (ma come fanno -ci chiediamo- a sapere che abito qui?). Ebbene, tutto è registrato, archiviato, catalogato, utilizzato. E non c’è possibilità di tornare indietro. Le aziende prima di assumere una persona fanno ricerche sul candidato e possono scavare nel suo passato, vedere cosa ha scritto, chi sono i suoi amici, le foto che ha pubblicato… Sono disposte anche a pagare per questo, perché ci sono società che sanno come e dove trovare queste informazioni. E non c’è spazio per il pentimento per gli errori di gioventù, per i ripensamenti della vita, per la maturazione. Tutto il passato è sempre presente. Almeno, dice Lynch, nella vita vera uno si può pentire, chiedere scusa; il tempo poi purifica la memoria. Su internet no.

Sono spunti, ma fanno riflettere.

Forse occorre maturare un rapporto più distaccato con le macchine e avere la forza di premere OFF. Tra alcuni anni saranno sempre meno le persone che si ricorderanno ancora quando ci si vedeva al bar invece che su Facebook, quando si suonava la chitarra intorno al fuoco invece di stringersi intorno a un auricolare, quando si giocava a tennis sulla terra rossa invece che davanti al televisore al plasma del salotto, quando ci si abbracciava e si litigava invece si scambiarsi emoticons, quando si telefonava a casa degli amici e si parlava coi loro familiari perché la persona che cercavamo non era in casa…

Non possiamo permettere che un grande patrimonio umano si perda, conclude Lynch. E avverrà se non lo si riscopre oggi, perché tra poco saremo sempre di meno a ricordare quei tempi, e sempre di più i nativi digitali avranno difficoltà a immaginare case senza computer, persone senza telefonino, luoghi senza wi-fi, lo studio senza internet.

Un’occhiata al seguente breve video può incoraggiarci, tanto più sapendo che è la pubblicità di una compagnia telefonica thailandese. Chissà, forse in un momento di autocoscienza si saranno resi conto che le logiche del profitto non sono incompatibili con la dimensione umana e relazionale della vita:

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SCHEDA DEL LIBRO
Titolo: Il profumo dei limoni
Autore: Jonah Lynch
Genere: Saggio
Editore: Lindau
Età minima consigliata: 16 anni
Pagine: 144
Guido Vassallo

Insegno in una scuola media, ma la cosa che mi piace di più è imparare. Per questo leggo, per questo parlo con la gente e mi stupisco ogni volta dell'infinità dello spirito umano.