Il segreto della felicità

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Ci credereste mai? È successo tutto un venerdì 17 di un anno ormai perso nella mia memoria. Venerdì 17, giorno nefasto, a quanto si dice. Eppure io quel giorno imparai cos’è la felicità, quella teorica, quella verso cui siamo puntati e indirizzati tutti noi. Cambiò la mia vita, gli diede una direzione.

Accadde tutto una settantina di anni fa. A quel tempo ero un ragazzino di poco più di dieci anni – se non erro – e in città c’era da una settimana grande eccitazione. Ma non posso andare subito al dunque! Bisogna partire dall’inizio, dagli antefatti. Ebbene, il mondo, quando io ero un ragazzino, era un luogo triste: le guerre, l’inquinamento, le tensioni sociali, le rivolte, le ribellioni… L’uomo teneva il mondo troppo stretto nelle sue mani e quello si sbriciolava come un biscotto. Ma il mondo non era triste per questo: in fondo questi problemi ci sono ancora e ci sono sempre stati, e poi il mondo non ha certo coscienza delle schifezze con cui lo riempiamo! Né tanto meno può parlare e esprimere il suo sconforto! Figurarsi se io, bambino di appena dieci anni che non ascoltava nessuno, avrei ascoltato le lamentele di un pianeta vecchio e stanco di allevare qualcosa che lo distruggeva e lo distrugge tuttora! Non importa, sto divagando. Colpa dell’età: la mia mente non è fresca come una volta e così si perde in speculazioni più o meno sterili, in un incrociarsi e annodarsi dei fili dei miei pensieri. Insomma il mondo era triste perché l’uomo era triste. E l’uomo era triste perché, dopo aver passato i millenni a cercare la felicità, il sommo bene, aveva perso la speranza di raggiungerla, la scintilla che accendeva la sua ricerca! E così aveva giustamente smesso di cercare di raggiungere la felicità. Ma cos’è la vita senza una ricerca? Puoi darti scopi limitati, puoi riempire ogni tuo singolo passo di traguardi e vedere ogni risultato come un premio, ma quanta limitatezza in tutto ciò! No, sono fermamente convinto che non si possa limitare la vita a ricerche sicure, di cui si sa che c’è un traguardo, una fine. Se la vita tende ad una ricerca infinita non è forse infinita? Ma non a tutti gli uomini sta bene una vita infinita, molti preferiscono dei risultati concreti, delle ricompense tangibili. Come biasimarli? Sono scelte. E settant’anni fa molti sceglievano di interrompere la loro ricerca, di raggiungere almeno un infimo traguardo nella loro breve vita, piuttosto che non raggiungerne mai uno sommo in una vita eterna. L’eternità fa paura, si sa, e lo scegliere questa via più breve era diventato un contagioso morbo dell’anima. Ma la mia testa di bambino, quella lontana sera, non pensava certo all’eternità né a quella triste malattia che affliggeva l’uomo del mio tempo! Ero troppo preso dalla gioia dell’infanzia ma ricordo con precisione quella sera. Sì, ricordo che eravamo seduti a cena e guardavamo un bel film, un cartone animato in cui un buffo e maldestro orso doveva compiere una missione segreta. Ad un tratto interruppero il programma e partì un telegiornale, un’edizione speciale del telegiornale locale. Io e mio fratello protestammo, ma papà ci mise a tacere con un gesto della mano. La bionda presentatrice con il suo solito volto impassibile annunciò la grande notizia: “Buonasera cari telespettatori, interrompiamo il programma con questa edizione straordinaria per comunicarvi una notizia sensazionale. Un uomo, il cui nome e volto sono ancora ignoti, ha comunicato di conoscere il segreto della felicità.” Un sorriso inarcò le labbra della conduttrice, i volti di mamma e papà presero delle espressioni tra lo sconvolto e il sorpreso. “L’uomo ha dichiarato che presto farà avere sue notizie e che fra una settimana esatta, su questo stesso canale, annuncerà pubblicamente quello che lui ritiene essere il segreto della felicità.” – la giornalista sorrise con indifferenza. O era scetticismo, tipico di quel lavoro a quei tempi? Era forse anche lei vittima del morbo? – “Il misterioso uomo ha telefonato al centralino della nostra redazione, lasciando il messaggio prima riferito e mantenendo l’anonimato. Chi è quest’uomo per ora senza volto? Ha davvero scoperto la chiave della felicità, la cura per il male del nostro sfortunato secolo? Vi terremo aggiornati su eventuali novità. Buonasera e buon proseguimento di visione.” Io avevo ascoltato le parole della conduttrice ma ci avevo capito ben poco; fui felice che il mio film era ricominciato. Non avevo capito la gravità del morbo, non capii – non potevo capire -, che cosa quella notizia avrebbe comportato. Ritornai a mangiare la mia cena e a ridere delle sventure dell’orso.

Pongo ora un problema di logica consecutiva: la bravura nella logica consecutiva da me inventata sta, dati determinati dati  –perdonatemi il gioco di parole -, nell’indovinare le conseguenze. I dati sono i seguenti: un mondo pieno di uomini ammalati e un anonimo che annuncia di conoscere la cura per il terribile male. Sì, capite bene che chi avesse salvato il mondo sarebbe diventato un eroe, e sì, chiunque poteva spacciarsi per il salvatore. Ne conseguì il putiferio. Tutti o quasi si spacciarono per il sommo dottore, e così per una settimana intera fu un susseguirsi di gente che si professava il misterioso uomo e proponeva vari modelli di ricerca della felicità. Ancora ne ricordo alcuni, molti. Ebbero sulla mia mente in maturazione un’influenza non irrilevante: con uno slancio mi trascinarono nel mondo degli adulti, mi invischiarono in quella vicenda facendo nascere in me l’interesse per quelle cose da grandi. Lasciai un pezzo del bambino che ero in quella settimana. Non oserei condannare chi allora si improvvisò filosofo o medico nemmeno ora che, dicono, sono un saggio. Ma perché pensate che io sia saggio? Perché sono felice? Io sono felice perché ho imboccato la strada che mi sembrò migliore per proseguire la ricerca. È per questo che sono saggio, per aver seguito un consiglio che mi dettò la vita stessa giorno dopo giorno? Ma tutto sommato il titolo di saggio mi piace e io sono felice: che motivo avrei di non accettarlo? Accolgo tutto ciò che di positivo mi giunge, senza però ricercarlo: sarebbe un errore imperdonabile. Nella ricerca della felicità non bisogna ricercare nulla che non sia la felicità. Ma scusatemi, mi sono perso di nuovo! Torniamo a quella settimana caotica. Dal sabato al venerdì tutti gli abitanti della città furono presi da una psicosi collettiva: partì la caccia all’uomo. Fu una caccia mediatica: una guerra tra giornali e canali tv per trovare l’uomo misterioso. E così c’era chi metteva in risalto una persona e chi un’altra, e chiunque volesse poteva esprimere il proprio parere sull’argomento. Ci fu, ad esempio, un uomo anziano che disse di aver trovato la felicità nello spogliarsi di tutto ciò che aveva, dalle sue grandi case alle inestimabili proprietà, e vivere tra i poveri, in un modesto monolocale e senza un soldo perché li aveva dati tutti in beneficenza. Un giovane gli rispose che lui era felice della sua gioventù che gli spalancava tutte le porte della vita, un altro che sarebbe stato felice avendo un bel miliardo perché, diceva, è il denaro a spalancare le porte. Una donna (sì, ci furono anche donne che si spacciarono per l’uomo misterioso) disse che era felice quando vedeva tutta la sua famiglia riunita a tavola, un’altra che era felice quando suo marito usciva di casa; una ragazza credeva che la felicità nasca da sventure evitate e un anziana che per essere felici bastava volerlo. Per alcuni la chiave della felicità era l’amore, per altri il sorriso o la preghiera, per altri la soddisfazione dei desideri primari dell’uomo, per altri ancora la repressione degli istinti e l’esaltazione della ragione, per i cinici la chiave della felicità non era a disposizione dell’uomo, per gli scettici non c’era nemmeno una porta che conducesse alla felicità. Ci fu chi professò che la felicità esiste solo per brevi istanti della nostra vita e che sperava in quella eterna, c’era chi era felice con i suoi grandi sogni e chi lo sarebbe stato con delle piccole cose concrete. Se ne sentivano di cotte e di crude in quei giorni di fuoco, e la gente urlava i propri rimedi agli angoli delle strade o li scriveva ai giornali, e non mancavano interviste alla televisione e lunghi monologhi in ogni stazione radio. Tutti predicatori, tutti curatori! Il giorno prima non avevano mai riflettuto sul senso della loro vita e non sapevano neppure da dove cominciare per spiegare cosa fosse la felicità e il giorno dopo li potevi vedere urlare a microfoni o riempire pagine di giornale! Qualcuno di quest’ammasso di pecore si distingueva per i modi o per il suo parlare più persuasivo, e catturava l’attenzione dei media che indagavano sul suo conto e scavavano nel suo passato alla ricerca del segreto, della cura. A volte mi viene il dubbio se qualcuno di essi non avesse ragione: le soluzioni che proponevano non erano poi così bizzarre. Quando si ha quello che piace non si è forse felici? Potreste obbiettare che non è la vera felicità, che non è la piena felicità, ma chi siete voi per dirmelo? Ho settantatre anni e molta più esperienza di molti di voi, e se l’autorità di un anziano valesse ancora e io decidessi che la felicità si ottiene quando si ha ciò che piace, nessuno potrebbe contraddirmi. Oppure la felicità potrebbe davvero consistere nel compiacersi del proprio retto operato? Ancora, a quest’età ormai ragguardevole, porto dentro i dubbi che mi sorsero in quegli anni lontani. Mi seguiranno nella tomba, oh sì, mi seguiranno nella tomba.

Tornando a noi: alcune coppie di genitori diedero alle bimbe nate in quella felice settimana proprio il nome “Felicità”. Non stupitevi quando dico «felice settimana»! Vi ho già detto che fu caotica e quasi rivoluzionaria, ma da quando il caos e la rivoluzione bloccano un concetto così astratto ed elevato come la felicità? Il caos è troppo materiale, le rivoluzioni hanno come obbiettivo proprio la felicità. Ma quella settimana di euforia e di suggestione collettiva, in cui la parola felicità era sulla bocca di tutti e risuonava per le vie della città come uno slogan, passò in fretta: arrivò venerdì 17, il giorno in cui l’uomo misterioso avrebbe dovuto rendere pubblico il suo segreto. Per me fu un giorno illuminante, per quell’uomo… Io avevo sempre immaginato questa figura eterea come un ometto basso e grassottello, con un alto cilindro nero, un lungo bastone da passeggio e delle basettone grigie. La sera di quel venerdì 17 eravamo di nuovo a tavola: attendevamo la diretta tv della sua intervista. Tutta la città era incollata ognuno al proprio schermo e le vie erano deserte, i negozi chiusi. Si stava lì, a fare congetture più o meno silenziose, nell’attesa che il programma di intrattenimento che proponevano si interrompesse e partisse il collegamento. Erano state fatte numerose scommesse su chi era l’uomo e su cosa avrebbe detto. Sono sicuro che nessuno seguisse davvero quel programma in cui una conduttrice bionda dalla voce stridula costringeva il pubblico in studio a giochi di abilità o test di intelligenza; anch’io ero estremamente agitato e non vedevo l’ora che togliessero quel noioso programma. Finimmo la cena e ci spostammo sul divano: ancora niente, neppure una vaga notizia sull’argomento. Alle dieci e trenta pensai come molti che gli era successo un imprevisto o, peggio, gli era accaduta qualcosa di grave: era pur sempre venerdì 17. Alle undici sospettai che fosse una bufala e il sonno cominciò a vincermi e ad abbassare le mie palpebre sul noioso programma televisivo. Mi svegliò la mamma a mezzanotte per farmi andare a letto: non c’era stato nessun annuncio. In quel momento vinse la rabbia: avrei voluto avere tra le mie mani quell’ometto e radergli a zero le basette, pestargli il cilindro, spezzargli il bastone e schiaffeggiarlo fino a fargli sputare il segreto di quella dannata cosa chiamata felicità. La rabbia e lo sconforto aleggiarono per tutta la città per un paio di giorni: eravamo stati tutti presi in giro e così tutti adesso si improvvisavano nuovamente pensatori o dottori e passavano il tempo a suggerire modi per alleviare l’amarezza dell’inganno. Se ne sentirono delle belle anche in quei giorni, ma, per mia fortuna, ho dimenticato le idiozie che circolavano. Reagii con maturità io, io che allora avevo poco più di una decina di anni e che avevo aspettato con puerile trepidazione la grande rivelazione. Capii che se l’ometto non si era presentato non era né per un incidente né per farsi beffe di noi: lui quella cura non la sapeva, non conosceva la soluzione alla malattia, però aveva ben chiaro il problema e lo affliggeva il continuare a girare in una città di malati cronici, di zombie senza sorriso. Doveva fare qualcosa: così non poteva continuare! Ebbe un’idea: si propose di riaccendere la speranza del poter raggiungere la felicità, per spingere i suoi concittadini alla ricerca. Ci riuscì. Infatti, superati l’iniziale rabbia e il breve sconforto, in città tornò la quiete che non c’era da tempo. Era la quiete dopo la tempesta, non quella quiete piatta e apatica che non si apprezza perché si respira ogni giorno. Quest’ultima è la quiete della bonaccia, quella appena conquistata era nata da un riscuotersi degli animi contro la dilagante sofferenza. La rivoluzione, la rivoluzione per la felicità era servita a riaccendere nella maggior parte degli abitanti la voglia di raggiungere una felicità sperata e agognata, che certamente c’è ed è alla portata dell’uomo, ma di cui nessuno conosce il segreto.

Articolo scritto da Federico Sannasardo

 

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