Il segreto della mongolfiera

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La storia di un nonno e di un nipote che volano sempre più in alto

Quando mi chiedono di parlare delle emozioni racconto sempre questa storia…

Una mattina di tanti anni fa, Leonardo e Alfredo volarono su una mongolfiera. Alfredo aveva poco di più sessant’anni. Leonardo, suo nipote, appena cinque. Quella mattina si svegliarono molto presto, e fecero colazione comprando i cornetti appena sfornati nel bar sotto casa. In realtà li mangiò solo Leonardo, perché Alfredo disse che gli facevano male troppe calorie.
«Dove andiamo oggi?», chiese Leonardo mentre aspettavano l’autobus numero 907. «Ma come dove andiamo», disse Alfredo, «Andiamo su una mongolfiera! Ti ricordi?». Leonardo annuì. Alfredo lo strinse a sé. Il ragazzo si avvinghiò alla gamba del vecchio. Poi l’autobus comparve all’orizzonte. Si sedettero, mentre l’enorme veicolo riprendeva la corsa. Oltre i finestrini il terreno sembrava chiedere al cielo di piovere. Ad Agosto faceva sempre un caldo soffocante in quella città. Ogni goccia d’acqua era preziosa, come fosse un’emozione.
«Zio, quanto in alto possono volare le mongolfiere?»
«Questa sì che è una bella domanda, dovremmo chiederlo appena arriviamo! Tu quanto in alto vorresti volare?»
«Non lo so… fino a quando non ho paura», rispose il ragazzo.
«Tranquillo Leo, lassù saremo insieme. E poi oggi è il tuo compleanno»
«Allora… sono invincibile?»
«Sei un supereroe oggi, esatto!»
«Lo sei anche tu?»
«Beh, io ci posso provare». Leonardo strinse con la sua forza delicata la mano ruvida e consumata dello Zio. Poi lo guardò con attenzione. Il corpo era magro, e molto abbronzato. I capelli grigi ricoprivano compatti i bordi della testa. Le orecchie pesanti campeggiavano sui lati del viso, quasi fossero due sentinelle ai lati di un castello. Il naso non si vedeva se lo guardavi dritto negli occhi. Scuri. Emotivi. Sinceri. Il tragitto durò quasi mezz’ora. Ed il ragazzo si assopì. Scesero al capolinea e si diressero verso il grande parco.
«Ecco, ci siamo Leo. Guarda!».
Davanti a loro si stagliò un panorama incredibile. L’intero parco era costellato da centinaia di mongolfiere diverse. Tutte colorate. Un arcobaleno prima della pioggia. Alcune adagiavano i loro corpi grossi e slanciati a terra; altre si libravano leggere nel cielo, come i petali di un fiore.
«Quale scegliamo?», chiese sempre Alfredo.
«Quella là», rispose Leonardo, indicando la mongolfiera più lontana, ed il suo pallone colorato a mezzelune bianche e celesti. Entrambi vi si diressero a passo spedito. Lo zio pagò il proprietario, e tutti e tre assieme entrarono nel grosso cesto della mongolfiera. Leonardo guardò il pallone da sotto. Lui era piccolissimo. E il pallone enorme. Eppure non aveva più paura. Ad un certo punto la fiamma che bruciava poco sopra le loro teste aumentò d’intensità e la mongolfiera si sollevò leggermente da terra. Poi volarono nel cielo di Roma.
«Guarda Leo! Lì è dove abitiamo noi! E quello laggiù, è il Colosseo, lo vedi? Ci siamo stati ieri. E guarda di qua. Trinità dei Monti! La chiesa in cima alle scalinate, ti ricordi? E dall’altra parte c’è San Pietro, quella Chiesa grande grande grande. È bellissimo quassù, non è così Leo?»
«Sì», disse sottovoce il ragazzo. Non riusciva a parlare. La curiosità dei bambini si era impossessata del suo corpo. Guardava su e giù. Il suo sguardo voleva di più. Percepiva i brividi dell’infinito. Sentiva che c’era qualcosa oltre il cielo, ma non gli interessava sapere che nome avesse.
Poi la mongolfiera volò sopra il grande parco a lato del Colosseo. Il sole scintillava le sue forme nel cielo terso. Le panchina di legno scuro maculavano l’erba verde e immobile. Su di una, due giovani ragazzi si baciavano. Leo li guardò con attenzione, come se per qualche istante il paesaggio che racchiudeva il suo sguardo fosse scomparso. Come se l’intera realtà si fosse focalizzata in un punto. E allora gli venne una domanda.
«Zio, ma chi ha inventato il bacio?»
«In che senso, Leo?», rispose Alfredo continuando a guardare dritto davanti a sé.
«Perché le persone si baciano?»
«Beh, per dimostrarsi che si vogliono bene»
«Che si amano?»
«Esatto Leo. Le persone si baciano quando si amano»
«Che strano però…», disse il sottovoce il ragazzo. «Ma perché proprio il bacio? Chi ci ha pensato per primo?»
Alfredo ci pensò bene prima di rispondere. Poi si gli accovacciò accanto. Gli mise una mano sulla spalla mentre entrambi fissavano la linea ondulata dell’orizzonte. La luce del sole era meno intensa. «Ci si passa le emozioni»
«Le emozioni?», chiese Leo.
«Sì, le emozioni. Sai cosa sono?»
Leo ci pensò un po’. «Sono quelle cose tipo l’amore?»
«Tipo l’amore, esatto»
«E quindi la gente si bacia per questo?»
«Sì»
«Ma perché non dirlo?»
«Perché non tutto si può dire, Leo. E le emozioni sono quel tipo di cose. Le persone non posso andare sulle mongolfiere ogni giorno, e quindi si sono inventate le emozioni. Per stare bene uguale. Capito ora?»
«Vorrei stare qui per sempre…», rispose Leo. Alfredo lo tenne stretto.
«Questa è un’emozione», disse ancora Alfredo.

Oggi Alfredo non c’è più. E Leo ha quasi vent’anni. Il suo sogno è quello di fare lo scrittore, per poter vivere su una mongolfiera ogni volta che vuole – anche se su una mongolfiera non c’è mai più salito. Perché ci sono cose che diventano delle proprie e vere persone. Ci sono canzoni che si trasformano in ricordi. Mongolfiere in emozioni. E vanno tutte verso l’alto, alla ricerca di qualcosa che non si trova. Che hanno tutti detto che sta lassù.
Leo ha scoperto la verità solo quando Alfredo è tornato da dov’era andato. Ma era già tardi. Quella mattina, in cielo, fu l’ultima volta che furono insieme. E Leo è contento sia il suo ultimo ricordo di Zio Alfredo. All’inizio era molto arrabbiato, perché avrebbe voluto che avesse lasciato scritto qualcosa, o che gli avesse spiegato come stavano le cose, ma col tempo Leo capì che quel suo modo di proteggerlo era ciò che quel giorno stava cercando di spiegargli: cos’è una emozione.
Ed ancora oggi, quando qualcuno chiede a Leonardo cosa sia un’emozione, egli gli risponde che è come una mongolfiera: va sempre più in alto. Alla ricerca di qualcosa che non trova mai. Ma per qualche strano motivo la sua ricerca è abbastanza.
Io, quando penso a questa storia, non riesco mai a dire molto. Riesco solo a raccontarla. E a finire di raccontarla con le parole che (forse) meglio la descrivono:

Non ci diremo addio.
Non sappiamo come dirlo,
e non vale la pena di impararlo.
(E. Testa, Cairn).

 

Articolo di Davide Spinelli originariamente apparso su L’oppure

L'oppure

L’oppure è il nuovo modo di vivere il territorio, un progetto giovane e dinamico che si pone l’obiettivo di raccontare il patrimonio culturale, storico, artistico ed enogastronomico delle nostre terre. L’arte, il cinema, la musica e la letteratura sono alcuni dei protagonisti di questo racconto, assieme ai festival e alle manifestazioni che animano le città in cui L’oppure è presente.