Il silenzio: un incantesimo potente e fragile

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L’altro giorno si è presentato con la solita “inaspettatezza” dei momenti più intensi un attimo di lucidissima coscienza, che mi ha stupito non poco. Era appena terminato uno di quegli acquazzoni improvvisi che cadono dal cielo più volte, in un pomeriggio nuvoloso e spento e d’un tratto, nella mia camera, ho sentito. Di più: non ho sentito nulla. Era sceso un silenzio immobile, tranquillo, nell’aria pulita e chiara non vibrava un suono. Mi sembrava di riuscire a sentire me stesso, come se i numerosi rumori di solito impercettibili – il battito del cuore, il respiro calmo, uno sgocciolare lontano di qualche grondaia, dei passi ovattati al piano superiore – fossero dettagli del ritratto uditivo della mia anima.

Il silenzio.

Ultimamente si è fatto sentire così poco che quasi si sta dimenticando. Sfugge, timido, con quella sua dicotomia assurda di incantesimo estremamente potente ed estremamente fragile; incontrarlo nella vita di tutti i giorni è sempre più difficile. E questo potrebbe essere un male molto serio, considerando che spesso il silenzio è un ottimo ascoltatore, sempre pronto a sondare le riflessioni su sé stessi.

Oh, forse è proprio per questa sua qualità di “meditatore” che viene allontanato, a pensarci bene. Un esempio? Un tragico dramma giovanile: le cuffie.

Se entraste all’improvviso in un liceo, molto probabilmente trovereste pochi ragazzi sprovvisti di un Ipod e un paio di auricolari, nello zaino o anche alle orecchie – sì, persino in classe a lezione; camminando per strada, incrociando gli adolescenti, a meno che questi non siano in comitiva, si portano con sé le adorate cuffiette e se le infilano per isolarsi dal mondo.

Il punto è che si isolano anche da sé stessi. Quando non c’è qualcuno che parla, c’è la tv accesa, e quando non c’è la tv, subentrano i videogiochi, per esempio, e se nemmeno quelli ci sono allora si ricorre alle cuffie. La mente – tramite le orecchie – è sempre occupata a ingurgitare nuovi dati e a rielaborare tutto per un costante rapporto con qualcosa, senza mai un attimo di sosta. Senza mai un momento da dedicare a sé stessa.

Si ha quasi paura del silenzio, lo si considera una perdita di tempo.

Si assordano gli appetiti più spirituali dell’anima con un fragoroso bombardamento di immagini e suoni. Nei film le colonne sonore si riempiono di pezzi sempre più lunghi e intensi, i momenti di silenzio sono quasi tabù; le pubblicità propongono ritmi facilmente memorizzabili e frastornanti; la musica si è munita di nuovi stili come “l’House” per creare martellanti sequenze fonetiche elementari; e come ciliegina su questa torta incompleta di esempi, negli ascensori delle aziende o dei grandi grattacieli si può ascoltare un motivetto soffuso durante lo spostarsi da un piano all’altro, per non annoiarsi nel non far nulla – per non pensare.

Pensiero: uno dei semi che il silenzio fa crescere con cura. La quiete del silenzio è una stanza assai confortevole per il pensiero, o per emozioni placide, diverse da quelle che si desiderano normalmente (l’emozione dello “sballarsi”, del rischio, dell’adrenalina, della tempesta). Perché si vuole mortificare tanto la calma dei rumori?

Ho il timore di perdere la bellezza di un momento di calma, di un attimo di silenzio che mi permetta di concedere una pausa al mio cervello dal baccano dell’esistenza e distendere i nervi in un cuscino di dolce, solo apparentemente inutile nulla.

 

Articolo di Marco Maldonato

Cogitoetvolo