Il tatuaggio: psicologia di un “marchio”

2

Farsi marchiare per avere uno sconto.
O forse, in questo caso, sarebbe meglio dire farsi “marcare”. Si, perché i pubblicitari della Marc Ecko Enterprises, marchio di abbigliamento americano, hanno avuto una trovata destinata a far discutere: uno sconto del 20 per cento su tutti i prodotti per chiunque decida di farsi tatuare il celebre rinoceronte, logo della Marc Ecko.
Il logo deve essere solo uno, mi raccomando: l’offerta non è cumulabile e non ha scadenza!
Sembrerebbe una battuta, ma è tutto vero.
Ecco quindi una nuova frontiera per il mondo dei tatuaggi. I primi, come ormai si sa, risalgono a circa 5000 anni fa, quando non avevano nulla a che fare con la trasgressione ma, anzi, erano un segno di integrazione: un modo per rendere visibile il proprio gruppo di appartenenza. Sono passati 5000 anni, eppure il tatuaggio si usa ancora e, proprio in questi anni, si è diffuso tantissimo.
Come mai? Perché in una società come la nostra che cerca il cambiamento, abbiamo il desiderio di avere un segno indelebile sulla pelle?

Su questo argomento illustri intellettuali hanno esposto la propria teoria. La spiegazione più utilizzata quando, superficialmente, si parla dell’argomento è la voglia di apparire, di essere diversi. Ma allora si potrebbe ottenere lo stesso risultato comprando un capo d’abbigliamento alla moda!
Possibile che, per una persona, farsi tatuare o comprare un pantalone trendy, sia la stessa cosa?
Mah, a me sembra una spiegazione riduttiva.
In questo momento non voglio entrare nella discussione di chi è pro o contro il tatuaggio, ma scendere un po’ più a fondo sull’argomento, verso i pensieri che stanno alla base di una scelta del genere. Quello di cui possiamo renderci conto a prima vista, è che le motivazioni sono personalissime e diverse per ogni soggetto. Nonostante ciò, penso sia possibile rintracciare degli elementi comuni nell’esperienza di chi decide di farsi tatuare e in questo può venirci in aiuto la psicologia.

Con il tatuaggio si realizza un’affermazione visiva e visibile di sé. E’ una sorta di ponte disegnato tra il mondo interno ed il mondo esterno della persona, perché permette di portare fuori un pensiero che altrimenti rimarrebbe nascosto dentro. In pratica il tatuaggio è un mezzo per rendere reale e concreto il pensiero, per dargli una forma. Questo pensiero, inciso su qualcosa di intimo e personale come la pelle, non rimane astratto ma viene fisicamente legato alla persona: è un “oggetto” di sua proprietà.

Un elemento importante è quello della scelta della parte del corpo sulla quale realizzare il tatuaggio: scegliendo di farlo in una zona visibile a tutti, si avvia una comunicazione costante tra la persona ed il mondo esterno, verso tutti quelli che vedranno il tatuaggio e inevitabilmente faranno domande su di esso. Scegliere di nasconderlo è, allo stesso modo, una scelta significativa perché esprime il desiderio di una comunicazione più “privata”.
A questo punto non possiamo che soffermarci sull’aspetto più evidente del tatuaggio: il disegno, il suo contenuto. Senza perderci in interpretazioni psicoanalitiche da talk show, si può riflettere sulle differenze che emergono tra chi, ad esempio, sceglie di farsi tatuare il viso di un nativo americano – che nell’immaginario comune rappresenta la saggezza e l’interesse verso le minoranze –, o un drago – che comunemente è associato all’aggressività e alla voglia di affermarsi – o, ancora, un tatuaggio più “fashion” fatto di simboli ritenuti alla moda.
Comprendiamo, così, quanto siano numerosi i significati simbolici e psicologici che stanno dietro la voglia di possedere un tatuaggio e la scelta del come e del dove realizzarlo.

Proprio alla luce di quanto abbiamo detto finora, l’argomento tatoo diventa uno spunto di riflessione e di dibattito dai confini ampi e, soprattutto, più profondi: nell’epoca dell’esaltazione della comunicazione e dei social network, come esprimi il tuo mondo interiore? Sei una persona dall’impatto immediato – in stile tatuaggio – o più gelosa di se – stile “una parola è poca e due sono troppe” – ?
E che collocazione trova il tatuaggio all’interno di tutto questo: desiderio di comunicare, di appartenere o di essere diverso dagli altri?
Io direi voglia di distinguersi ma senza correre il rischio di… rimanere soli.

Articolo scritto da Dario Caminita

Cogitoetvolo
  • io ho avuto la tentazione,, un decennio fa, ed ho optato per il no. Per paura di pentirmi. E anche per non confondermi con la massa di esaltati che ne hanno tanti da farmi pena. Inoltre per non contribuire anche io a far guadagnare a quei mostri del costume che sono i tatuatori: ma immaginate che mestiere: fare i tatuaggi ?
    L’unica cosa che mi preoccupa è che , io che non sono il tipo che passa inosservato, avrò sempre anche questo elemento per farmi notare: la pelle non tatuata.

  • sissi

    mio fratello ha un tatuaggio se l’è fatto regalare dalla sua ragazza per i 18 anni e sinceramente non gli ho mai chiesto perché se lo è fatto ma io penso che l’abbia fatto perché, diventando maggiorenne, voleva un motivo in più per sentirsi più grande, insomma più autonomo.