Il teatro della memoria

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Il territorio vissuto è da sempre stato teatro delle nostre azioni, ma è anche motivo di una nostalgia salvifica

Oggi le memorie si costruiscono su spazi dilatati, vari, frenetici, casuali e tutti gli incontri sembrano prescindere dai luoghi. Si potrebbe spiegare così il ritorno a certi ordini perduti, la voglia di ritrovare spazi vissuti e condivisi. Luoghi familiari. Come per ricucire la memoria, o il tessuto di quella geografia lacerata dell’ultimo mezzo secolo. O forse per riprendersi uno spazio, un territorio che ci ha dato la vita.

Un albero nei pressi di quella casa, o un campo, sotto quella stradina, al di là del ponte, erano i punti in cui – da bambini – episodi e identità, ricordi e cose convergevano. In quei momenti della nostra infanzia il territorio era il teatro del nostro agire, il paesaggio l’orizzonte verso cui guardare al fine di trarne ispirazione. E questo non valeva solo per i luoghi “personali”, ma anche per quelli collettivi, in cui la famiglia, la società trovavano la loro identificazione. Tutto questo dimostra come era (è!) impossibile allontanarsi da un paesaggio in cui l’unica tutela che si erge a sua salvaguardia è la memoria, il «monumento» (nel senso etimologico, di «richiamo alla mente»). E la nostalgia diventa il miglior modo di conservare oggetti e territori.

E’ interessante ricordare le radici del termine nostalgia (le parole greche nostos e algos, cioè «ritorno a casa» e «dolore, tristezza») utilizzato per la prima volta nel Settecento dal medico svizzero Johannes Hofer a proposito del sentimento che i connazionali provavano quando si trovavano lontani dalle loro vallate. Quindi nostalgia tanto più sofferta quanto più profondo, più specifico, è il legame con i luoghi nei quali si modellano l’indole e l’abitudine, la fisiologia delle persone. Insomma, un sentimento molto simile ad una malattia diventa un diritto che può esplicarsi concretamente come rispetto nei confronti dei luoghi e degli oggetti territoriali che finiranno per assumere un significato importantissimo.

Capiremmo allora che il paesaggio non è solo il luogo fisico costruito dall’uomo per vivere e produrre ma è anche il teatro nel quale ognuno recita la propria parte e dove la nostalgia, creatura fragile e romantica, può vincere il movimento e l’ubiquità, il pendolarismo e la mobilità.

 

 

 

Sono Domenico, ho 29 anni e una passione smodata per la scrittura. Il mio sogno nel cassetto è scrivere un libro, l’altro è un viaggio per il mondo in sella alla mia bici. “Strappare la bellezza ovunque sia e regalarla a chi mi sta accanto” è quel che tento di fare attraverso i miei articoli. Spero che un pizzico di quella bellezza arrivi dritta dritta ai vostri cuori! Buona lettura!!!