Il tempo per…

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Banalmente, molti di noi si sono maturati con la tesina sul tempo. Quotidianamente, siamo prigionieri del tempo, vorremmo allungarlo e ridurlo, vorremmo che un attimo passasse subito e che un istante durasse tutta una vita, o moltiplicare le ore del giorno per riuscire a “fare tutto”.

Noi siamo impossibilitati a gestire il tempo. Il tempo non è in nostro possesso, non è una penna che abbiamo in mano e che possiamo decidere di usare o meno, di giocarci, di appoggiarla, di lasciarla accanto al quaderno. Il tempo è al di sopra di noi, al di fuori di noi. Non sta ai nostri capricci, non rispetta le nostre volontà.

Siamo prigionieri del tempo. Allora perché siamo liberi? In cosa l’uomo manifesta la sua libertà, se non ha scelto quando nascere, non ha scelto quando sposarsi, non ha scelto quando rompersi una gamba, non ha scelto quando morire…? Come facciamo a relazionarci con il tempo, se è così evanescente e così disobbediente alle nostre richieste e necessità?

Dobbiamo riscoprire la bellezza del tempo. Il tempo ci è dato, e per questo, non possedendolo, dobbiamo trattarlo proprio come un dono, non nostro. “Ogni lasciata è persa”, dicono alcuni. Niente più vero di questo: non possiamo recuperare il passato. Possiamo farne memoria, possiamo gioire nel ricordo o dispiacerci, possiamo provare rancore, affetto, nostalgia, rimorso. Ma mai avremo la capacità di tornare indietro e cambiare il corso delle cose: “ah, se mi fossi comportato in questo modo, ora non starei così…”.

Troppo tempo perdiamo a valutare il tempo passato. A noi è dato solo di godere del tempo presente, e di preparare quello a venire con grande elasticità mentale.

Il Qoelet, uno dei 5 libri sapienziali dell’Antico Testamento, dedica molto spazio alla riflessione sul tempo. Qoelet ci dice:

“Per tutto un momento, per ogni evento un tempo sotto il cielo:
tempo per generare e tempo per morire
tempo per piantare e tempo per spiantare
tempo per uccidere e tempo per sanare
tempo per abbattere e tempo per costruire
tempo per piangere e tempo per ridere
tempo per far lutto e tempo per danzare
tempo per scagliar pietre e tempo per raccogliere pietre
tempo per abbracciare e tempo per respingere
tempo per cercare e tempo per perdere
tempo per custodire e tempo per buttare
tempo per strappare e tempo per ricucire
tempo per tacere e tempo per parlare
tempo per amare e tempo per odiare
tempo di guerra e tempo di pace”.

Quasi ogni tempo fosse antitetico ad un altro tempo. Quasi che il tempo per leggere che ci prendiamo ora fosse uno scegliere liberamente di essere qui, a leggere, e non altrove ad avere un tempo per altro.

Il tempo ci limita, o meglio, ci ricorda i nostri limiti spazio-temporali nel mondo, per tentare di riportarci saldi con i piedi a terra e guardarci intorno con, appunto, sapienza. Con saggezza. Nella consapevolezza che "tempus fugit", "tempus breve est", come ci ricordano i latini.

Avremo ancora tempo? Abbiamo forse organizzato le nostre giornate, la nostra settimana… scuola, compiti, iPod, facebook, nuoto, sabato sera fuori con gli amici, domenica a letto fino a tardi… Sì, cerchiamo di controllare il tempo, di delimitarlo, di decifrarlo e renderlo numeri che possiamo calcolare, invece il tempo scorre, se ne va, e noi non possiamo rincorrerlo. Noi possiamo solo andare avanti, con il tempo che ci è dato ora.

Si pensa che le esperienze negative che abbiamo vissuto in passato, siano esperienze che ci aiutino a crescere, capendo l’errore per poter, in futuro, non commetterlo più. Ma se ci fermassimo a pensare un attimo, nel tempo di adesso, ai tanti errori passati della nostra vita… di fronte ad alcuni non vorremmo poter cambiare il corso delle cose, la decisione affrettata, la parola non detta, la reazione impulsiva non controllata?

Non ci è dato. Non c’è tempo per il tempo passato. Quasi non c’è tempo per rimediare.

C’è il tempo di oggi. Il tempo di ora. Mai il “mio” tempo. Abbiamo detto che non lo possediamo: come potremmo allora dire “mio”? "Faccio quello che mi pare, il mio tempo me lo gestisco io, decido io cosa fare ora…" possiamo illuderci sia vero, ma è una vana illusione. Non voglio deludere nessuno, ma aiutare alla riflessione, nel tempo presente.

C’è un tempo per far lutto e un tempo per danzare, ci dice Qoelet. Un tempo per tacere e un tempo per parlare. Un tempo per generare e un tempo per morire. Non parla mai, tuttavia, di un tempo per essere tristi. Ammette il lutto, il pianto, ma non la tristezza. La gioia trascende ogni tempo: nella guerra come nella pace, nel raccogliere pietre come nello scagliarle, nell’abbraccio come nel respingere, abbiamo tempo per essere gioiosi. “La felicità è gioia della felicità dell’altro”… non possiamo, da soli, essere felici. Come non possiamo, da soli, vivere nel tempo. Ogni cosa che facciamo la condividiamo, rendiamo amici, parenti, conoscenti o sconosciuti partecipi del nostro agire, scegliamo liberamente e dobbiamo farci responsabili delle conseguenze delle nostre decisioni. Sbagliamo, e dobbiamo ricominciare.

C’è stato, per me, tempo di riflessione, durante gli ultimi giorni dell’anno 2010.

Un amico ci raccontava una storia, molto utile per pensare al tempo.

Ad un uomo viene offerta una possibilità. Ogni giorno ha un conto in banca cui può usufruire come vuole. Ogni giorno la stessa somma: 86.400 mila lire. Ma deve rispettare una clausola: ogni notte, a mezzanotte, il conto viene azzerato. Non può accumulare denaro. Quello che non usa, va perso.

Cosa decide di fare l’uomo? Vuole investire, usare ogni giorno quelle 86.400 mila lire. Ingordo, non ne vuole perdere neanche mille.

Perché allora perdiamo i minuti, le ore, le giornate?

Pensaci: 86.400 è il numero di secondi che compongono un giorno. A mezzanotte, il giorno finisce, ed è già ieri. Abbiamo usato quelle 86.400 mila lire, o ne abbiamo perse alcune, molte, perché a mezzanotte del giorno stesso il "nostro" conto si è azzerato? Non possiamo tornare indietro: quel denaro, quel tempo… sono andati perduti.

“Ho perso tempo”. Forse dovremmo rivedere il nostro concetto di vivere il tempo, di approfittarne, di usufruirne. Ma sempre con sapienza. Non dobbiamo reagire all’avvertimento dei latini, tempus fugit, con una corsa al fare tutto, sempre, subito, per arrivare a sera soddisfatti d’aver fatto tutto quello che dovevamo fare, se non anche di più. Non importa il fare, anche se conta. Noi nel tempo non facciamo, ma siamo.

Per questo c’è anche, e ringrazio Qoelet, un tempo per perdere. Un tempo per riflettere. Un tempo per noi stessi. Un tempo per ritemprarsi.

Il tempo che va, che prosegue, non ci invita a fare, ma ad essere pienamente noi stessi nel tempo. A cercare di sfruttare ogni secondo, ogni atto nel tempo e nello spazio che ci sono donati e che sono fuori di noi, per poter essere felici delle nostre azioni, per imparare a gioire sempre,  in guerra come in pace.

Qual è allora la nostra dicotomia del tempo? La nostra antitesi… il nostro tempo per, e tempo per? Forse, ognuno di noi potrebbe trovarne una e condividerla.

Per me, c’è un tempo per navigare, e c’è un tempo per naufragare. La spiegazione dei "miei" due tempi è nell’articolo "La linea d’ombra", scritto mesi fa senza pensare ci sarebbe stato un peculiare seguito.